Di assenze e di presenze

Le innumerevoli affollatissime task force messe in piedi per indirizzare e sostenere l’azione di governo nei prossimi difficili mesi (la cosiddetta “fase 2”) non prevedono quasi per nulla presenze femminili. Perfino la Società Italiana degli Economisti ha rilevato l’anomalia, mentre la politica non s’era nemmeno accorta che la metà della popolazione italiana non aveva voce.
Oggi leggo che come i ministri e il premier hanno nominato le rispettive task force al maschile, così la ministra della famiglia e delle pari opportunità Elena Bonetti ha scelto la “sua” solo al femminile: l’ha chiamata “Donne per un nuovo Rinascimento”. L’operazione è encomiabile ma non mi convince del tutto, odora di pink washing. Le stanze dei bottoni restano monogenere. Non mi ha convinta a suo tempo la dizione stessa del ministero. Mi infastidisce da sempre l’idea-mainstream che la dizione “studi di genere” coincida con studi di donne sulle donne condivisi con altre donne.
Le nostre vite sono progredite, abbiamo ottenuto molte conquiste legislative e qualche cooptazione, ma c’è poca traccia nella cultura – e quindi nei comportamenti – di un ribaltamento di prospettiva. Non è nata una rilettura condivisa del significato e del valore attribuiti alla sfera pubblica e a quella privata, della loro interdipendenza.
Speravate davvero che – sia pure in una situazione inedita – i maschi cedessero senza batter ciglio nomine, poltrone, prestigio? Che il coronavirus avesse il potere magico di spazzar via secoli di denigrazioni, sottovalutazioni, cancellazioni?
Come ricorda una lettera inviata a Giuseppe Conte, firmata da numerosi gruppi e da moltissime singole donne, l’impegno di infermiere, mediche, ricercatrici, farmaciste si è rivelato indispensabile in questi mesi per ridurre la sofferenza e salvare vite umane, così come si sono rivelate determinanti per la tenuta sociale e per la vita quotidiana le insegnanti e le lavoratrici dei settori essenziali, dall’alimentare al sociosanitario, all’informazione, ai servizi pubblici. Ricorda inoltre quante e quanto valide competenze femminili abbia il Paese.
Indispensabili però non significa visibili, competenti non significa apprezzate, essenziali alla vita non significa essenziali al potere. Perché potere, non cura è la parola chiave.
È un film già visto. Non è passato molto tempo da quando l’Osservatorio di Pavia monitorava che fra gli esperti intervistati in tv solo il 10% è di sesso femminile.
All’uomo l’autorevolezza, alla donna la leggerezza; all’uomo la capacità di dibattere temi seri e importanti, alla donna la competenza di diete, moda, trucchi, bambini e tradimenti. Negli spazi in cui prevale l’elemento maschile si riscontra una frequente marginalizzazione delle donne nel ruolo di comparse; per contro, gli spazi a prevalenza femminile non escludono, anzi contemplano la valorizzazione del ruolo maschile. Gli uomini possono invecchiare mantenendo autorevolezza, charme, potere. Le donne no.
Una delle poche indagini comparative che ha analizzato l’immagine femminile nei paesi europei, Women and media in Europe, ha posto l’Italia nelle ultime posizioni, insieme alla Grecia, per quanto riguarda la presenza di una cultura sessista. Il rapporto definisce il nostro un Paese “in resistenza”, in cui le rappresentazioni stereotipate sono considerate un tratto antropologico così radicato che non si pensa sia sufficiente contrastarle con politiche evolutive. Irrecuperabile, insomma.
Gender sensitive: tali dovrebbero essere, secondo la convenzione di Istanbul, le politiche governative di ogni Paese europeo, da pensare e da scrivere secondo un’ottica di genere: ma l’inclusione delle variabili di genere nella politica economica costringerebbe a metterne in discussione i parametri e i meccanismi. Forse per questo chi è al potere ritiene che sia meglio non rischiare.
Non si tratta solo di
riequilibrare delle cifre percentuali, ma di riesaminare criticamente, grazie alla lunga riflessione ed esperienza del femminismo, le premesse e i parametri di quella cultura univoca, di quella presuntuosa autosufficienza che ha procurato i disastri.
Le assenze parlano.
L’approccio delle sociologhe ha avuto il merito di mettere in relazione la divisione del lavoro familiare e il funzionamento del mercato del lavoro e di attirare l’attenzione sui modelli e sulle culture organizzative delle imprese; ha dimostrato che le donne vengono usate come gratuiti ammortizzatori sociali per ogni vulnerabilità: ma di sociologhe nella nuova task force non c’è traccia. L’approccio delle ecologiste ripete da decenni che il nostro modello di sviluppo ha fatto ammalare la terra e gli esseri viventi, che il problema più urgente è ridiscuterlo, che forse è già troppo tardi: ma di ecologiste neanche l’ombra.
Prendo a prestito le parole di Carol Gilligan (La virtù della resistenza): In una cornice patriarcale la cura è un’etica femminile. In una cornice democratica la cura è un’etica dell’umano.

 

 

Articolo di Graziella Priulla

RfjZEjI7Graziella Priulla, già docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi nella Facoltà di Scienze Politiche di Catania, lavora alla formazione docenti, nello sforzo di introdurre l’identità di genere nelle istituzioni formative. Ha pubblicato numerosi volumi tra cui: C’è differenza. Identità di genere e linguaggi, Parole tossiche, cronache di ordinario sessismo, Viaggio nel paese degli stereotipi.

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