L’etica dello sterminio. La conferenza di Wannsee e la soluzione finale

«Oggi farò un’altra profezia: se la finanza internazionale ebraica dovesse riuscire, in Europa o altrove, a far precipitare ancora una volta le nazioni in una guerra mondiale, il risultato non sarà la bolscevizzazione del mondo, e la conseguente vittoria del giudaismo, ma lo sterminio della razza ebraica in Europa!». Adolf Hitler pronuncia queste parole il 30 gennaio 1939, al Reichstag di Berlino, il giorno del sesto anniversario della sua ascesa al potere. Non tragga in inganno l’esoterismo millenarista: il Führer esprime con nettezza la volontà di ‘sterminare’ gli ebrei, si impegna a questo fine con la Germania, dichiara aperto non solo il primo fronte di guerra – l’invasione della Polonia data a sette mesi più tardi – ma anche il secondo, quello contro gli ebrei, ovvero contro civili inermi.
Civili inermi erano state le vittime della Kristallnacht, la notte dei cristalli, il 9 novembre 1938, durante la quale erano state devastate e distrutte botteghe, sinagoghe, vite ebraiche, e gli ebrei del Reich (non solo di Germania, ma anche di Austria, Boemia e Moravia) avevano iniziato a capire che il proprio destino sarebbe stato di schiavitù o morte. Nonostante la durezza discriminatoria delle Leggi di Norimberga, promulgate il 15 settembre 1935, a quell’altezza cronologica lo sterminio non aveva ancora il carattere di una certezza. La guerra, però, inasprisce la ‘questione ebraica’ sotto il profilo sia quantitativo che qualitativo: il numero degli ebrei nei territori occupati risulta più che raddoppiato in pochi mesi (il 1° settembre 1939 si è aggiunta la Polonia e la Germania ha già in animo l’invasione dell’Unione Sovietica, che inizierà il 22 giugno 1941), senza contare la difficoltà di approvvigionamento alimentare correlata all’espansione del conflitto (non è un caso che due milioni di prigionieri russi siano lasciati letteralmente morire d’inedia entro la fine del 1941). Se il 25 maggio 1940 Heinrich Himmler, quale comandante in capo delle SS, pensa ancora alla possibilità di ‘selezionare’ attraverso criteri razziali «i popoli di razza non germanica dell’est» e di ‘estinguere’ l’idea stessa di ebreo mediante «una massiccia emigrazione di tutti gli ebrei in Africa o in qualche altra colonia» (segnatamente in Madagascar, allora colonia francese), i successivi sviluppi della guerra, con la mancata sconfitta della Gran Bretagna, rendono impraticabile il piano; anzi, la stessa invasione dell’Unione Sovietica si traduce in un gigantesco pogrom (oltre un milione gli ebrei uccisi), agito talvolta con la collaborazione attiva della popolazione locale, in particolare in Ucraina (qui, nella città di Berdy
čiv, insieme ad altre trentamila persone appartenenti alla comunità ebraica, è assassinata nel settembre 1941 la madre del grandissimo scrittore Vasilij Grossman); e anche in Polonia gli ebrei sono visti come pericolosi concorrenti nell’accesso alle risorse (affermazione che potrebbe costarmi fino a tre anni di carcere nella Polonia di oggi!).
Per la scelta definitiva della ‘soluzione finale’ sono decisivi i mesi che vanno dal luglio 1941 al gennaio 1942, in un crescendo non solo operativo ma anche e soprattutto legislativo, teso a costruire una cornice di ordine e legalità allo sterminio: in luglio alla Wermacht è ordinato di fornire assistenza militare e logistica alle Eisatzgruppen (unità mobili di sterminio) che avrebbero seguito le truppe tedesche con il compito di uccidere gli ebrei e gli altri cittadini sovietici destinati all’eliminazione; in settembre Hitler dà ordine di ‘trasferire’ gli ebrei del Reich «ancora più a est» (espressione che, al pari di «evacuazione» e «ricollocazione», è una triste metafora della realtà dello sterminio), e proprio in questo mese si iniziano a utilizzare i gas di scarico per uccidere le vittime rinchiuse in camion ‘dedicati’ (in Polonia e in Serbia); in ottobre Adolf Eichmann discute della possibilità di costruire camere a gas; in dicembre è aperto il campo di Chelmno, in Polonia, ove, in attesa che le camere a gas siano perfezionate, gli ebrei sono gassati con il monossido di carbonio dei furgoni militari; il 20 gennaio 1942 si tiene la conferenza di Wannsee.
Wannsee è un quartiere periferico di Berlino, «una fiabesca regione ricca di laghi, isole e boschi», come recita oggi una guida turistica online: qui, in una villa elegante e appartata, ha luogo l’incontro (90 minuti, 15 pagine di verbale, di cui rimane una sola copia) in cui è organizzato lo sterminio di tutti gli ebrei d’Europa. Ne è promotore Reinhard Heydrich, capo della polizia di sicurezza e del servizio segreto delle SS, designato «plenipotenziario per la preparazione della soluzione finale (Endlösung) della questione ebraica»; vi partecipano altri cinque rappresentanti delle SS e della polizia, tra cui il capo della Gestapo Heinrich Müller e il burocrate Adolf Eichmann, che ne redige il verbale (e sulla scorta di questo verbale, ma con dialoghi d’invenzione, è stato costruito il bel film Conspiracy, di Frank Pierson, del 2001) e nove civili, in rappresentanza del Ministero degli Interni, di quello della Giustizia, della Cancelleria del Reich, del Ministero per i Territori occupati orientali, dell’Ufficio per il Piano quadriennale, di quello del Governatore generale, della Cancelleria del Partito, del Ministero degli Esteri.

FOTO2. Wannsee
Reinhard Heyndric (in primo piano, a sinistra), promotore della conferenza di Wannsee

La relazione di Heyndrich (oggetto di puntuale disamina da parte di Robert S. Wistrich nel saggio Hitler e l’olocausto, e, più recentemente, di Peter Longerich nel volume Verso la soluzione finale), preliminarmente ascrive a sé stesso e a Heinrich Himmler la responsabilità della ‘soluzione finale’; afferma poi che l’emigrazione degli ebrei dalla Germania, che pure aveva portato all’espulsione di 537.000 ebrei in otto anni (con difficoltà, perché i governi stentavano ad accogliere i rifugiati, quando non li accoglievano affatto), era stata una soluzione provvisoria, ora superata dalla prospettiva della «evacuazione degli ebrei verso est» sulla via della «prossima soluzione finale della questione ebraica», che avrebbe interessato oltre undici milioni di ebrei, compresi quelli di nazioni neutrali come Svezia, Svizzera, Turchia. È operata una distinzione tra la maggioranza di ebrei ‘non necessari’ (ovvero inabili al lavoro), e la minoranza di ebrei (maschi e femmine) che avrebbero potuto essere utilizzati per il lavoro schiavo. Ampio spazio nella discussione è dato alla questione dei Mischlinge (mezzi ebrei o ebrei di razza mista), la cui definizione era già stata tentata, ma evidentemente in modo non soddisfacente, dalle Leggi di Norimberga. La priorità nel mettere in atto la ‘soluzione finale’ va alla Polonia: Hans Franck, responsabile del Governatorato Generale (nome attribuito ai territori polacchi non direttamente annessi al Reich), assente alla conferenza, ha inviato però una richiesta precisa: «che la questione ebraica in quei territori sia risolta il più rapidamente possibile». Con teutonica efficienza, nel marzo 1942 è costruito il lager di Belzec, nella Polonia orientale, il primo campo di sterminio dotato di camere a gas permanenti, due mesi dopo quello di Auschwitz, nella Polonia occidentale.

FOTO 3. Wannsee3
La lista dettagliata, nazione per nazione, con oltre 11 milioni di ebrei da eliminare

Quale fu il significato storico della conferenza di Wannsee? Così risponde Robert S. Wistrich: «Chiaramente, nonostante il suo linguaggio epurato, servì a stendere un piano generale e centralizzato per il massacro degli ebrei europei nella loro totalità ed è il solo documento ufficiale tanto dettagliato pervenutoci. È il primo documento che rivela in modo definitivo il destino degli ebrei dell’Europa centrale e occidentale, e di milioni di ebrei polacchi e russi il cui sterminio era già in atto».
Pure Wannsee non è soltanto questo. Certamente è vero che per Hitler, Himmler, Heydrich gli ebrei erano parassiti, batteri, «bacilli della tubercolosi che possono infettare un corpo sano»; così come è vero che, ormai perduta la guerra sul primo fronte, quello propriamente bellico (il che è evidente dopo la vittoria russa di Stalingrado, nel febbraio 1943), il Führer persegue con ostinazione la vittoria sul secondo fronte, quello razziale, quando l’antisemitismo diviene l’unico, terribile lascito del nazismo. Wannsee è anche la rivendicazione da parte del più forte del proprio diritto di eliminare il più debole (non a caso alla conferenza partecipano tanti giuristi); è il rovesciamento dell’etica tradizionale, del rapporto tra carnefice (eroe) e vittima (colpevole), in favore di una nuova etica, funzionale al pensiero totalizzante del Reich; è il superamento del limite, della barriera psicologica che di norma impedisce di sopprimere anziani, donne, bambini. Senza Wannsee, nel suo celebre, spaventoso discorso tenuto a Posen il 4 ottobre 1943 davanti a una novantina di generali delle SS, Heinrich Himmler non avrebbe potuto dire che soltanto chi è sommamente morale, come i più fedeli servitori del Reich, può compiere azioni immorali, come massacrare milioni di esseri umani, rendendosi degno di «una pagina gloriosa della nostra storia che mai è stata né mai sarà scritta».

In copertina. La villa di Wannsee ove si tiene la conferenza il 20 gennaio 1942

 

 

Articolo di Laura Coci

y6Q-f3bL.jpegFino a metà della vita è stata filologa e studiosa del romanzo del Seicento veneziano. Negli anni della lunga guerra balcanica, ha promosso azioni di sostegno alla società civile e di accoglienza di rifugiati e minori. Insegna letteratura italiana e storia ed è presidente dell’Istituto lodigiano per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea.

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