Editoriale. Cosa c’è nella mia dispensa? Il gioco del riciclo. Dacci oggi il nostro pane quotidiano

Carissime lettrici e carissimi lettori,
si può far felice una bambina e un bambino (si può ancora far felice una/un bambina/o) semplicemente con un pezzo di pane sciocco con su un po’ di olio e sale e, se la nonna non sta a guardare, pure con una grattatina di pepe? Io voglio augurarmi di sì. Che sia successo e che succeda e per tanto tempo ancora!
Nonostante tutto. Nonostante il cibo cosiddetto spazzatura (che in effetti lo è davvero, al di là di metafora) ci streghi e ci sottometta. Nonostante l’obesità sia enumerata tra le cause più importanti di morte. Nonostante la fame.
Perché di fame si muore ancora, mentre ciascuna e ciascuno di noi, civilizzate e civilizzati del mondo, è capace di gettare nell’immondizia ben sessantacinque chili di cibo all’anno (a testa!) e altri quindici miliardi di euro in cibo vengono buttati già prima di raggiungere le nostre tavole.
Per questo il 5 febbraio è stata proclamata la Giornata mondiale contro gli sprechi. Per questo vi chiediamo di partecipare a una sorta di gioco del riciclo di ciò che troviamo nel nostro frigo e che normalmente destiniamo alla pattumiera. Perciò sulle parole di una delle più giuste delle preghiere diciamo: “dacci oggi il nostro pane quotidiano” e aggiungiamo allegramente, meglio se raffermo.
Così abbiamo pensato di affiancare all’interessante articolo sugli sprechi alimentari, per ricordare la giornata dedicata e per mettervi di fronte a dati a dir poco incredibili, anche una ricetta ad hoc. O meglio: una serie di spunti culinari che, partendo dal più semplice dei pani, quello senza sale o sciocco come emblematicamente lo chiamano i toscani e chi vive nell’alto Lazio, ci portano al suo riuso da raffermo con la fantasia di tante ricette colorate, dal rosso del pomodoro (maturo, perché no!) al verde del basilico da scambiare con la menta se si ha o l’uno o l’altra, al bianco dell’aglio e poi l’alloro, ancora all’aglio, all’uovo, alla farina, di ricetta in ricetta. Immancabile in questo arcobaleno gustativo il giallo intenso dell’olio e.v.o tra panzanelle, pappe al pomodoro, pane fritto! Ecco che una sera, senza voglia di passare al supermercato, basterà un pezzo di pane duro, “da buttare” a far passare la fame.
L’antico gusto della cosa semplice ritorna e si rafforza nella nostra mente e, a pensarci, neppure la linea ne soffrirà così tanto, nemmeno se ci mettiamo un buon bicchiere di vino a far compagnia. Sicuramente ad esser contento, oltre ai nostri ricordi d’infanzia (non ne dubito, li avete già portati a galla nella vostra testa mentre state leggendo), è il nostro portafoglio: felici a costo zero, anzi con il guadagno di non aver fatto una spesa in più! Vogliamo poi aggiungere e sottolineare che la ricetta e l’idea del riciclo questa volta viene da un uomo che, come dovrebbe essere normale, è tornato a casa e ha indossato, pensando ai giorni passati coi nonni da bimbo, il grembiule e si è messo in cucina, quella di casa non in una di quelle da grandi chef, quasi sempre purtroppo declinati al maschile, dei ristoranti blasonati….
Il riciclo del cibo e l’abbattimento il più possibile degli sprechi si lega fortemente all’ambiente e alla sua salvaguardia. Cosa possiamo fare? Dobbiamo soprattutto conoscere il luogo dove noi viviamo e capire come agire per non distruggerlo e, sarà sorprendente ma consequenziale, essere a nostra volta distrutti. All’osservazione dell’ambiente, come habitat ospitante, è dedicato un altro degli articoli della nostra rivista.
È un inaspettato regalo che buona parte di noi non sa di aver ricevuto dalla natura. I luoghi umidi sono sempre stati visti come portatori di malattie se non addirittura sinonimi di morte. Le zanzare, la malaria ci hanno, come dire, deviato dall’osservazione positiva di questo ecosistema. Insomma, alla luce della scienza “le paludi e gli acquitrini, le torbe oppure i bacini, naturali o artificiali, permanenti o temporanei, con acqua stagnante o corrente, dolce, salmastra, o salata, ivi comprese le distese di acqua marina la cui profondità durante la bassa marea non supera i sei metri”, sono vera manna come si evince anche dalla convenzione firmata a Ramsar, in Iran, il 2 febbraio del 1971 (ratificata dall’Italia nel 1987 rendendo sul proprio territorio individuate e protette ben 65 aree) che ha permesso di registrare tutte le zone citate. Si è capito che questo tipo di habitat può collaborare a migliorare l’agricoltura al contrario di come si è sempre creduto proprio perché “incamera” acqua usabile poi per l’irrigazione o utilissima per alimentare i pesci perché piena di vita. Insomma le aree umide sono a tal punto ormai giudicate una risorsa, che si è compilata una sorta di lista rossa delle zone che in Europa stanno scomparendo (i due terzi del totale)!
Conoscere, sapere più cose di ciò che ci contorna, che ci accoglie, che ci induce a pensare, e a nostra volta a produrre cultura, sapere ciò che ci hanno lasciato e che lasceremo in eredità a chi ci segue, proprio come trasmettiamo l’ambiente e come lo abbiamo “usato”.
Abbiamo chiuso l’editoriale di sabato scorso citando la poesia dei numeri, la rappresentazione artistica della serie di Fibonacci (l’articolo è in questo numero), una perfezione estetica che coinvolge natura e cibo: “Fate caso all’armonia delle infiorescenze di un broccolo ci fa notare l’autrice, a come degrada dolcemente la dimensione dei gambi del sedano, delle foglie del basilico, dei cespi delle insalate, delle corone di spine dei carciofi”. Insomma la poesia arriva dalla natura anche ai prodotti che ci nutrono, un motivo in più per proteggerla, perché, come ho sentito dire in questi giorni e lo condivido, è a tavola che si esprime al meglio il nostro rapporto con la natura.
Progettare il vivere in consonanza con l’ambiente e con chi vive insieme a noi implica anche la protezione che rimanda alla cura. Proteggiamo e curiamo la nostra casa, le piante del nostro balcone i nostri amici a quattro zampe. Ma soprattutto proteggiamo e curiamo i nostri familiari e soprattutto le nostre bambine e i nostri bambini. La protezione dell’infanzia è fondamentale per una società che vuole crescere bene.
L’attore Lino Guanciale, impegnato nel nuovo programma Unhcr per i rifugiati, ha raccontato, durante un’intervista televisiva, una storia emblematica, quella di una mamma siriana che vive con la famiglia in un campo profughi, la quale alla sua richiesta di esprimere il sogno più importante per sua figlia, risponde che spera per lei una buona educazione, non una bella casa, un buon matrimonio. Partire dalla scuola, che affianca (e qualche volta è costretta a supplire) la famiglia è importante. Ma che sia una scuola paritaria dove le differenze, soprattutto quelle relative alle abilità, siano azzerate e convertite, con un atto di resilienza, in vantaggi per ogni alunna e alunno, come sottolineano i due articoli che leggerete qui, perché si invoca una scuola a portata di accesso per tutte le ragazze e tutti i ragazzi del mondo che spesso devono sopportare ore di cammino a piedi e attraversare posti anche molto pericolosi (da far sperare ai genitori che ritornino vivi la sera!) pur di arrivare alla scuola, da loro desiderata e amata a questo prezzo di sacrificio (molto interessante l’articolo in proposito).
La scuola, per noi che l’abbiamo sempre avuta realmente a due passi da casa, deve essere inclusiva per chi ha diverse capacità di apprendimento, altrimenti, e lo sottolinea l’altro articolo che tratta questo argomento, ci sarà una disparità effettiva e un carico di sofferenza enorme. Infatti, ce lo ricorda l’autrice, esistono diversi tipi di intelligenza ai quali mal si adattano i programmi scolastici tradizionali. Insieme a lei scopriamo che molte menti brillanti sono state dislettiche o discalculiche: da Carlo Magno a Napoleone Bonaparte, da Albert Einstein a John F. Kennedy al premio Nobel per la letteratura W.B. Yeats e a Leonardo da Vinci riconosciuto dal mondo intero genio a tutto tondo.
Partendo dalla scuola, e so che buona parte di voi lettrici e lettori siete insegnanti, si forma la società futura, di donne e di uomini che hanno interiorizzato le vite degli altri fatte conoscere dai migliori maestri e dalle migliori maestre.
Quelle per esempio delle tante donne che vengono ricordate in questo numero di Vitaminevaganti.com, partendo dalla storia del voto a questa metà del cielo, una storia lunga e per nulla facile, davvero una grande conquista.
Dopo Ada Negri poeta importante che racconterebbe nelle aule scolastiche della sua vita a Lodi, dove è nata, i luoghi, le strade a lei familiari, le donne incontrate presenti nella sua opera, passiamo alla vita da Nobel di Nadin Gordimer (protagonista di questa puntata delle Mille), o a quella di Alinda Bonacci Brumamonti o della Sabrina di Vita da strega.
Una di loro i ragazzi e le ragazze di oggi possono incontrarla davvero, soprattutto se vivono a Palermo. Si chiama Anna Corona, fa la liutaia, in un laboratorio “grande il giusto” in una parte residenziale del capoluogo siciliano. Anna, ci racconta l’autore, ha avuto l’amore per la musica e per gli strumenti musicali come fosse da sempre, con i primi laboratori sul balcone di casa dei genitori e con quella sega a nastro chiesta come regalo di laurea a confermare la sua appassionata dedizione.
Ritorna al passato il racconto di vita di Yang Jiang la scrittrice cinese, vissuta 104 anni, che forse davvero avrà detto (la troviamo qui negli Incontri impossibili): “
È nella crisi, nella tempesta, che si rivela la tempra di un individuo, sono le avversità a renderci forti. C’è chi ha interpretato questa mia distanza dalla politica come arroganza, senso di superiorità, ma non è affatto così: è la libera scelta di non naufragare nel mare impetuoso degli umori politici e delle convenzioni sociali.” Lei che trovava nella gentilezza lo splendido segreto della sua longevità.
Due riflessioni in chiusura dettate da emozioni colte tra le notizie dei telegiornali che si sono stampate in mente come fotografie eterne. Una riguarda gli accorati richiami di incoraggiamento alla propria città che si sentono arrivare anonimi da un grattacielo di Wuhan, la città blindata del coronavirus. La seconda è la dolce ninna nanna cantata in francese ai bambini, buona parte soli, senza genitori che l’accompagnano, impauriti e per questo restii a prendere sonno, da uno dei soccorritori della Ong europea Sos Mediterranée. Un canto dolce, consolatorio, profondamente umano.
Restiamo umani diceva spesso Vittorio Arrigoni (vedete articolo) che è morto a Gaza con il sogno di portare la pace; una farfalla gialla, la immaginiamo insieme alla senatrice Segre, che esce dal disegno di una bambina e vola alta sopra i fili spinati.
Buona lettura a tutte e a tutti

 

 

Editoriale di Giusi Sammartino

aFQ14hduLaureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpreti; Siamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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