Editoriale. Laviamoci le mani

Carissime lettrici e carissimi lettori,
volevo essere poco noiosa, volevo scrivere qualche cosa che potesse interessarvi e che non avevate letto o sentito ripetutamente. E invece no: è stato terribilmente difficile non essere ovvia. Ho cambiato l’inizio di questo editoriale più di una volta, letteralmente impantanata nella valanga di informazioni, contro-informazioni, allarmi, critiche agli allarmi. Siamo decisamente un Paese sull’orlo di una crisi di nervi.
“In questi giorni di confusione – ha detto Leonardo Caffo, docente di Filosofia teoretica al Politecnico di Torino e autore di un interessantissimo saggio semi-autobiografico Il filosofo e il cane. Lezioni di vita dal mondo animale – ho percepito nell’osservazione della realtà una forte differenza tra il senso estetico e il senso medico. Ho visto un’umanità completamente inadatta a vivere, ad affrontare la fragilità della vita, a capire la potenza dell’esistenza, di che cosa significhi essere fragile. Bisogna invece capire – continua Caffo – che esiste sempre una via d’uscita. È necessario essere capaci di aprire gli occhi e vedere che c’è un altrove”.
Elena Pulcini, docente a Firenze di Filosofia sociale (un’altra filosofa! E chi più di loro, oltre i medici, ha titolo per darci una ragionevole interpretazione della realtà?!) ha detto: “Quando, come in questo caso, c’è una radicale trasformazione del mondo ci vogliono delle forme di organizzazione globale. Abbiamo sempre paura di essere contaminati a tutti i livelli, e non solo fisici. Chiudiamo i porti, gli accessi verso di noi, ma non teniamo conto del fatto che dobbiamo obbligatoriamente puntare a una pianificazione globale. Abbiamo bisogno urgente di coordinarci, di capire che è urgente aprire la mente e costruire progetti insieme ai Paesi vicini, ma anche a quelli che ci sembrano lontani e che proprio grazie o a causa della globalizzazione, sono invece a una portata immediata”. Perché i social, i media, internet, i cellulari, ci fanno essere tutti subito vicini e istantaneamente presenti. I mezzi di comunicazione fisici (aerei, treni ad alta velocità) ci impongono un accostamento delle distanze che rendono le mete, una volta giudicate lontane, raggiungibili in tempi inimmaginabili fino a un secolo fa.
La disinformazione, è stato scritto in passato a proposito delle epidemie, è la maggiore causa di aggravamento delle stesse. Noi aggiungiamo che è necessaria una corretta informazione e non una sovraesposizione a informazioni confuse e di numero elevatissimo. Scambiando, per di più, un’emergenza sociale di nuovo come un banco di prova elettorale.
Così si finisce per non rendersi conto delle ripercussioni che si avranno in senso planetario, ponderandole, nella maniera e quantità giusta, e si esaspera la situazione locale diffondendo paure: non una presa di coscienza, ma un’esasperazione generale. “Il coronavirus – è stato giustamente detto – non è più un problema cinese, ma sarà causa di una recessione globale”. Vale a dire che, direttamente o indirettamente, influenzerà la vita di tutto il pianeta e che da sanitario è diventato economico. Questo però non deve assolutamente essere, come purtroppo sta diventando, il “lato B” del terrorismo pressappochistico mediatico che finisce per far sentire tutti a rischio di morte e di povertà assoluta, senza offrire informazioni serie su soluzioni politiche e sanitarie valide.
Laviamoci le mani, è la prassi di sempre. Prendiamo l’autobus o la metropolitana, andiamo al lavoro e torniamo a casa, prepariamo il pranzo o la cena, accarezziamo e baciamo i figli e le figlie, la nostra compagna e il nostro compagno di vita, e perché no, giochiamo con i nostri amici e amiche a quattro zampe e non dimentichiamo sempre di fare questo semplice gesto che ci protegge e protegge chi ci sta attorno. Laviamoci le mani per cominciare, prima o dopo, secondo la logica delle situazioni.
Lo dovremmo fare normalmente e non solo perché vicino a noi o a più di qualche chilometro di distanza qualche persona, che probabilmente neppure conosciamo, si è ammalata a causa di un virus del cui nome poco ci importa, ma che ultimamente si è caricato di una valenza da Prima pagina.
L’umanità ha vissuto i suoi momenti difficili tante volte. Colpa di virus, ma non solo. Infatti è un batterio quello che tante volte ha portato il terrore, il bacillo della peste, lo Yersinia pestis, temutissimo flagello arrivato a noi dalla Storia e dai romanzi.
Dalla peste nera di Atene, descritta da Tucidide (ma sembra fosse invece un’epidemia di vaiolo), a quella propagata sotto l’imperatore Giustiniano (importata dalla Cina settentrionale), alla terribile infezione del XIV secolo, che toccò tutta l’Italia ad esclusione della sola Milano, ma fu particolarmente sentita a Firenze, quando il Boccaccio compose, costretto appunto in isolamento, quella splendida raccolta di novelle che è il Decameron. Per arrivare alla più ricordata da ciascuna/o di noi, quella della Milano del 1630 che uccise, tra i tanti morti reali (si ipotizzarono 165.000 vittime nella sola città), nel romanzo manzoniano I promessi sposi, il personaggio di Don Rodrigo.
Tornando ai giorni nostri e venendo alla nostra rivista cerchiamo gli articoli che ci permettano quella chiusura in allegria che ci rende più leggere e leggeri alla vita. Camminiamo, anzi meglio, pedaliamo insieme a due grandi cicliste, Alfonsina Strada e Maria Antonietta Avanzo, al volante della sua mitica Packard 299, per la terza puntata delle Walking stories for walking women, seguiamo le sorti di altre due donne lontane tra loro, ma accumunate da una colpevole dimenticanza della Storia e del tempo, Gemma Donati, la moglie del Sommo Poeta, mai nominata in nessuna opera o riga scritta dell’illustre marito. Quasi la stessa sorte, nel secolo scorso, per Beatrice Hasting, il cui vero nome era Emilie Alice Haigh, una delle donne che hanno amato, ricambiato, Amedeo Modigliani. Giornalista e scrittrice di grande valore, donna a tutto tondo Beatrice è rimasta praticamente sconosciuta nonostante la sua attivissima vita finita però in un suicidio, dopo la morte del pittore livornese.
Poi ci rallegriamo di nuovo all’incontro, seppure in una stanza d’ospedale, con Maria, Simona, Giovanna, Liliana, Claudia, non più giovanissime ma che hanno in comune tanta voglia di sorellanza e di volontà di guarire e di vivere pienamente.
Ci incuriosisce il “Chi è” delle donne italiane del fascismo devote comunque all’idea del regime sul loro ruolo di mogli e di madri educatrici di figli fedeli al partito e pronti alla guerra.
Leggeremo delle conversioni all’Islam, tante nell’Italia di qualche secolo fa, dalla Sicilia alla Serenissima. Scopriamo insieme che se cambiamo colore agli oggetti del vivere quotidiano in casa li riconosciamo con più fatica nel loro legame particolare di genere.
L’amore per l’umanità trapela da un articolo che racconta la storia di successo di un giovanissimo senegalese arrivato da noi minorenne guidato da una volontà di ferro per valere, nei suoi sogni e nella sua generosa volontà di aiuto alla famiglia rimasta nella sua Africa…
“Voi direte: che c’entra tutto questo? E invece è questa la chiave che mette in relazione il Sé con l’Altro, il riconoscimento dell’umano sentire che supera barriere, differenze, stupidi schemi o incasellamenti tra normalità e anomalie: la bellezza dell’essere comunità, nelle scuole e fuori dalle scuole” (dall’articolo
Normalità, differenze. Nuovi incroci, altre strade di Vera Parisi, in questo numero).
Buona lettura a tutte e a tutti.

 

 

Editoriale di Giusi Sammartino

aFQ14hduLaureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpreti; Siamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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