Donne italiane nel Fascismo e contro il Fascismo

Il fascismo è parte integrante della storia d’Italia e d’Europa, non costituisce né un accidente, né una parentesi: è la nostra storia. Anche per questa ragione è difficile e non indolore – benché necessario – farci i conti. Perché è fenomeno recente e sono presenti nell’Italia di oggi elementi di continuità, quelli che storicamente si definiscono permanenze, nell’ordinamento legislativo, nella scuola e nella mentalità, nelle strutture profonde che determinano atteggiamenti e comportamenti individuali e sociali. Quindi parlare di ieri, o dell’altro ieri, è, per certi aspetti e in qualche modo, parlare anche dell’oggi, del presente. Non mi riferisco tanto agli striscioni e ai cori razzisti negli stadi, ai rigurgiti xenofobi e neppure ai partiti e ai movimenti e partiti neofascisti e/o postfascisti, che, più o meno consapevolmente, si ricollegano a valori o a parole d’ordine del ventennio. Penso piuttosto a strati più profondi, sommersi, in qualche maniera inconsapevoli di un certo senso comune collettivo; penso al fascismo che è in noi, senza che lo sappiamo. Ad esempio l’affermazione di Enzo Collotti, secondo il quale «la pretesa del fascismo era quella di omologare le coscienze, il vero nemico era il pluralismo culturale, nel senso tradizionale del termine ma anche in quello antropologico dei comportamenti», non si potrebbe in certa misura attagliare ad una società quale la nostra, caratterizzata da un marcato conformismo e da una accentuata e diffusa omologazione delle coscienze e soprattutto dei comportamenti? Credo di sì e ritengo che questo sia uno dei motivi per cui è sgradevole o irritante confrontarsi con il fascismo, perché corriamo il rischio di ritrovare in noi stessi in azione i medesimi meccanismi che garantirono a un regime, a posteriori esecrato, un consenso molto ampio. Ci tocca insomma riconoscere un dato di fatto scomodo – il consenso – e ragionare sull’importanza della responsabilità individuale, ieri come oggi. La tendenza, quindi, è a rimuovere, allontanare da sé lo scomodo passato che non passa, vivere in una sorta di presente permanente. Perciò l’attività degli storici, «il cui compito è di ricordare ciò che gli altri dimenticano» (Hobsbawm), è divenuta ancora più importante di quanto non fosse in passato. Del resto, come afferma Braudel, fine della storia «non è tanto il passato – un mezzo più che uno scopo – quanto la conoscenza degli uomini».
Il Novecento è stato un secolo estremamente complesso, assai difficile da indagare, comprendere, interpretare; davvero dopo il 1914 il mondo non è più stato come prima. Non è più possibile raccontare “una” storia o “la” storia del XX secolo; non esiste “la” storia del Novecento, esistono tante storie che stanno in reciproca relazione, si intrecciano, talora si sovrappongono, hanno tempi e durate differenti, e non sono, se non banalizzando, riducibili ad unità. Ci sono la storia politica, la storia economica, la storia sociale, la storia urbana, la storia europea, le singole storie nazionali, la storia dell’Africa, la storia dell’Asia, la storia dell’America, la storia delle tecniche, la storia dei soggetti collettivi (le masse, gli intellettuali, le donne, le minoranze, ecc.), la storia del pensiero, la storia delle mentalità, la storia materiale, e molte altre ancora. Insomma, il Novecento è tante storie e questo ha messo in luce l’importanza di soggetti a lungo considerati marginali, quali ad esempio le classi lavoratrici, l’infanzia, le donne. Questa acquisizione ha portato a chiedersi se le donne siano realmente marginali nella storia, e segnatamente nella storia del XX secolo, oppure se, viceversa, siano solo poco raccontate. (Va ricordato per inciso che la storia è stata per millenni raccontata dagli uomini, e dagli uomini appartenenti alle classi colte. In Italia, negli anni ’30, una donna su cinque era analfabeta…). In realtà è opinione abbastanza comune e diffusa fra gli storici – e le storiche – che le donne siano poco visibili in quanto poco raccontate, che siano uno di quei «silenzi della storia» di cui parla Michelet, ai quali bisogna dare voce. Inoltre svolgono un ruolo marginale solo se la storia coincide con la storia politica; diversamente sono un soggetto che consente di individuare contraddizioni e complessità di eventi e fenomeni. Prendiamo ad esempio la Prima guerra mondiale, che, secondo la periodizzazione di Hobsbawm, dà inizio al cosiddetto “secolo breve” e traccia una cesura profonda. La Grande guerra segna contestualmente l’inizio dell’età dei massacri e dell’emancipazione femminile: per la prima volta le donne partecipano in maniera massiccia all’attività produttiva in molti Paesi europei, in sostituzione degli uomini mobilitati al fronte, escono dal ristretto ambito domestico per svolgere ruoli fino allora di quasi esclusivo appannaggio maschile e sono immesse in una dimensione sociale diversa da quella familiare e di reti parentali, loro tradizionale sfera. Esiste una guerra degli uomini, al fronte, o meglio, in trincea, ed esiste una guerra delle donne, sul fronte interno, vale a dire a casa, in fabbrica e al lavoro nei campi; esiste anche una guerra dei bambini, che crescono senza padri e soffrono la fame. Ci sono molte guerre in una, sono presenti molte dimensioni, oltre a quella politico-militare. Il conflitto è dunque contrassegnato da un evidente e contraddittorio intreccio tra modernità e tradizione, che costituisce uno dei tratti caratterizzanti del XX secolo e una delle sue possibili chiavi di lettura.
Del fascismo sono state fornite numerose definizioni e interpretazioni, più o meno valide e convincenti, dal fascismo come «parentesi» al fascismo come «autobiografia della nazione», da «regime reazionario di massa» a «totalitarismo imperfetto», per non ricordare brevemente che le più note. Studi recenti ne propongono una lettura più articolata e complessa, attenta a cogliere sfumature e contraddizioni interne, e incentrata sulla dialettica modernizzazione/tradizione. Il fascismo nasce e si sviluppa all’interno della crisi dello stato liberale — acuita e portata definitivamente allo scoperto dalla guerra — in particolare dalla sua incapacità di realizzare l’inserzione delle masse nella vita dello stato, consentendo la loro attiva partecipazione politica. Il regime riuscirà a coinvolgerle, organizzandole e inquadrandole, ma non garantendo una loro effettiva partecipazione democratica. Le istanze decisionali sono infatti sottratte alla sovranità popolare – che, è bene ricordarlo, non veniva esercitata pienamente neppure prima del fascismo – ed il consenso è conseguito grazie ad una efficace ed accorta propaganda — che si avvale dei moderni mezzi di comunicazione di massa (radio e cinema) — oltre che alla repressione del dissenso. Decisivo nel garantire il consenso è inoltre il ruolo della Chiesa cattolica, la quale, dopo i Patti lateranensi (1929), fornisce un valido supporto al regime e alle sue imprese poiché riesce a raggiungere strati e gruppi sociali tradizionalmente distanti dalla politica, quali ad esempio le donne o le popolazioni rurali, grazie al proprio profondo e capillare radicamento all’interno della società italiana. Convivono dunque elementi di modernizzazione – l’inserzione delle masse nello stato, la mobilitazione attraverso la propaganda – e legati alla tradizione – il sistema di valori legati alla religione cattolica. Fino agli anni ’80 mancano studi storiografici sulle donne nel fascismo, a causa sia della scarsa attenzione al mondo femminile da parte degli storici, sia di un rifiuto politico-morale nei confronti di un fenomeno ancora recente. Tale vuoto è stato in parte colmato negli ultimi decenni grazie a una serie di ricerche e studi, opera prevalentemente di storiche. Inizialmente il movimento fascista vede una limitata partecipazione femminile. All’assemblea di San Sepolcro del 23 marzo 1919 sono presenti solo nove donne, di cui solitamente ne vengono ricordate due: Giselda Brebbia e Regina Terruzzi, probabilmente perché provenivano come Mussolini dal socialismo. Il programma sansepolcrista prevede obiettivi in grado di far presa su gruppi e movimenti di indirizzo ideologico differente e contempla l’estensione del diritto di voto alle donne. Le fasciste della prima ora sono dunque suffragiste e quelle maggiormente impegnate fra loro sono addirittura propagandiste del divorzio. Il movimento fascista, dopo il deludente risultato elettorale del 1919 – non ottiene alcun seggio – rafforza le cosiddette squadre d’azione, facendo coincidere la propria politica con l’esercizio della violenza. Al congresso costitutivo del Pnf del novembre 1921 si registra nell’ambito del fascismo femminile una doppia separazione: tra squadriste e non squadriste, tra suffragiste e non suffragiste. In realtà le squadriste sono poche e isolate, perciò è il dibattito sul voto femminile a risultare vivace. Tuttavia, la discussione è priva di sbocchi concreti, in quanto lo statuto del Pnf nega ai gruppi femminili sia l’autonomia organizzativa, sia l’azione politica, peraltro negata alle donne in genere. Fino al 1925 Mussolini appoggia il “femminismo” fascista, pur mediando tra le diverse anime e praticando una politica sessuale particolarmente cinica, che alterna la gentilezza alla durezza, la seduzione all’indifferenza totale, le promesse agli inganni e alle delusioni. Superata la crisi successiva all’assassinio Matteotti, il “femminismo” è ormai una vecchia storia; inizia un nuovo capitolo scritto solo dagli uomini del Pnf. E tuttavia il fascismo rappresenta una tappa significativa del processo di maturazione della donna italiana come soggetto politico e sociale attivo.  Il regime col tempo elabora un proprio concetto di partecipazione politica al femminile privo di istanze emancipatorie e funzionale all’organizzazione di un sistema reazionario di massa. Ogni aspetto della vita delle donne è commisurato agli interessi dello stato e della dittatura e il riconoscimento delle donne perché cittadine va di pari passo con la negazione dell’emancipazione femminile. Le donne sono il perno della politica familiare del regime e in genere della sua propaganda. Il famoso slogan «le donne a casa» esplicita, insieme all’enfasi sulla maternità e sulla divisione sessuale del lavoro, un preciso programma di femminilità. La donna fascista è una sorta di ibrido, nuovo e interessante per certi versi: serve tutti i bisogni della famiglia e al contempo si fa carico dell’interesse dello stato. Come recita il Decalogo della piccola italiana:  «La Patria si serve anche spazzando la propria casa» (3) e «La disciplina civile comincia dalla disciplina familiare» (4). Il nucleo fondante e costitutivo della società è individuato nella famiglia, meglio se numerosa, governata dall’autorità di un pater familias, il quale demanda però l’organizzazione e la gestione della vita domestica alla donna, che è dunque, essenzialmente, moglie e madre. Le donne sono riproduttrici della razza, della “stirpe italica”, tanto più potente quanto più numerosa. Mussolini si riferisce infatti al problema demografico come parte più generale di uno sforzo di moralizzazione della società italiana e, oltre a istituire la tassa sul celibato ed erogare premi in denaro a famiglie particolarmente prolifiche, sacralizza il ruolo e la figura materne. Per il fascismo la donna moderna è, in realtà, la madre moderna, pronta ad affrontare ogni campo d’azione, da contrapporsi alla donna moderna che imita il maschio e, a partire dagli anni ’30, si sviluppa un dibattito sull’importanza di una presenza sociale della donna all’interno di una nazione pronta all’eventualità di una guerra. Presenza sociale che tuttavia esclude categoricamente il suffragismo e la “mascolinizzazione”, ritenuti fenomeni deleteri dall’etica fascista.
Nel 1933 si stabilisce il 24 dicembre come data per la celebrazione fascista della Giornata della Madre, sfruttando il culto, assai diffuso e radicato in Italia, della Vergine Maria. In questa maniera il regime accosta la madre italiana alla madre di Dio, alla castità della Vergine, alla gioiosa nascita di Gesù, al supremo sacrificio del suo unico figlio. Il culto della maternità è pervasivo. Le scuole bombardano le allieve con le storie delle madri d’Italia: Cornelia, madre dei Gracchi, Adelaide Cairoli, madre degli eroi del Risorgimento, le due Rose, mamme l’una di Garibaldi e l’altra di Mussolini. Il culto della nazione e il culto della maternità sono unificati dai rituali religioso-sacrificali, ridondanti di martirologia e adorazione della Madonna. In quanto madre, la donna è educatrice dei figli ai valori del fascismo e garante della disciplina familiare, della  loro obbedienza e del loro rispetto dell’autorità paterna. Se la patria è una grande estesa famiglia con a capo il duce,  promuovere l’amore e il rispetto filiale e garantire la disciplina della famiglia costituisce il necessario prerequisito per promuovere l’amore di patria, l’obbedienza al duce e la disciplina civile, e dunque non rappresenta solo il destino biologico, “naturale” della donna, ma anche un suo preciso compito politico e sociale, la sua modalità di partecipazione alla vita della nazione, nel rispetto dei ruoli sessuali consolidati dalla tradizione e dalla dottrina cattolica. Insomma, tutti partecipano alla costruzione dell’«uomo nuovo fascista», anche le donne, ma nella logica dell’«ognuno al suo posto». E il posto della donna è la casa, o meglio il focolare domestico. Secondo quanto si legge in un numero del 1928 di Educazione ed economia domestica, bollettino della scuola di economia domestica a Bergamo: «La donna cercherà di guadagnar tempo nella meccanica della vita, per dedicarlo a condividere gioie e pene del marito, alla formazione morale dei figli, alla propria vita interiore coi doveri religiosi e alla vita sociale coi doveri di carità e patriottismo».  Quello che è disegnato è un ruolo complementare e subalterno a quello maschile, di educatrice, costruito sui doveri e sul sacrificio: la donna esiste – ed ha un ruolo – in funzione del marito e dei figli. Scrive ad esempio Starace: «Punto di partenza e punto d’arrivo per l’educazione nei riguardi della gioventù femminile è la famiglia, intesa come nucleo fondamentale dello Stato. Si tratta di educare la donna di famiglia che possa illuminare e sostenere le fatiche dell’uomo; che sia cosciente dei suoi doveri di cittadina e dotata di quel sentimento fascista delle proprie grandi responsabilità verso la Patria, per cui si sappia sì guidare amorevolmente i figli nei loro primi passi nella vita, ma, principalmente, educare in essi degli uomini di carattere, pronti ad essere anche dei soldati  forti e coraggiosi». Turati, da segretario del partito, indica invece i comandamenti che devono costituire il fondo dell’anima della donna fascista di domani, e precisamente: «1° compiere il proprio dovere di figlia, di sorella, di scolara, di amica con bontà, letizia, anche se il dovere è talvolta faticoso; 2° servire la Patria come la Mamma più grande, la Mamma di tutti i buoni italiani; 3° amare il Duce che la Patria ha reso più forte e più grande». Tuttavia l’immagine femminile che nel Ventennio si va costruendo è in parte scalfita dai cambiamenti avvenuti nella società italiana e dalla loro rilevanza sociale. Basti pensare alla portata innovatrice e destabilizzante di nuovi fenomeni di costume quali ad esempio il divismo cinematografico e l’introduzione della pratica sportiva. Negli anni ’30 si assiste infatti in Italia ad una crescita dell’industria cinematografica e al successo dei film dei cosiddetti “telefoni bianchi” e per la prima volta nel nostro Paese bambine, ragazze e giovani donne, inquadrate nelle organizzazioni giovanili del partito, svolgono attività ginniche e sportive. Sempre negli stessi anni è fondata a Orvieto una scuola speciale per la preparazione delle insegnanti di educazione fisica. Questi elementi innovatori e la persistenza dei valori tradizionali sono alla base della politica femminile fascista. Le istituzioni, nel momento in cui restaurano nozioni antiquate di maternità e paternità, femminilità e virilità, richiedono però nuove forme di coinvolgimento sociale: il regime afferma l’intenzione di ripristinare il vecchio, mentre suo malgrado promuove qualcosa di nuovo. Nei fatti tenta di gestire nella maniera meno traumatica possibile l’impatto con la modernità e di mediare fra le radicate ideologie conservatrici e le istanze di rinnovamento e di partecipazione alla sfera pubblica di una parte consistente della componente femminile della società. L’esito di questo compromesso tra vecchio e nuovo è contraddittorio e non sempre coerente con i fini perseguiti dal regime. La presenza, sia pure limitata e subalterna, delle donne nella sfera pubblica comporta l’alterazione di una certa idea di mascolinità e, di conseguenza, una latente minaccia di disordine sociale. Perciò il regime tende a ridefinire gli antichi luoghi comuni riguardo l’inferiorità e la subordinazione femminile, puntando a valorizzare maggiormente i ruoli delle donne a livello sociale ed educativo. Il fascismo riserva all’educazione giovanile una grossa attenzione e, una volta preso il potere, vuole garantirne allo stato il monopolio assoluto, con l’obiettivo di “creare” nuovi italiani, autenticamente fascisti. Si avvale della scuola, riformata da Gentile nel 1923, e delle organizzazioni giovanili quali la Onb, istituita nel 1926, che inquadra ragazzi tra i dieci e i diciotto anni; i Fasci giovanili di combattimento, istituiti nel 1930 e destinati ai giovani tra i diciotto e i ventun anni. Scopo principale di tali organizzazioni secondo Mussolini è instillare nei giovani obbedienza e fede assoluta e incondizionata nel duce e nel fascismo. Il sistema scolastico, in espansione negli anni ’30, apre le porte a un numero maggiore di ragazze, ma non diviene scuola di massa. Le ragazze di ceto operaio, ad esempio, lasciano la scuola a nove o dieci anni, se non prima, partecipano poco ai gruppi giovanili fascisti, organizzati intorno alla scuola e sono quindi meno esposte alla cultura ufficiale di quelle di estrazione borghese e piccolo-borghese.
Diverso è il discorso riguardante le donne nella Rsi, fondamentalmente per due motivi: l’inizio del fenomeno resistenziale e la creazione di corpi ausiliari femminili nell’esercito della Repubblica di Salò. L’8 settembre il maresciallo Badoglio annuncia alla radio l’armistizio con gli anglo-americani: il re e il suo seguito si rifugiano a Brindisi, l’esercito italiano è allo sbando, senza ordini e senza direttive, l’esercito tedesco è massicciamente presente sul territorio italiano, non più come alleato, bensì come occupante. È il caos, la rottura di ogni regola, la perdita di ogni riferimento, ma anche il momento della scelta, che in realtà è di pochi, di una minoranza della popolazione e si tratta di una scelta non facile, non scontata: «basta uno scarto, un impennamento dell’animo, e ti ritrovi dall’altra parte» come fa dire Calvino a un suo personaggio nel Sentiero dei nidi di ragno. La maggioranza, la cosiddetta “zona grigia”, non si schiera, cerca faticosamente e ingegnosamente di sopravvivere: alla fame, ai bombardamenti, al razionamento del cibo, a tutte le privazioni e le sofferenze causate da una guerra in cui l’Italia è entrata ormai da più di tre anni e colpisce assai duramente la popolazione civile. Mussolini, nel frattempo, dà vita alla Repubblica sociale italiana, con capitale a Salò, uno stato-fantoccio collaborazionista, del quale il Terzo Reich hitleriano è contemporaneamente alleato ed occupante. Quindi l’inizio della Resistenza in Italia segna anche l’inizio di una guerra civile, oltre che patriottica e di classe. Fino ad anni piuttosto recenti si è compresa nell’accezione di Resistenza solo quella di opposizione armata, sminuendo l’attività non armata, considerandola un semplice contributo alla lotta con le armi, una forma marginale, non autonoma e, in ultima analisi, non determinante di lotta. È un’acquisizione tutto sommato nuova quella che in una lotta si possono usare armi molteplici, armi vere e proprie e armi metaforiche, e che difficilmente si può negare pari dignità alle due forme – armata e non armata – di opposizione e di resistenza. Lina Baroncini, partigiana bolognese, afferma: «Non abbiamo usato le armi, ma si combatte con tante armi: un manifesto, un giornale, uno scritto, anche una macchina da scrivere era un’arma». Questa resistenza senza armi è definita civile e trova in Italia la sua prima manifestazione, su larghissima scala, spontaneamente, ad opera prevalentemente di donne, subito dopo l’8 settembre. È il cosiddetto maternage, la spinta materna all’aiuto dei soldati sbandati che vengono rivestiti con abiti civili e guidati a scampare ai tedeschi. Numerosi e diversi sono gli atti di resistenza civile, spesso compiuti dalle donne: accogliere e nascondere militari alleati fuggiti dai campi di prigionia, proteggere ebrei, preparare la stampa clandestina, scrivere per la stampa clandestina, distribuirla, aiutare a fuggire uomini in procinto di cadere in una retata, organizzare e partecipare a scioperi, boicottare, assaltare depositi di viveri da distribuire ai più affamati, rifornire i partigiani di cibo, medicinali, indumenti, denaro, anche armi e munizioni, dare sepoltura ai morti.  Si tratta di azioni improntate a quelle che Todorov definisce «virtù quotidiane», vale a dire la dignità, l’altruismo, l’attivismo dello spirito, e che «si confanno ai tempi di pace. E inoltre non sono fuori luogo in tempi di guerra e di sventura se si vuole ottenere la vittoria, ma anche restare umani». Chi compie atti di resistenza civile vuole proteggere e difendere la vita, non offrirla in sacrificio. E, come ultimo tentativo di trovare un significato alla vita, di fronte alla minaccia di valori essenziali per l’esistenza, per il vivere stesso e per la propria identità, emerge la paura, presente nei racconti di molte resistenti intervistate. La loro paura è, in ultima analisi, paura della morte, per un verso, e l’altra faccia del coraggio, per l’altro. La maggioranza delle donne che si oppongono al fascismo preferisce compiere atti di resistenza civile piuttosto che armata, solo poche impugnano le armi. Questo spiega in parte lo scarso o nullo rilievo dato alla partecipazione femminile al movimento di liberazione, insieme alla circostanza che « anche per molti uomini di sinistra le partigiane combattenti avevano trasgredito la vocazione domestica. Quindi essi preferivano pensare che le donne avessero agito più per amor loro che per autonoma scelta politica» (Bruzzone- Farina).

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Tra le donne che aderiscono alla Rsi ve ne sono tra le 5 e le 6000 che si arruolano volontariamente nel Saf, il Servizio ausiliario femminile, istituito con il decreto legislativo del duce n. 447 del 18 aprile 1944.  Ne possono fare parte donne di età compresa fra i diciotto e i quarant’ anni che diano garanzia di sicura fede patriottica, e siano preferibilmente, ma non necessariamente, iscritte al Pfr, di sana e robusta costituzione fisica, di razza ariana e tecnicamente idonee alle mansioni che intendono svolgere. I rami di attività del servizio sono: l’assistenza infermieristica negli ospedali militari; propaganda, lavori d’ufficio e di fatica presso Comandi regionali, provinciali e caserme; posti mobili di ristoro per le truppe. Sono preferite coloro che sanno il tedesco, sanno guidare e sono infermiere. Il Saf ha carattere volontario e temporaneo e comunque non oltre la durata dello stato di guerra, è emanazione del Pfr e alle ausiliarie non è consentito portare armi, ad eccezione di quelle della Decima Mas e delle Volpi argentate, corpo speciale di spionaggio. Il regolamento è assai severo: le ausiliarie devono indossare gonne sotto il ginocchio, è loro vietato truccarsi, fumare, uscire con i soldati o con uomini in genere.

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I loro doveri principali sono l’obbedienza immediata e assoluta e la subordinazione e sono soggette alla giurisdizione penale militare (che, in caso di guerra, prevede la pena di morte). La maggior parte delle ausiliarie proviene dalla piccola e media borghesia centro-settentrionale, imbevuta di valori nazionalistici. Sono per lo più studenti universitarie, ma sono presenti anche giovani liceali o maestre, che rivendicano la propria coerenza politica di fronte a chi ha tradito – in primo luogo il re e Badoglio, ma pure i fascisti che dopo il 25 luglio hanno abbandonato Mussolini, sono alla confusa ricerca di una identità e sperimentano per la prima volta il distacco da un contesto tradizionale e dai suoi schemi rassicuranti. Scrive ad esempio Luciana Mainardi, sedici anni, alla madre un mese prima di essere fucilata: «In poche parole sto facendo la vita che piace a me. Mi manca ancora una cosa: avvicinarmi di più al fronte». In effetti queste giovani sono spinte ad arruolarsi  da un forte spirito di avventura, benché si sentano diverse, non accettate e avvertano la diffidenza degli stessi “fratelli di fede” nei loro confronti. Le ausiliarie, insomma, adolescenti o giovani donne cresciute sotto il fascismo, cercano nuove strade, oltre a quella di madre e moglie esemplare; tuttavia le virtù loro richieste sono sacrificio e dedizione. Scrive Maria Pavignano, un’ausiliaria in un articolo del dicembre 1944: «Niente rossetti, niente donne fatali; niente amori conturbanti e dissipatori; ma sorelle buone del soldato, ma utili donne della terra d’Italia, che se deve essere riscattata dal sangue degli uomini, deve essere vivificata dalla virtù delle donne».

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I ruoli loro assegnati nel Saf – infermiere, lavandaie, cuciniere, ecc. – in molti casi si risolvono in un’azione di cura, non molto distante dal maternage spontaneamente posto in essere da altre donne nei confronti degli sbandati, dei renitenti alla leva e poi dei partigiani. Viene da domandarsi per quale ragione si senta la necessità di indossare una divisa. Lo dice con semplicità e chiarezza un’ausiliaria: «Sono venuta perché avevo bisogno di ordine». Non si tratta qui, come nel maternage spontaneo sviluppatosi successivamente all’8 settembre, di solidarietà umana, bensì di una precisa opzione ideologica: in un mondo che pare crollare, in cui l’autorità si sfascia e regna il caos, si vuole contribuire a ristabilire un ordine, l’unico che si è conosciuto. Sembra paradossale che persone giovani non riescano a volgersi al futuro, a pensare alla possibilità di un altro ordine, differente da quello che hanno sperimentato. Forse non lo è: a loro è stato insegnato ad ubbidire. Così, nonostante molte delle ausiliarie vogliano impugnare le armi, ubbidiscono al divieto, si conformano all’ordine di essere le “sorelle dei combattenti” perché, come scrive la vicecomandante Cesaria Pancheri nel primo numero del “Giornale delle ausiliarie”: «La nostra forza sta nella femminilità, che si irrigidisce nel dovere e si tramuta in azione».

 

 

Articolo di Claudia Speziali

mbmWJiPdNata a Brescia, si è laureata con lode in Storia contemporanea all’Università di Bologna e ha studiato Translation Studies all’Università di Canberra (Australia). Ha insegnato lingua e letteratura italiana, storia, filosofia nella scuola superiore, lingua e cultura italiana alle Università di Canberra e di Heidelberg; attualmente insegna lettere in un liceo artistico a Brescia.

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