Editoriale. Il trionfo della paura o la messa in atto della prudenza?

Carissime lettrici e carissimi lettori,
“L’unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa”. A dirlo è una persona d’eccezione che della responsabilità ne aveva fatto il suo ruolo nel mondo e del coraggio nell’affrontare il male la sua lotta personale: Franklin Delano Roosevelt, trentaduesimo presidente degli Stati Uniti d’America, affiancato per notorietà solo ad altri due presidenti, Lincoln e a Washington.
Roosevelt pronunciò questa frase il 4 marzo 1933 (ne potremmo dedurre un anniversario adatto ai tempi correnti) in occasione della crisi di Wall Street, aggravata dal panico di chi correva agli sportelli delle banche a ritirare i propri risparmi e vendeva le azioni che avevano quadruplicato il loro valore quando tutto andava bene (ma era una bolla speculativa) facendo crollare la borsa. Era l’epoca della Grande Depressione. Lui, il Presidente era praticamente inchiodato a una sedia a rotelle a causa della poliomielite che lo aveva colpito in età adulta.
Il termine di questa malattia deriva dal greco 
πολιός (poliós), che significa “grigio”, μυελός (myelós), che si riferisce a midollo spinale, e il suffisso -itis, che indica l’infiammazione. Si tratta di un  virus che ancora uccide, come altri ancora, ma contro il quale ormai da più di mezzo secolo esiste un vaccino, di quei vaccini così discussi, così ostacolati da tanti al punto che si è ricominciato a morire di morbillo! Oggi, al tempo del COVID-19, del Coronavirus, la situazione sembra paradossalmente essersi ribaltata e si invoca un vaccino con un fervore inaspettato.
Sul giornale francese Libération
Paul Quinio ha scritto in tempi meno sospettabili (l’articolo è tradotto nel numero del 31 gennaio di Internazionale): “Gli specialisti lo sanno, di fronte a una minaccia di epidemia esistono due rischi: la negazione e la reazione incontrollata. L’una è spesso il primo passo verso l’altra. In questo caso la trasparenza, la pedagogia, l’informazione indipendente e verificata sono i migliori rimedi al panico, i cui grandi amici sono le notizie false, il complottismo e la negazione della realtà”.
Poco dopo, all’inizio del mese di febbraio (precisamente il 6 febbraio scorso) su Articolo 21 Roberto Rinaldi scriveva: ”Negare un’evidenza è già sintomo di un tentativo di oscurare una verità accertata, specie se validata scientificamente, ma se a seguire insorgono paure irrazionali, ecco allora che si arriva a forme di intolleranza sociali scomposte, incontrollate capaci di suscitare psicosi generalizzate. L’Italia appare ancora una volta – continua Rinaldi – terreno fertile di questo genere di problema nonostante l’intervento pubblico degli specialisti (virologi, ricercatori universitari, esperti di malattie virali e infettive) per smentire inutilmente un’informazione falsata. Basta sfogliare la rassegna stampa dei maggiori quotidiani, media, televisivi, siti online, e social, veri incubatori di virus psichici”.
Che dire ancora a un mese di distanza? Si sono persino ipotizzate, o concretate, notizie di “vendette” (forse fake news?!) che rovescerebbero il razzismo tra nord e sud. Insomma: cose da Blob! Da possibili scenate contro un autobus di turisti liguri sbarcati a Ischia ai divieti ad affittare case o qualsiasi tipo di locali o oggetti a persone provenienti dal nostro settentrione.
Poi sono venuti i diktat del Governo: scuole chiuse, contatti controllati e, alla fine, città semi-deserte in tutta Italia non più solo nelle zone di allarme (cosiddette rossa, arancione).
Sulla nostra rivista oggi diciamo la nostra con un bell’intervento partendo da due articoli usciti proprio in questi giorni. La chiusura delle scuole e lo stop dell’attività didattica porterà a ragazze e ragazzi il beneficio della noia o, invece, sarà un ulteriore allargamento della forbice a discapito delle classi meno abbienti?
È un problema serio sul quale bisogna riflettere e dall’autrice tanti spunti per pensare e…farne tesoro.
Prima di trattare delle storie di questo numero della rivista una riflessione che ci sembra salutare e utile non solo a breve tempo. Una riflessione, dalla visita dell’autrice al Complesso museale di Santa Maria della Scala a Siena, sulla gentilezza o della resistenza mite come recita il titolo dell’articolo. L’autrice ci parla di un: “Ufficio Resurrezione Parole Smarrite (dove) si scoprono parole antiche e si inventano immagini nuove, la parola è gioco serio – scrive – e qui si rivela l’antica e nuova, semplicemente eterna, gentilezza”.
Ed eccoci a percorrere i racconti di tante donne descritte in questo numero. Dalla storia di Bice Bisordi nata, nel 1905, in questi giorni di marzo, scultrice molto stimata che ci ha lasciato il ricordo anche dei volti di due Papi della sua epoca Giovanni XIII e Paolo VI.
Seguono altri articoli, sereni, rassicuranti per argomento e speriamo, soprattutto interessanti.
Ricordiamo insieme la vivacità di Radio Alice, l’emittente bolognese aperta nella soffitta della centralissima via del Pratello 41 e chiusa con un’irruzione della polizia precisamente alle 23,15 del 12 marzo del 1977. Radio Alice è stata una delle più belle, fantasiose e coraggiose esperienze delle radio libere nate in quell’epoca. Le sue dirette rimangono punti fermi nella memoria, esperienze audaci di democrazia pura e coinvolgimento collettivo.
Tra i vantaggi di questa situazione di allarme sicuramente, da tutta questa ansia innescata (più o meno a ragione) potremmo uscirne più sani nel senso più completo ed esatto. Avremo imparato infatti a vivere meglio e in maniera più corretta per un rapporto consono agli altri simili e alla natura. Lavarsi bene le mani, curare nel lavaggio anche le unghie, tossire coprendosi la bocca, usare il fazzoletto quando si sternutisce sono cose elementari, ma che fino ad ora non sono state per noi così scontate. Dobbiamo cambiare il nostro rapporto con la natura cominciando, come ci indica un articolo di questo numero, dai rifiuti: da ridurre, riciclare, riusando i sacchetti della spesa (ricordate le borse che avevano per l’uso le nostre nonne?!).
Camminiamo tra rivoluzionarie entrando nell’ultima puntata di Walking Stories for Walking Women questa volta insieme a Maria Goia, sindacalista vissuta a cavallo tra i due secoli passati, e Alma Sabatini coraggiosa e audace portatrice di grandi idee per le donne e soprattutto innovatrice e stimolatrice dell’uso di un linguaggio di genere.
Racconteremo di Maria Panfillii per l’appuntamento con i racconti di vita di Siamo qui. Una poeta con libri in attivo pubblicati in Moldova e da noi badante amorevole, ma sempre poeta, anche per le sue anziane e i suoi anziani: a loro e all’Italia che l’ha accolta Maria dedica versi pieni di amore.
Ma passiamo ad altre storie ancora. Il passato e le persone belle che ne hanno fatto parte ci sostengono, oserei dire in modo etico, ci aiutano con la loro positiva esistenza ad affrontare le nostre vite che, al di là di qualsiasi tipo di periodo emergenziale, hanno il bisogno di essere sostenute.
Per questo e per quello che ha rappresentato per il nostro Paese, per l’industria, per il mondo del lavoro e per il rispetto verso chi lavora ricordiamo Adriano Olivetti. Sono passati sessanta anni dalla sua morte e se ne sente ancora tutto il fascino e la modernità. Da più parti, cercando notizie su di lui, si legge che non era molto amato e, nel mondo del profitto (aggiungerei, immediato) a tutti i costi, questa reazione infondo non sorprende. La visione di un lavoro a misura d’uomo, e non il contrario, non poteva essere gradita. Invece Adriano Olivetti è stato un imprenditore vero “lungimirante e duro, visionario e pragmatico. Senza questa struttura tutti gli altri mattoni – la sprovincializzazione della cultura e l’utopia politica, la curiosità onnivora e l’aura messianica – non avrebbero avuto su che appoggiarsi” (Paolo Bricco, Il sole 24 ore). Dunque un uomo e un imprenditore che sapeva dove puntare, coniugando magistralmente figure importanti di intellettuali italiani all’interno della fabbrica di Ivrea, dove chiamò ad operare insieme ingegneri, ma anche economisti, filosofi, sociologi, persino psicanalisti e poeti (Momigliano, Nissim, Volponi, Soavi e altri ancora). Fu capace di portare avanti fortunatissime campagne pubblicitarie e di creare un design impareggiabile facendo crescere sana la sua creatura con guadagni molto considerevoli che permisero l’investimento nella cultura e buona vita dei suoi dipendenti e lo resero noto nel mondo intero. Adriano Olivetti è morto troppo presto, a soli 60 anni, in viaggio su un treno che lo stava portando in Svizzera, in quel giorno di fine febbraio (il 27) del 1960.
Qui vogliamo ricordare anche Lucio Dalla. Ci sembra ancora di ascoltarlo, di vederlo, di incontrarlo nel centro di Bologna, al bar della piazza sotto casa sua. Leggiamo ancora al suo citofono il nome e cognome offerto dalla sua autoironia: Comm. Domenico Sputo. Percepiamo con lui che “la vita è una catena che ogni tanto fa un po’ male.” E, guidati dalla sua voce, stiamo più attente e attenti al lupo. Noi donne, eterne ragazze, come nella clip del disco, affollando i gradoni di un circo immaginario, ci sfiliamo e lanciamo in aria felici i reggiseni, liberazione e simbolo degli schemi.
Lucio Dalla nasceva a marzo, il quattro, giorno immortalato, insieme all’anno della sua venuta al mondo (1943) nella canzone tra le più famose del suo repertorio. Lucio morirà anche a marzo, il primo giorno del mese, in una camera d’albergo in Svizzera, per un dolore estremo al suo stupendo cuore, poco prima di compiere 69 anni. Anche lui troppo giovane.
Lucio ci guida ancora per la città, in un cartoon, al museo di Palazzo Pepoli dove si offre all’ingresso la copia fedelissima dell’affresco originale della città in epoca rinascimentale voluta per le sue stanze dal papa bolognese Gregorio XIII.
Lo ripensiamo sulla sua Lambretta, orgoglioso di scorrazzare verso le colline, semmai in compagnia della sua carissima amica Piera Degli Esposti. Pensiamo ancora di incontrarlo e sentirci protagonisti di una sua canzone. Siamo Marco o Anna, Futura o Meri Luis o Maria che ha una casa al mare. O pensiamo di essere, ripassandoli tutti insieme, la Egle del docufilm di Riccardo Marchesini, la postina che legge le lettere indirizzate a Via Dazeglio 15, oltre il tempo. Lo ascoltiamo di nuovo ancora, a ricordarci l’incertezza della nostra epoca, dell’oggi più immediato: “
È inutile/ Non c’è più lavoro/ Non c’è più decoro/ Dio o chi per lui/ Sta cercando di dividerci/ Di farci del male/ Di farci annegare/ Com’è profondo il mare/ Com’è profondo il mare”. E constatare che “I pesci/ Dai quali discendiamo tutti/ Assistettero curiosi/ Al dramma collettivo/ Di questo mondo/ Che a loro indubbiamente/ Doveva sembrar cattivo/ E cominciarono a pensare/ Nel loro grande mare/ Com’è profondo il mare/ Nel loro grande mare/ Com’è profondo il mare”. Era il 1977.
Buona lettura a tutte e a tutti.

 

 

 

Editoriale di Giusi Sammartino

aFQ14hduLaureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpreti; Siamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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