Maria Alinda Bonacci, al voto nel 1860

Il 4 e 5 novembre 1860 si svolsero i plebisciti per l’annessione al Regno d’Italia delle legazioni delle Marche e dell’Umbria. Il quesito era così formulato: Volete far parte della monarchia costituzionale del Re Vittorio Emanuele II?.
Nella legazione delle Marche i Sì furono 133.783, pari al 99,10%, nella legazione dell’Umbria risultarono 97.040 Sì pari al 99,61%. Tra quei Sì c’era quello della giovane Maria Alinda Bonacci che così ricordò l’esperienza: «fanciulla oscura e timida con la scritta del SI sacra parola sporsi all’urna la trepida man, fra le ausonie giovinette io sola!».
Come fu possibile che a una donna, per giunta molto giovane, fosse concesso di esprimersi in una consultazione così importante? Ma, soprattutto, chi era questa donna?
Maria Alinda era nata a Perugia il 21 agosto 1841. Il padre, Gratiliano, di origini recanatesi, insegnava retorica presso il Collegio della Sapienza. Fu lui a occuparsi dell’istruzione della figlia che a otto anni già leggeva Dante e i classici, studiava francese, latino e greco. Maria Alinda, su incoraggiamento della madre, iniziò giovanissima a comporre versi di ispirazione religiosa, ma si interessava anche alla politica e ai moti risorgimentali.
Il 20 giugno 1859 a Perugia le truppe pontificie, inviate da papa Pio IX per reprimere la rivolta cittadina contro il dominio dello Stato della Chiesa, «parevano aver ripudiato ogni legge e irrompevano a volontà in tutte le case, commettendo omicidi scioccanti e altre barbarità sugli ospiti indifesi, uomini, donne e bambini» (“New York Times” del 25 giugno 1859). Pio IX, che secondo l’opinione pubblica internazionale aveva autorizzato il saccheggio e le stragi, definì queste accuse «maligna invenzione», tuttavia istituì la medaglia Benemeriti per la presa di Perugia da assegnare ai soldati che avevano partecipato all’impresa.
L’indignazione per tali fatti ispirò a Maria Alinda nei Canti nazionali versi patriottici e antipapalini, e fu per questo che ottenne il privilegio di partecipare col voto al plebiscito.
E qui mi fermerei su Alinda poetessa, perché confesso che non sono appassionata dei suoi versi che pure ebbero molta risonanza tra i letterati dell’epoca, apprezzo non lo stile dei suoi componimenti poetici, ma l’impegno, il coraggio di schierarsi, di prendere una posizione.
La sua fu anche una poesia civile, sempre presente a ogni appuntamento con la storia. Con animo sinceramente patriottico cantò la fiducia nel progresso, un po’ come fece Carducci, l’accostamento è mio e me ne assumo la responsabilità. Dal canto suo Carducci la conobbe nel 1877, quando venne a Perugia in veste di commissario agli esami di maturità, e, da trombone qual era (giudizio mio personale), proprio come una certa stampa di oggi, si permise di esprimere con cattiveria un giudizio negativo sul suo aspetto fisico, sulla sua fisicità di donna «la Brunachilde la vidi ieri sera; ed è peggio che nel ritratto» e quanto ai suoi versi li definì «profondamente antipatici».
Alinda sposò nel 1868 Pietro Brunamonti, docente di filosofia del diritto all’Università di Perugia.

Alinda. Foto di Terenzio Brighi
Alinda. Foto di Terenzio Brighi

A.B.B., come a volte si firmava, resta una figura di grande spessore e complessità. C’è un’Alinda che scrive per i giornali femminili dell’epoca, un’Alinda che scrive Ricordi di viaggio, e tanto altro, ma l’Alinda che preferisco è l’Alinda poetessa della flora umbra, l’Alinda innamorata dei fiori di campo.
Alinda aveva una profonda conoscenza della botanica e adorava fare passeggiate in campagna e nei dintorni della città. «Ho sperimentato che l’alito vivificante dei campi rinfresca lo stile e gli dona una certa vita luminosa e mobile» e ancora: «Pare che l’arte coltivata solo dentro uno studio chiuso e in mezzo ai libri puzzi alquanto di muffa e di polvere; coltivata invece a cielo aperto tra le ondate di puro ossigeno che versano le piante, riporti a casa e conservi poi anche tra le pareti e i libri mille salubri effluvi dell’aria fresca e pulita». Alinda realizzò un ricco erbario che purtroppo è andato perduto ma, abilissima pittrice autodidatta, ci ha lasciato un erbario di tavole eseguite da lei con tecnica mista: prevalentemente colori a tempera, ma anche acquerelli, inchiostro di china nei tratti sottili, ma anche pastelli, a volte la chiara d’uovo e forse la lacca per i rossi intensi. Per ogni fiore c’è appuntato un nome, una data, un luogo, così che abbiamo la sensazione di seguire Alinda nelle sue passeggiate.
«I fiori sono la gioventù delle cose; la fanciullezza, l’innocenza e l’amore della terra»; «…queste piccole finestre dell’anima, questi spiragli di luce, per cui siamo in comunicazione con l’universo, introducono al pensiero intimo la bellezza e la scienza».
Tutte queste belle tavole che lei aveva raccolto in due volumi sono state recuperate dopo la morte di Alinda e pubblicate postume.
All’avvicinarsi del primo centenario leopardiano, fu affidata a una donna, ad Alinda, la prolusione che avrebbe aperto le celebrazioni a Recanati. Quale figura più adatta di lei che aveva soggiornato a lungo a Recanati, che vi tornava spesso in visita della sorella Pia che abitava proprio nella piazzetta davanti alla residenza del poeta e che frequentava anche i discendenti di casa Leopardi?
Mentre stava lavorando a questa commemorazione, fu colpita da un ictus cerebrale che la lasciò viva e lucida, ma le impedì di fare le cose che amava di più: dipingere e comporre.
Così scrive alla sorella: «Pensando a Recanati mi torna in mente una campagna vicino alle fonti di S. Lorenzo, dove nascevano in abbondanza le giunchiglie a tazzetta, e i giacinti azzurri e i tulipani: e rivedo in fantasia quel campo col desiderio impotente di rivederlo e passeggiarvi ancora cogliendo fiori. Pia mia, sono avvilita, non sono più buona né a disegnare né a comporre un verso e ciò mi dà uno scoramento qualche volta profondo che neppure il pensiero religioso riesce a confortare».
Si spense a Perugia il 3 febbraio 1903 e riposa nel cimitero monumentale della città.

Appendice: piccole storie di targhe, di lapidi e di intitolazioni

Punto primo: una questione di targhe e lapidi.
Quando nacque Toponomastica femminile e cominciammo ad andare in giro a fotografare targhe, ci accorgemmo che se a Perugia si percorreva la via intitolata alla poetessa in un senso (da W a E) su una vecchia lapide di marmo il nome della via era scritto così: via Alinda Bonacci Brunamonti / poetessa / 1841 – 1903; ma se si percorreva la via nel senso opposto (da E a W), la moderna targa di metallo così riportava: via b. brunamonti. Noi denunciammo la cosa e il Comune corresse l’errore.
Interessanti sono le due lapidi volute dalla fratellanza artigiana di Porta S. Susanna per le case dove nacque e morì Alinda perché, pur nella retorica dell’epoca, testimoniano di un mondo artigiano ormai scomparso che rivendicava con «nobile orgoglio» l’appartenenza della poetessa allo stesso rione in cui tale fratellanza artigiana operava.

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Le tre targhe

Punto secondo: una questione di intitolazioni.
Ai miei tempi alle elementari non solo non c’erano classi miste, ma c’erano anche edifici divisi rigorosamente in due con ingressi separati o plessi diversi per maschi e per femmine. Io frequentavo la scuola elementare per sole femmine “A. Brunamonti”. IV circolo, come è scritto sulle pagelle. Mio fratello Carlo andava in una scuola per soli maschi a qualche centinaio di metri di distanza intitolata a “A. Fabretti”, I circolo. A sta per Ariodante, che fu patriota, politico e studioso, con particolare interesse per l’archeologia.
Quando ormai le classi miste divennero obbligatorie, si decise di accorpare le due scuole in un unico edificio. Non c’era più bisogno di due intitolazioni e la scuola si chiamò “A. Fabretti”. Ancora non c’era Toponomastica femminile!

 

 

Articolo di Paola Spinelli

Paola Spinelli. foto.jpg

Ex insegnante, ex magra, ex sindacalista, vive a Perugia alle prese con quattro gatti e i suoi innumerevoli hobby, ma è in grado di stare bene anche senza fare niente.

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