A Davos davvero qualcosa è cambiato?

L’annuale appuntamento nella cittadina svizzera di Davos del World Economic Forum basato sul Report Nature Risk Rising questa volta sembra davvero averci presentato qualcosa di nuovo. Arrivato al suo cinquantesimo anniversario come occasione di incontro tra imprese, leader, economisti ed economiste, attori e organizzazioni non governative, il Wef è diventato Ong dal 2015 e si è, di edizione in edizione, aperto sempre di più a persone provenienti dal terzo settore e dalle associazioni, in aggiunta alle banche, al mondo della finanza e ai ricchi del Pianeta. Se si va sul sito del Wef si può consultare un video interamente dedicato a smontare i luoghi comuni su questa organizzazione, che vuole presentarsi con un’immagine friendly e rinnovata. Quanto ci sia riuscita nelle giornate dal 21 al 24 gennaio 2020, e se la sua non sia soltanto un’operazione di restyling esteriore, sarà da considerare molto attentamente.
Negli incontri di Davos si affrontano ogni anno le più importanti questioni e minacce a livello planetario. Per la prima volta nel 2020 i cinque maggiori rischi globali riguardano tutti un solo tema: l’ambiente, ed è questa la novità. Condizioni meteorologiche estreme, fallimento delle azioni per il clima, eventi naturali, perdita di biodiversità e disastri causati dall’uomo sono i cinque rischi globali che minacciano la Terra, secondo il Report realizzato con Pwc. Per questo molto spazio al Forum è stato dedicato ai temi del cambiamento climatico e della sostenibilità, con lo slogan “Stakeholders for a Cohesive and Sustainable World.” È interessante l’uso del termine stakeholder in luogo di shareholder, in questo motto. Forse si prova ad affrontare non solo il punto di vista degli azionisti, ma quello di tutti i portatori di interessi legati all’economia e si pronunciano espressioni come “Mondo coeso e sostenibile”. Per la prima volta le questioni legate al clima sono state interpretate come strettamente connesse ai temi economici e viste come una minaccia alle attività produttive, nei settori dell’agricoltura, delle costruzioni e alimentare: secondo il Report 44 miliardi di dollari sono a rischio.
La conferenza, cui hanno preso parte oltre 3000 leader, tra cui 57 Capi di Stato e di Governo, si è aperta con gli interventi del suo fondatore, Klaus Schwab, e di Ursula Van der Leyen, neopresidente della Commissione Europea, che della lotta al cambiamento climatico ha fatto la sua bandiera nel discorso di insediamento. Ma i pezzi forti del Meeting del 2020 sono stati i discorsi del Presidente Trump e di Greta Thunberg, il primo a rappresentare il mondo degli affari e la seconda come portavoce delle ragioni dei giovani e del variopinto mondo delle associazioni ambientaliste.

Greta a Davos
Greta a Davos

Greta Thunberg, che è arrivata a Davos con una Marcia per la giustizia climatica nei Grigioni e che già lo scorso anno dal Wef aveva gridato «Il nostro mondo è in fiamme», ha ricordato, insieme a dieci giovani changemakers, l’importanza del movimento mondiale del Fridays For Future, l’emergenza della questione climatica e le quasi inesistenti azioni concrete messe in atto dagli Stati. Secondo il Giec (Gruppo Intergovernativo sul cambiamento climatico) la probabilità di mantenere il riscaldamento globale entro 1,5 gradi, come richiesto dall’Accordo di Parigi, è al 67% e nel giro di otto anni potrebbe venire meno.
La giovane attivista svedese ha ricordato che, benché accolta con sorrisi e approvazione da tutti i leader mondiali, nominata “Persona dell’anno” dal “Time” e coccolata dai media, «la scienza e i giovani in generale non sono al centro del dibattito sul clima».
Dal canto suo Trump ha fatto un vero e proprio show, durante il quale si è scagliato contro gli ambientalisti (senza mai nominare Greta) definiti “profeti di sventura”, apocalittici e pessimisti. Ha sostenuto che gli Usa sono il numero uno dell’universo, che nella sua America c’è un boom mai visto, soprattutto nei campi del gas e del petrolio. E ha usato il palco del Wef per invitare i leader mondiali a investire i loro soldi nel Paese più florido al mondo, vantando i risultati raggiunti dagli accordi commerciali con la Cina, il Canada e il Messico. Il suo discorso ha avuto molto successo, perché tra il maggior numero di Ceo presenti al Forum mondiale la consapevolezza della gravità dell’emergenza climatica è assai scarsa. Nonostante l’abbandono dell’Accordo sul clima del 2015, Trump è sembrato ottenere parecchi consensi al Forum.
Tra le associazioni ambientaliste Greenpeace International, al solito, è stata la più audace. Nel rapporto It’s the finance sector, stupid ha portato dei dati che hanno messo in luce l’incoerenza e l’ipocrisia delle banche, dei Fondi pensione e delle Assicurazioni, che da un lato parlano di emergenza climatica e dall’altro distruggono il pianeta per fare profitti. Dalla firma dell’accordo di Parigi al 2018 le 24 banche presenti al World Economic Forum hanno finanziato l’industria dei combustibili fossili per circa 1.400 miliardi di dollari (più della somma prevista dalla Commissione Europea per il Green New Deal) e anche le cinque Agenzie assicurative sono andate nella stessa direzione.
Ma facciamo qualche nome: in prima linea tra le 33 banche globali che hanno versato complessivamente 1900 miliardi di dollari in combustibili fossili ci sono JP Morgan Chase, Citibank of America, RBC Royal Bank, Barclays, Morgan Stanley e Goldman Sachs.
Anche i Fondi pensione, molti dei quali presenti a Davos, sono stati messi sotto inchiesta da Greenpeace International perché nei loro portafogli hanno azioni di Exxon Shell e Chevron.
Le peggiori Assicurazioni sono quelle che hanno assicurato il carbone. Secondo Unfriend Coal AIG, la famosa compagnia assicurativa salvata dal Tesoro americano durante la crisi finanziaria del 2007/2008, è quella che ha il comportamento più scorretto, anche perché ha supportato un progetto del gigante del carbone Adani in Australia, ma non mancano nomi famosi come Lloyd’s.
Qualche piccolo passo, tuttavia, sembra sia stato fatto. Nella conferenza della cittadina immersa nelle nevi dei Grigioni si è cercato di limitare l’impatto ambientale, scoraggiando l’uso dei jet privati dei partecipanti, prevedendo sconti sui biglietti dei treni, vietando l’uso della plastica monouso, valorizzando il cibo locale e installando pannelli solari e geotermici.
Larry Fink di BlackRock, la più grande società di investimenti al mondo, ha dichiarato di voler investire 1000 miliardi (sui quasi 7000 che la società gestisce) in progetti compatibili con lo sviluppo sostenibile. Il Fondo Monetario Internazionale ha invitato a «investire in misure per frenare il cambiamento climatico». Il Wef ha cominciato a collaborare con la Croce Rossa e la Banca Mondiale per aumentare la mobilità sociale, dichiarando che un aumento di dieci punti nell’ascensore sociale porterebbe a +4,4% di crescita entro il 2030.
Non solo di questo si è parlato al Wef. Interessante il rapporto Oxfam che ha messo in luce, tra le altre cose, che le «donne a livello globale impiegano 12,5 miliardi di ore in lavoro di cura non retribuito ogni giorno, un contributo all’economia globale che vale almeno 10,8 trilioni di dollari all’anno, tre volte il valore del mercato globale di beni e servizi tecnologici», oltre all’aumento delle disuguaglianze.
Tra i panel più vivaci e innovativi la tavola rotonda cui ha partecipato l’economista Mariana Mazzucato e che ha avuto per oggetto il superamento del Pil come indicatore della ricchezza di un Paese.
Al Forum di Davos non c’era il Presidente del Consiglio Conte, che ha preferito presenziare alla firma del Manifesto di Assisi, il 25 gennaio, patrocinato dalla fondazione Symbola e dal Sacro Convento. Il Manifesto è un “Patto fra grandi imprese, economisti, associazioni e rappresentanti delle istituzioni con l’obiettivo di abbinare sostenibilità e crescita inclusiva nei territori per contrastare il cambiamento climatico”.
Anche in quella sede il Presidente di Confindustria Boccia, ricordando che l’Italia è prima nell’economia circolare, ha sottolineato che la sostenibilità conviene.

 

 

Articolo di Sara Marsico

Sara Marsico.400x400.jpgAbilitata all’esercizio della professione forense dal 1990, è docente di discipline giuridiche ed economiche. Si è perfezionata per l’insegnamento delle relazioni e del diritto internazionale in modalità CLILÈ stata Presidente del Comitato Pertini per la difesa della Costituzione e dell’Osservatorio contro le mafie nel sud Milano. I suoi interessi sono la Costituzione, la storia delle mafie, il linguaggio sessuato, i diritti delle donneÈ appassionata di corsa e montagna. 

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