«Aldo dice 26 x 1» 25 aprile 1945: la liberazione di Milano

«A TUTTI I COMANDI ZONA. Comunicasi il seguente telegramma: ALDO DICE 26 x 1 Stop Nemico in crisi finale Stop APPLICATE PIANO E 27 Stop Capi nemici et dirigenti fascisti in fuga Stop Fermate tutte macchine et controllate rigorosamente passeggeri trattenendo persone sospette Stop Comandi zona interessati abbiano massima cura assicurare viabilità forze alleate su strade Genova-Torino et Piacenza-Torino Stop».

25aprile_Telegramma
Telegramma del Comitato di Liberazione Nazionale, in data 24 aprile 1945, con l’indicazione del giorno e dell’ora in cui dare inizio all’insurrezione

È questo il testo del telegramma diffuso il 24 aprile 1945 dal Cln – Comitato di Liberazione Nazionale – con l’indicazione del giorno [26] e dell’ora [1 di notte] in cui dare inizio all’insurrezione: insurrezione che è anticipata al giorno precedente, il 25 aprile, data che dall’anno successivo è festa nazionale, istituzionalizzata nel 1949.
Il 25 aprile 1945, tuttavia, il popolo italiano non festeggia, non ancora: la Liberazione non è un evento immediato, non in Italia settentrionale e neppure a Milano, richiede diversi giorni, e la ritirata tedesca lascia una traccia di sangue, le ultime stragi efferate contro civili inermi.
Già due volte italiane e italiani antifascisti hanno creduto di festeggiare la fine della guerra: il 25 luglio 1943, quando, a seguito dell’andamento disastroso del conflitto, il Gran Consiglio del fascismo (da vent’anni il massimo organo istituzionale italiano) vota la sfiducia a Benito Mussolini, e l’8 settembre dello stesso anno, quando è reso noto l’armistizio firmato cinque giorni prima a Cassibile, che formalizza la resa italiana agli angloamericani. Ci vorranno però altri venti mesi di durissima occupazione nazista e oppressione fascista, di guerriglia partigiana e vendetta tedesca, per conquistare la pace.
«All’inizio del 1945 è evidente che la Germania si incammina inesorabilmente verso il crollo» scrive Luca Baldissara nell’Atlante storico della Resistenza italiana, ripercorrendo giorno per giorno le fasi dell’insurrezione e della liberazione. Il contributo delle formazioni partigiane (costituite da ‘patrioti’ o da ‘ribelli’, a seconda dei punti di vista) è determinante: non difendono semplicemente impianti industriali e infrastrutture strategiche, come richiedono gli alleati, ma mobilitano la popolazione e istituiscono organi di autogoverno, coerentemente con lo scopo che il Cln si era dato, chiamando il popolo italiano «alla lotta e alla resistenza», all’indomani dell’8 settembre 1943, nel momento in cui il nazismo tentava «di restaurare in Roma e in Italia il suo alleato fascista».
Lo sfondamento della Linea Gotica da parte delle truppe anglo- americane
inizia con l’offensiva di terra del 9 aprile, anticipata da pesantissimi bombardamenti aerei. Il 21 aprile i reparti del II corpo polacco (inquadrato nell’esercito britannico) del generale Władysław Anders entrano trionfalmente a Bologna, il giorno successivo i comandi partigiani di pianura liberano Modena. Di qui la controffensiva alleata dilaga nella pianura Padana per assumere due direttrici: verso est, ovvero la valle del Po, Venezia e infine Trieste; e verso ovest, attraverso l’Appennino, per La Spezia e Genova. Torino, Milano e Venezia sono raggiunte il 30 aprile; il 2 maggio è la volta di Trieste, capoluogo dell’Adriatisches Küstenland (Zona del Litorale Adriatico), territorio amministrato direttamente dal Reich a far data dal settembre 1943.
Nel contempo, dai primi giorni di aprile, le brigate di montagna iniziano la
discesa in pianura, liberando valli e paesi, per unirsi ai Gap – Gruppi di Azione Patriottica (di poche unità) – e alle Sap – Squadre di Azione Patriottica (più consistenti) – che operano nelle città, nel quadro di azioni coordinate attraverso le proprie articolazioni locali dal Cnl e dal Cvl – Corpo Volontari della Libertà, che si traducono in assalti a caserme e presidi tedeschi e fascisti e, soprattutto, in interruzioni del lavoro nelle fabbriche. Non sorprenda la molteplicità degli acronimi e delle sigle: la Resistenza è, per sua natura, un fenomeno plurale, in opposizione al principio fascista del partito unico. E la Resistenza, in armi e senza, trova espressione nella lotta condotta da operai e operaie delle fabbriche milanesi e torinesi, ancora prima della caduta del fascismo: i grandi scioperi del marzo 1943 testimoniano un antifascismo di massa, possibile proprio a partire dai luoghi che la dittatura aveva mortificato, comprimendo i salari e negando i diritti, e rendendosi complice del nazismo nell’avviare alla deportazione – dopo che sono transitati per San Vittore – uomini e donne colpevoli di aver scioperato contro la guerra e contro l’occupazione nel marzo 1944.
«Rimbomba la fabbrica di macchine e motori, – così gli Stormy Six negli anni
Settanta – più forte è il silenzio di mille lavoratori, e poi, quando è l’ora, depongono gli arnesi: comincia il primo sciopero nelle fabbriche torinesi…».
Il 18 aprile a Torino è proclamato lo sciopero generale, il 19 il Clnai – Comitato
di Liberazione Nazionale Alta Italia – ordina l’insurrezione, il 21 dispone un nuovo sciopero generale, il 23 il Cvl ordina la discesa delle formazioni di montagna nelle città, il 25 il Clnai assume tutti i poteri in ambito civile e militare.

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Topografia dell’insurrezione a Milano (da Istituto nazionale per la storia del Movimento di Liberazione in Italia, Atlante storico della Resistenza italiana, Bruno Mondadori, Milano 2000)

La Lombardia e Milano si segnalano per «la partecipazione popolare e operaia alla lotta di liberazione. – scrive ancora Luca Baldissara – Anzi, l’attività di maggior rilievo delle formazioni è rivolta proprio a sostenere la lotta nelle fabbriche, che divengono vere e proprie basi partigiane». Alle 6 del mattino del 23 aprile il compartimento ferroviario del milanese inizia lo sciopero che porta all’insurrezione generale, due giorni dopo. A differenza di quella di altre città (Torino e Trieste, per esempio), sotto il profilo militare la liberazione di Milano avviene con facilità relativa: scarsa la resistenza nazista e fascista, in fuga Mussolini con altri gerarchi, ormai ritirato il grosso delle truppe tedesche.
Quando gli alleati giungono nel capoluogo lombardo, il 29 aprile, i
combattimenti sono pressoché cessati.

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Milano, 28 aprile 1945, Vincenzo “Cino” Moscatelli (comandante delle Brigate Garibaldi in Valsesia) durante un comizio in piazza del Duomo (Publifoto).

Pure la liberazione di Milano, iniziata proprio il 25 aprile, ha straordinario valore simbolico: rappresenta la fine della guerra e l’affermazione di una nuova legittimità, non più clandestina, che vittoriosamente si sostituisce a quella fascista. Il Clnai, che proprio a Milano aveva eletto la propria sede, emana tre decreti fondativi in campo politico, giudiziario ed economico: assume tutti i poteri civili e militari; riorganizza l’amministrazione della giustizia ridefinendo reati e pene; istituisce i consigli di gestione delle imprese.

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La prima pagina de «Il Nuovo Corriere» del 26 aprile 1945

Il lunghissimo inverno tra il 1944 e il 1945 è finito. «Non avrei mai creduto che avremmo dovuto passare un secondo inverno», così dice Milton, protagonista del romanzo Una questione privata del grande Beppe Fenoglio, all’anziana donna che lo accoglie in una sera langarola di nebbia e pioggia, e con la quale dà vita a un dialogo che, per singolare coincidenza, pare attualissimo.
«— E invece? Invece quando sarà finita? Quando potremo dire fi-ni-ta?
— Maggio.
— Maggio!?
— Ecco perché ho detto che l’inverno durerà sei mesi.
— Maggio, — ripeté la donna a se stessa. — Certo che è terribilmente lontano, ma almeno, detto da un ragazzo serio e istruito come te, è un termine. È solo di un termine che ha bisogno la povera gente. Da stasera voglio convincermi che a partire da maggio i nostri uomini potranno andare alle fiere e ai mercati come una volta, senza morire per la strada, la gioventù potrà ballare all’aperto, le donne giovani resteranno incinte volentieri, e noi vecchie potremo uscire sulla nostra aia senza la paura di trovarci un forestiero armato. E a maggio, le sere belle, potremo uscire fuori e per tutto divertimento guardarci e goderci l’illuminazione dei paesi
».

Foto di copertina. Modena, 29 aprile 1945. Partigiani sfilano lungo la via Emilia

 

 

Articolo di Laura Coci

y6Q-f3bL.jpegFino a metà della vita è stata filologa e studiosa del romanzo del Seicento veneziano. Negli anni della lunga guerra balcanica, ha promosso azioni di sostegno alla società civile e di accoglienza di rifugiati e minori. Insegna letteratura italiana e storia ed è presidente dell’Istituto lodigiano per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea.

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