Il linguaggio oltre lo specchio: il meraviglioso mondo di Radio Alice

C’era una volta in un tempo così vicino, ma anche incredibilmente lontano uno stravagante professore che scriveva saggi, traduceva libri e teneva lezioni in un’affollatissima aula universitaria di Bologna. Il suo seminario su Lewis Carroll era seguitissimo tanto che si trasformò in un collettivo politico, in un concerto rock e alla fine anche in una radio.
Correva l’anno 1976 che segnava il tramonto di quelli che sono stati chiamati “anni di piombo”, una definizione livellatrice di quello che fu un tempo frammentato e controverso, spesso imprigionato nello stereotipo totalizzante della lotta armata, del terrorismo e dello stragismo, ma che forse varrebbe la pena di rivedere in un’altra chiave come ha fatto Giovanni De Luna nel volume Le ragioni di un decennio. 1969-1979. Militanza, violenza, sconfitta, memoria. È proprio in questo testo che è possibile trovare una periodizzazione utile a focalizzare le fasi principali di uno di quei periodi storici convulsi e contradditori di cui spesso l’Italia è stata protagonista: gli esordi, all’università, tra l’autunno del 1967 e la primavera del 1968; l’uscita all’esterno e la crisi della “spontaneità”, tra la primavera del 1968 e quella del 1969; l’incontro con gli operai nell’autunno del 1969; la nascita delle organizzazioni extraparlamentari; i sussulti dei governi di centrodestra tra il 1971 e il 1972; lo choc della crisi petrolifera del 1973 e l’inizio di un progressivo ridimensionamento della fabbrica fordista; l’avvio della stagione del compromesso storico 1973-1975; gli anni della solidarietà nazionale 1976-1979. Nella parte conclusiva di questo lungo decennio che impose al Novecento dei totalitarismi e della rinascita della democrazia in Italia una nuova militanza politica in rottura con la tradizione comunista e socialista, si colloca la storia di una delle radio libere che allora spopolavano e che forse ereditò da Carroll, o dal nome della figlia di una delle fondatrici, il proprio: Radio Alice.
Come la protagonista della fiaba, anche Radio Alice inseguiva un White Rabbit, che non era quello diretto al Paese delle Meraviglie, ma quello cantato dai Jefferson Airplane, gruppo rock statunitense riproposto in continuazione dall’emittente radiofonica.

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Nel sottotetto dello stabile al civico 41 di via del Pratello a Bologna il collettivo “Cooperativa di Studi e Ricerche sul Linguaggio Radiofonico” montò un’attrezzatura messa a disposizione da un negozio amico composta anche da un trasmettitore dalla provenienza leggendaria recuperato da un vecchio deposito di materiali militari.
Ciò che permise al gruppo composto da Giancarlo Vitali, detto Ambrogio, Luciano Capelli, Roberto Bozzetti, Stefano Saviotti, Paolo Ricci, Giuseppe Vivolo, detto Pino, Matteo Guerrino, Valerio e Mauro Minnella, Claudio Molinari, detto Molli, Andrea Zanobetti, Dadi Mariotti, Franco Berardi, detto Bifo, Maurizio Torrealta, Filippo Scozzari, Renzo Venturoli, di accendere l’interruttore per connettersi all’etere furono due sentenze della Corte Costituzionale che rendevano libere le frequenze radiofoniche, rompendo il monopolio delle trasmissioni radio allora detenuto dalla Rai.
A chi non è mai capitato nella foga del montaggio di qualche attrezzatura di collegare i fili in modo inadeguato? Mi piace pensare che forse qualcosa del genere successe anche in quella soffitta bolognese e chissà se fu pura casualità o geniale lucidità quella che portò a collegare il filo del telefono all’antenna della radio. Un gesto apparentemente innocuo la cui portata però può essere paragonata a ciò che facciamo quando ci connettiamo ad internet con i nostri dispositivi mobili. Il collegamento tra antenna e cavo del telefono segnò la storia di una delle radio che sdoganò il sistema della diretta e rivoluzionò il modo di fare comunicazione radiofonica, rendendo questa emittente famosa ed ascoltatissima, ma anche decretandone la fine.
La diretta radiofonica continua annullava la distanza tra speaker e ascoltatore: per la prima volta il mondo entrava nella radio e il flusso comunicativo acquisiva quella bidirezionalità che fino ad allora i nuovi media avevano ignorato. In questo modo si eliminava ogni filtro, ogni controllo e censura modificando radicalmente il concetto di comunicazione e andando oltre la controinformazione sessantottina. Quest’ultima si era posta l’obiettivo di diffondere informazioni taciute o riportate in modo parziale e non obiettivo dagli organi ufficiali, tentava di ristabilire il vero, ma in maniera riflessiva, come uno specchio. Radio Alice andava al di là di ciò proponendo quello che definiva come «il linguaggio al di là dello specchio» cioè uno spazio in cui non si riproduceva una realtà prestabilita, ma si svelava ciò che stava al di là di essa nella convinzione che come la realtà può trasformare il linguaggio, anche quest’ultimo possa modificarla.
«Radio Alice trasmette: musica, notizie, giardini fioriti, sproloqui, invenzioni, scoperte, ricette, filtri magici, amori, o bollettini di guerra, fotografie, messaggi, bugie». Con questo annuncio andato in onda il primo giorno di trasmissioni, il 9 febbraio 1976, l’emittente bolognese lanciava il proprio manifesto riconoscibile anche in uno slogan molto popolare nel collettivo che aveva dato vita alla radio: «Abbasso l’arte. Abbasso la vita quotidiana. Abbasso la separazione tra arte e vita quotidiana». La rottura della linearità e del senso compiuto, il ricorso frequente al nonsense, i doppi sensi e il simbolismo erano alcuni tratti caratteristici di Radio Alice che l’avvicinavano al surrealismo e al maodadaismo in cui i suoi fondatori si riconoscevano. Alcuni di essi erano anche redattori della rivista “A/Traverso” che iniziò le sue pubblicazioni nel 1975 e, come l’emittente radiofonica, aveva come obiettivo di fondo la sovversione dell’ordine del discorso in opposizione al discorso dell’ordine nell’ottica di una rivoluzione politica e sociale. La redazione, composta da Franco Berardi, Maurizio Torrealta, Stefano Saviotti, Luciano Capelli, Claudio Cappi, Paolo Ricci, Matteo Guerrino e Marzia Bisognin, aveva redatto un programma che si basava sulla pratica creativa della scrittura e sulla convinzione sovversiva di poter incidere sulla realtà modificando il linguaggio inteso non come specchio del reale, ma come mistificazione operata dal potere per superare la quale era necessario compiere lo stesso viaggio fatto dall’Alice di Lewis Carroll oltre lo specchio. Ecco dunque spiegata la scelta grafica del trasversalismo che consisteva nell’uso della barra che tagliava le parole, che le attraversava al fine di indicare la separazione fra significante e significato. Sia la rivista che Radio Alice rappresentarono le più significative espressioni del Movimento del ’77 e, come già detto in precedenza, si dichiararono maodadaiste cioè univano concettualmente le avanguardie storiche, in particolare quella Dada, e la rivoluzione culturale cinese vista nel segno della democratizzazione dei processi culturali. Una delle principali figure di intellettuale celebrata dal collettivo fu quella di Majakovskij che aveva tentato di ridurre la distanza tra intellettuale e massa accettando di essere direttamente coinvolto nel processo rivoluzionario.
L’accostamento di testi di natura diversa mediante l’uso spregiudicato del collage, dell’orientamento mutevole del testo sulla pagina, nonché della presenza di molteplici caratteri tipografici alternati alla scrittura a mano contribuiscono a dare l’idea di quella comunicazione “sporca”, disturbata e dissonante di cui la rivista “A/Traverso” si fece interprete, ma che si riscontra anche nello sperimentalismo comunicativo di Radio Alice. L’emittente radiofonica, infatti, scelse di dare assoluta libertà a chi interveniva telefonicamente, senza stabilire nessun tipo di filtro, con l’obiettivo di far emergere il rimosso sociale e di permettere anche un’adeguata appropriazione dei mezzi di comunicazione e produzione di cultura a chi ne era solo passivo fruitore.
I modelli comunicativi a cui Radio Alice si rifaceva prendevano le mosse dalla Teoria della radio di Bertolt Brecht, da Hans Magnus Enzensberger, ma anche da Marshall McLuhan e Jean Baudrillard. Se per Brecht il sistema dei media era sottoposto al controllo e al monopolio della classe dominante, che ne modificava la funzione; Enzensberger sosteneva la necessità di rendere socialisti i mezzi di comunicazione. Se poi, come diceva McLuhan il mezzo struttura il messaggio a prescindere dal contenuto e dal destinatario, allora l’unico modo per sovvertire il sistema di comunicazione sottoposto al controllo della classe dominante era di mettere in circolazione flussi deliranti, nel significato originale di uscire dal solco, di parole, suoni e rumori. La produzione di un continuo flusso verbale fatto di provocazioni linguistiche, contraddizioni e falsificazioni è ciò che caratterizza le scelte linguistiche della radio: «Radio Alice fa parlare chi: ama le mimose e crede nel paradiso, chi odia la violenza e picchia i cattivi, chi crede di essere Napoleone, ma sa che potrebbe benissimo essere un dopobarba, chi ride come i fiori e i regali d’amore non possono comprarlo, chi vuol volare e non salpare, i fumatori e i bevitori, i giocolieri e i moschettieri, i giullari e gli assenti, i matti e i bigatti».
Quest’anima delirante è visibile anche nelle scelte musicali dell’emittente in grado di accostare i già citati Jefferson Airplane alla musica di protesta di Paolo Pietrangeli; Gioachino Rossini a Jimi Hendrix; la canzone folk del Canzoniere del Lazio al rock psichedelico dei The Fugs; gli Area a Beethoven. Ad aprire e chiudere le trasmissioni di Radio Alice c’era il pezzo del cantastorie barese Enzo del Re Lavorare con lentezza che era un inno a ridurre il ritmo invece di accelerare continuamente.
Il rivoluzionario ruolo comunicativo svolto da Radio Alice fu anche la causa principale della sua fine. Durante i disordini scoppiati a Bologna nel marzo 1977, seguiti dall’occupazione dell’esercito, l’emittente svolse la funzione che oggi hanno i telefoni cellulari informando gli ascoltatori, dotati di radioline, in giro per la città sugli spostamenti della polizia, sulla resistenza, sui luoghi in cui si svolgevano improvvisate assemblee. In quelle ore drammatiche seguite all’uccisione, avvenuta l’11 marzo 1977, del giovane Francesco Lorusso da parte di un carabiniere, Radio Alice diede libero sfogo alla rabbia della piazza, ma non mancò di svolgere la sua missione dissacrante e irriverente di sospensione del senso all’interno di un flusso comunicativo come quando Maurizio Torrealta sollevò la cornetta del telefono e dall’altra parte sentì la musica prodotta da un sax; lo lasciò suonare per dieci minuti in diretta e poi, riattaccando, disse: «Siamo sicuri che fosse Majakovskij».
L’azione di raccordo svolta con la piazza dall’emittente determinò l’irruzione della polizia nella soffitta di via del Pratello 41, alle ore 23,15 del 12 marzo 1977. L’azione delle forze dell’ordine fu documentata in una drammatica diretta in cui chi era asserragliato all’interno chiedeva aiuto alla piazza attraverso le frequenze della radio. Le persone presenti al momento dell’irruzione vennero arrestate con l’accusa di fomentare la rivolta e di dirigere atti di vandalismo, testimonianza drammatica di quanto sostenuto dal collettivo alla guida dell’emittente e cioè che «le informazioni false producono eventi veri». Dopo circa un mese dalla chiusura, la radio venne riaperta dal Collettivo 12 e divenne un simbolo politico; le sue trasmissioni acquistarono professionalità e rigore informativo, ma persero di vista l’irriverenza dadaista; come dichiarò poi Franco Berardi, il più attivo custode della memoria di Radio Alice: «Dopo una lunga agonia, la radio spira nel 1981».

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Tra il 2002 e il 2004, il regista Guido Chiesa ha dedicato a Radio Alice prima un documentario e poi un film in cui l’emittente radiofonica rappresenta il centro nevralgico e propulsore del Movimento del ’77 bolognese. Tante anche le pubblicazioni e gli studi nei confronti di un’esperienza artistica e comunicativa veramente sovversiva e rivoluzionaria. Forse è proprio Franco Berardi ad aver individuato ciò che rese unica la rivoluzione comunicativa compiuta dalla radio e cioè l’uso che fece dell’ironia come «capacità di togliere potenza grazie al linguaggio».
Non si può che condividere, ma non sbaglia neanche una band di cantastorie, LeFragole, che ha dedicato a Radio Alice un pezzo in cui dice quanto essa sia stata proprio «un bel Paese» capace di «dare la voce a chi la voce non l’ha avuta mai in sorte e ha preso sempre le botte».

Dedico questo articolo a chi tanti anni fa mi fece ascoltare alcune vecchie registrazioni di Radio Alice.
Adesso non c’è più, ma vive nella sua arte che ha tentato di rendere libera e sovversiva come le frequenze di quella radio.

 

 

 

Articolo di Alice Vernaghi

Lh5VNEop (1)Docente di Lettere presso il Liceo Artistico Callisto Piazza di Lodi. Si occupata di storia di genere fin dagli studi universitari presso l’Università degli Studi di Pavia. Ha pubblicato il volume La condizione femminile e minorile nel Lodigiano durante il XX secolo e vari articoli su riviste specializzate.

 

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