La Guerra fredda. La Repubblica Popolare Cinese di Mao Tse-Tung

Capitolo13_indice01_VitamineNel 1911 in Cina viene rovesciato l’Impero e istituita la Repubblica.
Il partito del Kuomintang, guidato da Sun Yat-Sen, si fa portavoce del nazionalismo della borghesia cinese contro l’imperialismo occidentale in Asia. Nel 1921 un gruppo di intellettuali, tra cui il giovane Mao Tse-Tung, un ex nazionalista influenzato dall’esempio della Rivoluzione Russa, fonda il Partito Comunista Cinese (PCC). In un primo momento il PCC filosovietico appoggia il Kuomintang in funzione anticolonialista. Ma l’alleanza tra il Kuomintang e il PCC ha vita breve. Chang Kai-Shek, leader moderato del Kuomintang dopo la morte di Sun Yat-Sen, rompe l’alleanza e reprime nel sangue le milizie comuniste mettendo fuori legge il partito per calmare le paure dei ceti più abbienti invece di difendere il Paese dall’espansione giapponese. Durante il governo di Chang Kai-Shek i comunisti, espulsi dalle città, iniziano lentamente a organizzare delle “basi rosse” nelle campagne. In un Paese arretrato e in cui l’industrializzazione è scarsissima, Mao Tse-Tung individua il soggetto rivoluzionario nelle masse rurali e non nella classe operaia, poco numerosa e presente solo nelle città, rovesciando così la rigida teoria marxista secondo cui l’unica possibile Rivoluzione è compiuta dal proletariato operaio urbano dei Paesi già industrializzati. Proprio il ruolo delle masse contadine nella Rivoluzione è una delle principali tesi per cui l’anarchico Michail Bakunin fu espulso dalla I Internazionale. Così le campagne cinesi, prima occupate dai latifondi, diventano la base del consenso comunista. Il PCC, attaccato dal governo di Chang Kai-Shek e non appoggiato dall’URSS che invece sostiene l’ortodossia marxista, subisce gravi perdite.
La ritirata comunista prende il nome di “Grande marcia” o “Lunga Marcia” e fa di Mao Tse-Tung il leader indiscusso del PCC.

L’invasione giapponese della Cina negli anni Trenta costringe i due partiti a costituire un fronte unico di difesa nazionale. Ma a questo punto le vicende asiatiche si legano a quelle della II Guerra mondiale, con il conseguente annientamento del Giappone. La sconfitta giapponese dà alla Cina l’indipendenza definitiva, riconosciuta dalle potenze europee. In quanto alleata degli Stati vincitrici, la Cina ottiene un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Ma la fine della guerra riapre anche le ostilità tra il Kuomintang e il PCC.
Nel dopoguerra il Kuomintang, corrotto e autoritario, è di fatto portavoce degli interessi dei proprietari terrieri contro i comunisti, che invece promettono riforme agrarie a vantaggio della popolazione contadina. Chang Kai-Shek continua a portare avanti la repressione anticomunista, sperando nell’appoggio USA, che invece non intervengono militarmente ma solo diplomaticamente. Pur senza l’aiuto sovietico, i comunisti hanno la meglio grazie all’appoggio popolare. Le milizie del PCC entrano a Pechino. Chang Kai-Shek si rifugia nell’isola di Taiwan, protetto dalla flotta statunitense.

Foto 1. MAO

Nel 1949 viene proclamata ufficialmente la nascita della Repubblica Popolare Cinese con capitale Pechino. Il nuovo Stato comunista viene riconosciuto dall’URSS e dalla Gran Bretagna ma non dagli Stati Uniti, che invece riconoscono come legittimo governo cinese quello di Chang Kai-Shek a Taiwan. Il seggio all’ONU viene attribuito al governo nazionalista di Taiwan e non a quello comunista di Pechino. Il governo della Repubblica Popolare nazionalizza le banche e le industrie e stipula un trattato di amicizia con l’Unione Sovietica.
Gli anni Cinquanta e i decenni successivi vedono incrinarsi sempre di più la coesistenza tra l’Unione Sovietica e la Cina. Mentre la prima punta al mantenimento di uno status quo bipolare per mantenere la guida indiscussa del blocco socialista, la seconda tende ad appoggiare i movimenti rivoluzionari di tutto il mondo in funzione antimperialista. Su questa spinta i movimenti rivoluzionari delle sinistre extraparlamentari europee simpatizzano più con la Cina maoista che con l’URSS. Inoltre, sia nella teoria politica che nell’economia agricola, la Cina si allontana sempre più dall’ortodossia marxista-leninista tanto cara a Mosca. Per inseguire una crescita economica vertiginosa e al tempo stesso soddisfare i bisogni alimentari di una popolazione numerosissima e in continuo aumento, le masse rurali cinesi vengono sottoposte a ritmi di lavoro sempre più estenuanti e a un controllo rigidissimo. Da qui la rottura fra l’URSS e la Cina si fa sempre più drastica. L’URSS accusa la Cina di “avventurismo” e di “settarismo”, e di spaccare il movimento comunista cercando invano di far sì che questo condanni unanimemente l’eterodossia cinese; la Cina invece accusa i leader sovietici di “acquiescenza all’imperialismo” e di essere dei nuovi Zar.

foto 2

Nel 1950 la Cina maoista invade il Tibet. Con il pretesto di abolire la servitù della gleba, l’esercito cinese impone alla regione himalayana la lingua e cultura cinesi e l’ateismo comunista e dichiara illegale il governo autonomo di Lhasa, gestito dal XIV Dalai Lama Tenzin Gyatso (foto precedente).

La rivolta spontanea del popolo tibetano viene duramente repressa nel sangue e il Dalai Lama, suo leader spirituale, si rifugia in India istituendo un governo in esilio. Tutti i governi della comunità internazionale non riconoscono il governo in esilio del Dalai Lama ma considerano il Tibet come legittimo territorio cinese.

Intorno al 1968, il governo cinese aprirà una nuova fase repressiva nota come Rivoluzione culturale”: burocrati, tecnici, insegnanti, dirigenti, intellettuali e artisti verranno colpiti dalla nuova ondata di violenza portata avanti dalle “guardie rosse”, torturati e rinchiusi in “campi di rieducazione” in nome dell’“autentico pensiero di Mao”. La “Rivoluzione culturale” esaspererà l’ostilità verso tutto ciò che è religioso o spirituale, fino alla distruzione di gran parte dei templi buddhisti del Tibet.

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Articolo di Andrea Zennaro

4sep3jNIAndrea Zennaro, laureato in Filosofia politica e appassionato di Storia, è attualmente fotografo e artista di strada. Scrive per passione e pubblica con frequenza su testate giornalistiche online legate al mondo femminista e anticapitalista.

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