Il Giorno del ricordo

La legge e le critiche degli storici
Per iniziativa del secondo governo Berlusconi, la legge numero 92 del 30 marzo 2004 introduce la solennità civile del Giorno del ricordo il 10 febbraio «al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale». Solo quattro anni prima, il precedente governo di centrosinistra aveva reso l’Italia uno dei primi Paesi a commemorare le vittime della Shoah il 27 gennaio, anniversario della liberazione del campo di Auschwitz da parte dell’Armata rossa, ben prima che le Nazioni Unite, con la risoluzione 60/7 del 2005, incoraggiasse tutti i Paesi a fare lo stesso. Numerosi storici esprimono dure critiche alla legge. Giovanni De Luna osserva che «Per la destra era una rivincita ma anche la possibilità di cogliere l’occasione per procedere, senza più infingimenti e cautele, a una equiparazione tra foibe e Shoah», Franco Cardini ritiene che il Giorno del ricordo di fatto si contrapponga alla Giornata della memoria, Enzo Collotti lo definisce «un ambiguo contraltare del Giorno della memoria» e sottolinea che «delle vittime delle foibe e dei dolori e delle sofferenze di coloro che condivisero l’esodo istriano ai politici che ne vogliono monumentalizzare il ricordo in un secondo ambiguo Giorno della memoria interessi relativamente poco. Sono in gioco esclusivamente interessi elettorali. Ad una cultura legata ai valori della Resistenza e dell’antifascismo si va sostituendo una cultura diffusa fatta di vere e proprie falsificazioni». Ancor prima della discussione della legge, il 27 giugno 2000 la commissione storico-culturale italo-slovena, costituita nel 1993 sotto l’egida dei ministeri degli esteri dei due Paesi e formata da storici sia italiani sia sloveni, aveva approvato all’unanimità il testo definitivo del proprio lavoro comune, Relazioni italo-slovene 1880-1956, che, purtroppo, non ha fino a ora avuto in Italia alcuna diffusione ufficiale. Domandarsi se sia perché l’impostazione oggettiva e fattuale di quel testo andrebbe in contraddizione con la vulgata che si è preferito diffondere a livello politico e mediatico in questi anni non pare peregrino. Eppure Relazioni italo-slovene 1880-1956 potrebbe aiutare almeno a ristabilire corretti dati fattuali dai quali partire per una seria analisi di un fenomeno complesso.
Nel dibattito sulle foibe gli storici vengono relegati in secondo piano fin dalle polemiche che accompagnano l’approvazione della legge. La proposta, presentata dall’on. Roberto Menia, trova un consenso quasi unanime. Una delle poche voci contrarie è quella del deputato Franco Giordano, che motiva la sua scelta affermando che «non si può dedicare una giornata della memoria, al pari del 25 aprile e di quella dell’Olocausto, in quanto stiamo parlando di fenomeni che non sono assolutamente equivalenti e la proposta di renderli equivalenti in realtà allude ad un processo di revisionismo storico che cambia la natura dello Stato e della Costituzione antifascista». Ci si divide però sulla data: il centrodestra, su proposta delle associazioni degli esuli, caldeggia il 10 febbraio, mentre  il centrosinistra replica con il 20 marzo, giorno della partenza dell’ultimo convoglio di profughi italiani da Pola. Il senatore Servello (ex Msi) illustra le ragioni della scelta del centrodestra: il 10 febbraio è «il giorno del Trattato di Parigi che impose all’Italia la mutilazione delle terre adriatiche». La data scelta suggerisce un nesso causale tra la pace imposta dalle potenze cui l’Italia aveva dichiarato guerra da un lato e le foibe e l’esodo dall’altro, e fa sì che siano ricordati esattamente due settimane dopo la giornata della memoria della Shoah. Ne deriva una certa confusione, come prova l’iniziativa di alcuni comuni di fare economia celebrando il Giorno della memoria e quello del ricordo in un unico evento posto a metà tra le due date. Inoltre, come osserva Carlo Spartaco Capogreco, «nelle “leggi memoriali” sulla Shoah (2000) e sulle foibe (2004) l’omissione del contesto storico e, perfino, del termine “fascismo” non aiutano gli italiani di oggi a “fare memoria” realmente», anzi fanno correre seriamente il rischio di «legalizzare il ricordo di crimini (altrui) sull’oblio di altri crimini (i nostri)». Dal 2005, ogni 10 febbraio, su molti mezzi d’informazione italiani viene raccontata una versione parziale e distorta di quanto accaduto a Trieste, in Istria e in tutta quanta la “Venezia Giulia” nella prima metà del Ventesimo secolo. Foibe e esodo sono collegati in modo sempre più stretto e frequente, fino a sovrapporsi; il Giorno del ricordo dà a tale sovrapposizione il crisma dell’ufficialità, con la conseguenza che le foibe sono presentate come causa immediata dell’esodo. Le “foibe” e l’“esodo” non sono eventi a sé stanti, non possono essere estrapolati da una situazione storica di violenza e di sopruso di oltre vent’anni, né dai crimini avvenuti durante l’occupazione della Jugoslavia. «Senza conoscere la catena di eventi che scatenò reazioni di tal genere, non è possibile dare una chiave di interpretazione corretta a quegli avvenimenti e il Giorno del ricordo, anziché essere un’occasione di riflessione storica, rimarrà esclusivamente uno strumento politico» afferma lo storico Piero Purini, ma, a livello mediatico, «della più complessa vicenda del confine orientale», pure citata nella legge, generalmente proprio non si parla. Per comprenderla sarebbe innanzitutto necessario conoscerla e analizzarla in un contesto europeo, e non italocentrico, di lungo periodo, sapendo che si dipana in un’area caratterizzata dal continuo, violento spostamento a est del confine orientale d’Italia, con la conseguente “italianizzazione” forzata delle popolazioni slavofone, cominciato con la Prima guerra mondiale, portato avanti con fanatismo dal regime fascista e culminato nel 1941 con l’invasione italotedesca della Jugoslavia. Questa consapevolezza porterebbe alla luce il non detto di molte ricostruzioni, dai crimini commessi dalle autorità italiane durante la guerra nei Balcani – stragi, deportazioni, internamenti in campi sparsi anche per la nostra penisola – che alimenta la falsa credenza negli “Italiani brava gente”, alla rimozione del carattere multietnico dell’opposizione armata al nazifascismo in quell’area. Lì anche il confine, parafrasando il titolo di un importante libro dello storico Piero Purini, è un mondo di “metamorfosi etniche”, di  identità multiple e continui spostamenti di popolazioni; la frontiera è, anche nel secondo dopoguerra, porosa e permeabile, «una zona di nessuno, un territorio misto, i cui abitanti sentono spesso di non appartenere veramente ad alcuna patria ben definita» secondo Claudio Magris.

Il “confine orientale”
L’area del “confine orientale” si trova in quel territorio che all’inizio del Novecento è chiamato Litorale austriaco ed è situato alla confluenza delle tre macro-aree linguistiche più grandi d’Europa: la neolatina, la germanica e la slava. Di conseguenza la popolazione è mista, l’identità linguistica non nettamente definita, il plurilinguismo estremamente diffuso tanto che a Pola si dice che «el più stupido omo parla quattro lingue». Negli ultimi decenni dell’Ottocento e all’inizio del Novecento, il forte sviluppo industriale determina una forte immigrazione e un aumento esponenziale della popolazione dell’intera regione. Trieste in particolare ha nel 1914 un numero doppio di abitanti rispetto al 1870 e quasi decuplicato rispetto agli inizi dell’Ottocento. Sloveni e Croati tendono a assimilarsi alla componente italiana, in quanto cultura dominante, e solo alla fine dell’Ottocento la spinta all’assimilazione conosce una battuta d’arresto, a causa di una maggiore coscienza nazionale dovuta all’apertura di numerose scuole slovene, l’aumento dell’immigrazione che rende i nuovi arrivati meno vulnerabili, la nascita di una coscienza di classe nel proletariato che si contrappone alla borghesia italiana, e infine la politica delle autorità austriache che, temendo il crescente peso dell’irredentismo italiano, tentano di contrapporvi le altre nazionalità. La variegata popolazione italofona di Trieste è composta da autoctoni residenti in città da molte generazioni, italiani immigrati da altre zone dell’impero austroungarico e cittadini italiani – i “regnicoli” – residenti a Trieste ma privi della cittadinanza austriaca.
Il censimento del 1910 registra nel Litorale una popolazione totale di 928.046 persone, di cui 354.908 Italiani, 466.730 Sloveni e Croati, 39.798 di altra lingua e 66.611 cittadini stranieri, compresi i regnicoli, stimando l’appartenenza nazionale in base all’ambiguo criterio alla “lingua d’uso”, poiché può essere interpretato tanto come lingua d’uso nelle relazioni interpersonali e lavorative quanto come lingua d’uso in famiglia. Le rilevazioni sono affidate a funzionari dei comuni, in buona parte guidati dal partito liberalnazionale, cioè dalla borghesia irredentista italiana, per cui le autorità imperiali, ritenendo che gli addetti alla rilevazione avessero censito come Italiani una parte significativa dei bilingui e trilingui, in alcune zone procedono a una revisione dei dati: per esempio a Trieste gli Italiani passano da 170.000 a 148.398, mentre gli Sloveni da 38.000 a 56.917. Durante la guerra il Litorale subisce un grave spopolamento: a Trieste, che nel 1914 conta 243.000 abitanti, alla fine della guerra la popolazione si riduce a sole 150.000 unità. Dopo l’annessione all’Italia, le nuove autorità via via rendono più difficile la permanenza di coloro che non sono italiani e ostacolano il ritorno degli sfollati di nazionalità slovena, croata o tedesca: ai reduci dell’esercito austriaco è permesso di restare nel Litorale solo se nativi del territorio e anche i civili non Italiani cominciano a subire pressioni. Nel marzo del 1919 gli emigrati dalla Venezia Giulia in Jugoslavia oscillano già dalle 30.000 alle 40.000 persone, di cui 15.000 alloggiate in campi profughi, e, solo a Lubiana, sono presenti quasi cinquemila profughi dichiarati. Contemporaneamente vengono insediate migliaia di neo-immigrati dal regno, in primo luogo membri delle forze dell’ordine, carabinieri, agenti di polizia penitenziaria e funzionari dell’amministrazione pubblica necessari per il controllo dei “territori redenti”. La politica dell’Italia è analoga a quella adottata nei confronti dei territori coloniali e il numero delle forze militarizzate che rappresentava i presenti nella Venezia Giulia aumenta a dismisura: 47.000 unità contro le 25.000 del periodo asburgico. Nel censimento del 1921 i nuovi abitanti di Trieste provenienti dal regno arrivano circa al 10 per cento della popolazione complessiva e negli anni del fascismo l’immigrazione ha nuovo impulso a causa della politica fascista di italianizzazione dei nuovi territori, ormai definita ufficialmente “bonifica etnica”. Tra il 1918 e il 1931 sono 128.897 gli italiani immigrati nella Venezia Giulia, e nel 1931 un abitante su sette risulta essersi stabilito nella Venezia Giulia dopo la guerra. Il regime fascista conduce una politica di “snazionalizzazione” delle minoranze croata e slovena attraverso l’annientamento di tutte le loro iniziative economiche e culturali, la chiusura di tutte le scuole non italiane in seguito alla riforma Gentile del 1923, una serie di violenze squadriste contro singoli e istituzioni, di cui è emblema, il 13 luglio 1920, l’incendio del Narodni dom, la casa del popolo cuore culturale e simbolico delle comunità slovena, croata e ceca di Trieste, la cancellazione del croato e dello sloveno dalla toponomastica, attribuendo nuovi toponimi in italiano, la campagna per il cambiamento dei cognomi e nomi “allogeni” e la loro “restituzione” in italiano (spesso chi mantiene il cognome slavo non ha accesso al posto di lavoro). La politica di “snazionalizzazione” dà buoni risultati; tra le due guerre circa 100.000 Croati e Sloveni emigrano soprattutto in Jugoslavia, Argentina, Brasile, Francia, Belgio, Austria, Egitto. Contro la politica di bonifica etnica e le violenze fasciste nascono movimenti clandestini di resistenza nazionale, quali il Tigr – acronimo di Trieste, Istria, Gorizia e Fiume (Rijeka) – e Borba (Lotta). Il Tribunale speciale per la difesa dello Stato, istituito nel 1926 e le cui sentenze sono inappellabili, è largamente impiegato contro gli Sloveni e i Croati: i processi a loro carico sono 131, gli anni di carcere irrogati a residenti nella Venezia Giulia 4.893 (il 17 per cento delle condanne complessive emesse dal Tribunale in tutta Italia), le condanne a morte 33 su 42 totali, le condanne eseguite 23 su 31.

L’occupazione italiana della Jugoslavia
Le forze d’occupazione italiane reagiscono subito con estrema durezza ai primi fenomeni di resistenza nei Balcani, poche settimane dopo la resa dell’esercito jugoslavo, nell’estate del 1941.
In Slovenia la svolta avviene nell’inverno del 1942, quando i comandi militari ricevono l’autorizzazione a operare senza più l’intromissione delle autorità civili, e l’inizio di questa nuova fase repressiva coincide con la costruzione di una vera e propria cintura di filo spinato e posti di blocco attorno a Lubiana, nella notte tra il 22 e il 23 febbraio del 1942. Dopo la fine della guerra viene smantellato, creando sulle sue tracce il Pot (Sentiero della Rimembranza), una pista ciclabile di 34 km, disseminata di sculture, pietre commemorative, pannelli esplicativi, che la rendono il più grande monumento antifascista d’Europa. Nei mesi successivi al febbraio 1942, poi, una serie di rastrellamenti sempre più massicci semina morte e distruzione in Slovenia, Croazia, Bosnia ed Erzegovina. Mario Roatta è a capo dell’esercito italiano in Jugoslavia nei mesi centrali dell’occupazione e imposta la strategia su un sistema di ampie alleanze militari con le realtà locali disposte a collaborare in una logica anticomunista, e una durissima repressione, codificata nella famosa circolare 3C (emessa in due versioni nella primavera e poi nell’estate del 1942) che identifica esplicitamente i civili come possibili favoreggiatori dei partigiani e dunque obiettivo privilegiato delle operazioni repressive. Nel febbraio 1943 gli succede Mario Robotti, noto soprattutto per un atteggiamento particolarmente cinico verso le vittime delle repressioni italiane, esemplificato dalla famosa annotazione: «Si ammazza troppo poco»! Gli Sloveni fucilati dagli italiani sono tra i 1.500 e i duemila; cinquemila montenegrini sono vittime dell’ondata repressiva dell’estate 1941, mentre le vittime dell’internamento italiano sono circa centomila, tra cui si contano cinquemila morti per fame, malattie, inedia. L’internamento dei civili jugoslavi rappresenta quello numericamente preponderante nell’ambito più generale dell’internamento civile fascista e le dure pratiche d’internamento “a tappeto” realizzate dall’Italia fascista nei due maggiori campi – Arbe e Melada – rientrano fra i crimini di guerra. Dopo la guerra la storia dei campi allestiti, tra il 1940 e il 1945, dal Regno d’Italia e dalla Repubblica di Salò, è pressoché rimossa dalla memoria collettiva e i campi diventano luoghi dell’oblio.

Le foibe
Ogni anno i mezzi di informazione ripetono che gli “infoibati” tra 1943 e 1945 sono almeno diecimila e si parla spesso di un genocidio della popolazione italiana paragonabile alla Shoah per crudeltà se non per i numeri. Le foibe sono grandi inghiottitoi, ovvero i punti su una superficie carsica in cui l’acqua penetra o sprofonda nel sottosuolo formando caverne verticali o pozzi, tipici della regione carsica e dell’Istria. Tra il settembre 1943 e il maggio-giugno 1945 vi sono due ondate di esecuzioni collettive da parte delle forze di resistenza jugoslave; il numero dei morti in Istria dopo l’8 settembre 1943 è stato frequentemente gonfiato. Secondo gli storici si può al massimo parlare di 400 – 500 vittime e il numero delle persone realmente “infoibate” – cioè gettate nelle voragini carsiche – è inferiore, tra le 250 e le 300. Dopo l’8 settembre 1943 l’Italia crolla; in Istria si verifica una sorta d’insurrezione popolare e si formano le prime formazioni partigiane, composte da Croati e da Italiani. I maggiorenti fascisti sono già fuggiti, restano pesci piccoli legati al regime: piccolo borghesi, commercianti, professionisti, maestri di scuola. Molti di loro sono arrestati e concentrati in varie località, un tribunale di guerra svolge indagini sugli arrestati e una settantina di persone è condannata a morte. All’inizio dell’ottobre 1943 i Tedeschi cominciano a occupare l’Istria e le forze partigiane non sono in grado di far fronte alla Wehrmacht e perciò  decidono di sbarazzarsi dei prigionieri, in molti casi fucilandoli frettolosamente o rilasciandoli. Durante l’occupazione dell’Istria, nell’ottobre del 1943, i Tedeschi fanno decisamente molte più vittime e deportano moltissimi istriani a Dachau e in altri campi di concentramento, ma di questo non parla quasi nessuno. A guidare la repressione sul Litorale adriatico è mandato Odilo Globo
čnik, uno degli alti ufficiali nazisti più vicini a Himmler. Il suo staff sfrutta la questione foibe in funzione antibolscevica; i corpi decomposti delle vittime istriane sono recuperati, le loro foto affisse nelle vi cittadine e vengono pubblicati opuscoli sull’argomento. Le autorità fasciste di Salò si agganciano immediatamente a quel filone, e l’azione propagandistica acquisisce un’enorme risonanza, collegandosi poi a guerra finita alla questione delle foibe triestine e goriziane del 1945. Le vittime di questa seconda ondata di esecuzioni, essendosi i nazisti dati alla fuga, sono prevalentemente collaborazionisti e partigiani italiani, esponenti della resistenza “moderata”. Fra i soldati italiani dell’esercito occupante in Jugoslavia, circa 50.000 dopo l’8 settembre del 1943 decidono di resistere ai Tedeschi; col tempo saranno costituite due divisioni partigiane interamente italiane – Italia e Garibaldi – che combattono agli ordini dell’esercito di liberazione jugoslavo fino alla fine della guerra; mentre molti volontari italiani restano inquadrati come singoli o piccoli gruppi nelle unità jugoslave. Le forze legate alla resistenza jugoslava, compresi diversi reparti formati da partigiani italiani comunisti, si scontrano con le forze della resistenza italiana “moderata”, che non riesce a capire che la frontiera stabilita nel 1920 a Rapallo è ormai obsoleta e pensa ancora di poter conservare il vecchio confine, privando la nazione slovena di un quarto del suo territorio. Alcuni esponenti della resistenza italiana sono arrestati e rinchiusi nelle prigioni dell’Ozna, la polizia segreta della Jugoslavia, rimanendovi per qualche mese e alla fine del 1945 alcuni sono fucilati. Grazie all’intervento di uno dei capi comunisti sloveni, Boris Kraigher, i membri del Cln incarcerati a Trieste sono tutti rilasciati tranne uno. Uno dei capi del Cln di Trieste, Giovanni Paladin, pubblica un elenco di trenta partigiani del Corpo volontari per la libertà a suo dire deportati o “infoibati”. Tra questi troviamo i nomi di alcuni morti in prigionia, ma anche di altri che riescono a ritornare dopo alcuni anni. Non sono coinvolti in queste vicende i Cln di Fiume, Pola e dell’Istria poiché nascono solamente dopo la fine della guerra e non partecipano quindi alla lotta antifascista. Dopo il 1° maggio 1945, secondo i dati di uno studio sugli scomparsi, coordinato negli anni Cinquanta dal commissariato generale del governo per il Territorio di Trieste, i morti per diverse cause – “infoibati”, fucilati o deceduti per malattia – sono 645; i deportati che poi rientrano dai campi jugoslavi 1.239; quelli che non ritornano 1.982. Dunque, secondo questa indagine ufficiale il numero totale delle vittime per mano jugoslava nel periodo dopo la liberazione non dovrebbe superare i 2.627. Sono cifre che le autorità italiane hanno a disposizione già nel 1959, ma non sono mai state pubblicate. Emblematica è anche la vicenda della “foiba” di Basovizza, una miniera di carbone mai entrata in funzione e utilizzata dagli abitanti del luogo come discarica, dichiarata nel 1992 monumento nazionale in quanto vi sarebbero stati gettati centinaia, se non migliaia di cadaveri. In realtà, quando prendono il controllo di Trieste, dopo il 12 giugno 1945, gli Alleati sono sollecitati dalle forze politiche italiane a esplorarla e vi trovano i resti di 150 persone, tutti soldati tedeschi e un civile, e carogne di cavalli. Negli anni successivi sono fatti altri sopralluoghi da speleologi triestini e anche dall’esercito italiano, senza alcun esito. Negli anni Cinquanta il pozzo di Basovizza è usato per un certo periodo come discarica dal comune di Trieste e gli Alleati, prima di abbandonare Trieste nel 1954, vi gettano a loro volta molta ferraglia. Successivamente, una ditta locale ottiene il permesso di sgomberare la “foiba” da quel materiale, per poterlo riutilizzare come ferrovecchio, ma nemmeno gli operai che ci lavorano trovano resti umani. Nel 1959 il pozzo è sigillato con una lastra di pietra, affinché nessuno possa procedere a ulteriori indagini e il 10 febbraio 2007 vi è ufficialmente inaugurato il nuovo sacrario in onore dei martiri delle foibe.

L’esodo
L’esodo è presentato come conseguenza di un tentativo di genocidio degli Italiani in quanto tali, ovvero le foibe. I numeri dei profughi/e sono nebulosi perché servono allo Stato italiano alla Conferenza di pace, quale dimostrazione dell’attaccamento della popolazione all’Italia e proprio per questo sono inattendibili. La verifica più facile, rispetto al numero comunemente divulgato  di 350.000, consiste nel prendere e sommare le cifre fornite per le varie ondate: da Zara e da Pola, ipotizzando che se ne siano andati tutti gli abitanti censiti nell’anteguerra, rispettivamente 21.372 e 32.000; da Fiume 38.000, e si tratta della stima più alta; dalla zona B del Territorio libero di Trieste 40.000 (anche in questo caso è la stima più alta); dai territori annessi alla Slovenia dopo il trattato di pace, cioè dalla parte orientale e settentrionale dell’ex provincia di Gorizia, 21.322. Il risultato è 152.694 persone, quasi 200.000 in meno del numero “canonico”. Anche i numeri del censimento effettuato dall’Opera per l’assistenza ai profughi giuliani e dalmati, Oapgd, più conosciuta come Opera profughi, agli inizi degli anni Cinquanta sono tutt’altro che affidabili. L’Opera profughi reperisce 140.091 persone con la qualifica ufficiale di profugo rilasciata dalle prefetture e 4.553 profugh* decedut* dopo l’emigrazione, a cui  aggiunge 46.260 persone non materialmente reperite, verosimilmente emigrate all’estero, e altre 10.536 persone che non hanno avuto la qualifica di profugh* ma che, a dire dell’Opera profughi, “non potevano essere escluse”, compresi i familiari acquisiti dopo l’emigrazione. In questo modo l’Opera profughi è arrivata a “censire” 201.440 profugh* ai quali ha però aggiunto 50.00 persone “presumibilmente” sfuggite al censimento, arrivando così a 250.000 profugh*. Questo tipo di “censimento” è alla base di tutte le ancor più fantasiose quantificazioni successive. Padre Flaminio Rocchi, artefice della cifra “ufficiale” dei 350.000, aggiunge al numero dei profugh* anche quell* mort* prima dell’esodo! Anche sull’arco temporale dell’esodo non c’è chiarezza; comincia nella primavera del 1941, con l’esodo da Zara decretato dalle autorità militari italiane in previsione dell’attacco alla Jugoslavia e coinvolge alcune migliaia di persone. Dopo la fine della guerra, già a margine della Conferenza di pace il, ceto dirigente istriano comincia a pianificare l’emigrazione della popolazione in caso di assegnazione dei territori contesi alla Jugoslavia, e a progettare il suo insediamento nel goriziano e a Trieste. Se ne vanno quindi non solo  Italiani, ma anche Sloveni e Croati, come attestano le stesse organizzazioni dei profughi, anche perché il diritto a optare per la cittadinanza italiana non è  legato alla nazionalità, bensì alla “lingua d’uso italiana”. Inoltre, l’esodo è l’intensificazione di un processo, già in atto precedentemente, di spostamento degli Italiani dalle zone del confine orientale verso il “triangolo industriale”, che infatti è una delle principali zone d’insediamento dei profughi del dopoguerra. Se teniamo conto che la data limite “ufficiale” è il 1958 e in realtà le persone hanno la qualifica di profugh* anche più tardi, definirlo un unico esodo è piuttosto azzardato. Secondo lo storico Sandi Volk «ridurre tutto a una “partenza degli italiani per rimanere italiani” è una spiegazione politica che non spiega nulla, in ciò speculare a quelle date da parte jugoslava secondo cui quelli che se ne n’erano andati erano tutti fascisti ovvero “sfruttatori del popolo”». Al termine del Secondo conflitto mondiale in Europa vi sono diversi esempi di spostamenti forzati di popolazione, ma tra Italia e Jugoslavia non avviene uno scambio di popolazioni, anche se la prima l’aveva proposto durante le trattative di pace, né un esodo forzato, e l’impatto dell’insediamento dei/le profughe/i è decisamente minore rispetto a quello di altri paesi europei, come per esempio la Grecia con il suo milione di profugh* su quattro milioni e mezzo di abitanti.

Conclusioni provvisorie e forse non del tutto imprevedibili
Negli ultimi anni il lavoro di alcuni/e storici e storiche impegnati/e nella ricerca di fonti e dati attendibili sulle foibe e sull’esodo, appunto per trovare una verità storica e smantellare mistificazioni funzionali a un uso politico della storia, è stato tacciato di negazionismo e proprio in questi giorni, il 21 gennaio, è stata presentata la proposta di legge «Nuove misure per punire il negazionismo e attribuzione alle associazioni di esuli Fiumani, Istriani e Dalmati di un ruolo primario per difendere la storia del confine orientale». Autore della proposta, firmata da tutto il gruppo alla Camera, è il deputato di Fratelli d’Italia Walter Rizzetto, transitato dal movimento 5stelle a Fratelli d’Italia, che non evidenzia nel suo profilo competenze di storico; dopo la maturità classica, si iscrive a Giurisprudenza senza  però laurearsi e lavora come libero professionista nell’ambito commerciale. Da deputato propone l’abrogazione della Legge Mosca sulle specificità pensionistiche dei sindacalisti e l’introduzione di norme a tutela dei diritti degli animali. In una nota relativa alla sua ultima e recente proposta di legge Rizzetto dichiara: «Chiediamo che le associazioni di esuli siano interpellate dagli enti locali prima di autorizzare o concedere spazi per lo svolgimento di eventi sulle foibe, e che siano le sole ad essere coinvolte nell’elaborazione dei piani di formazione ed insegnamento nelle scuole, per garantire una testimonianza autentica di quegli accadimenti per troppo tempo occultati. Ciò anche allo scopo di estromettere enti e soggetti che in passato, nell’intraprendere tali iniziative sulle foibe, hanno rappresentato quei tragici fatti in modo distorto per meri fini politici. Chiediamo inoltre una modifica al codice penale affinché sia previsto specificamente come reato l’apologia e negazione degli eccidi delle foibe». Il testo presentato da Fratelli d’Italia richiede una variazione dell’Art. 604-bis, terzo comma, del Codice Penale, con l’inserimento dopo le parole: «apologia della Shoah», delle seguenti: «dei massacri delle foibe». Il cerchio si chiude: le foibe sono assimilate alla Shoah, le uniche depositarie della verità storica, fondata sulla «testimonianza autentica», e le uniche titolari della sua trasmissione nelle scuole sono le associazioni degli esuli, e per chi non si adegua c’è il Codice penale. Si tratta evidentemente di un’operazione politica perché in realtà la questione, per chi si occupa di storia e ne sa, non è negare le foibe, bensì contestarne l’uso politico e l’entità delle cifre riportate, per conoscere la verità storica e inserirla in una realtà oggi lontana e difficilmente comprensibile nella sua drammaticità.

 

 

Articolo di Claudia Speziali

mbmWJiPdNata a Brescia, si è laureata con lode in Storia contemporanea all’Università di Bologna e ha studiato Translation Studies all’Università di Canberra (Australia). Ha insegnato lingua e letteratura italiana, storia, filosofia nella scuola superiore, lingua e cultura italiana alle Università di Canberra e di Heidelberg; attualmente insegna lettere in un liceo artistico a Brescia.

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