Didattica Online. Gli elaborati dalla A alla E

La dad, come ormai confidenzialmente chiamiamo la didattica a distanza (la scuola adora gli acronimi) è ormai diventata prassi quotidiana e non fa più novità. Non so quanti e quante studenti si sia lasciata sul terreno, ma le cifre sono rilevanti e non è difficile aggiornarle. L’isolamento, la non partecipazione, le assenze continue non sono solo questione di collegamento e di attrezzatura, ma segnalano un malessere. Stamattina – ma accade quasi tutti i giorni – una studente non ha voluto accendere la telecamera perché era ancora in pigiama alle 10 e se ne vergognava. Spero che qualcuno, presto, studi e proponga rimedi contro la depressione da reclusione forzata. Se a quindici anni mi avessero costretto a casa due mesi, solo con i miei, ci sarebbe scappato il morto. Come ho scritto, ho voluto approfittare della situazione per tentare qualcosa di nuovo. Alcuni colleghi e colleghe, nelle estenuanti botte-e-risposte sui vari gruppi Whatsapp e dalle colonne di Facebook, lamentano di non poter applicare la normalità dei rapporti docente-studente nell’anormalità del (ci piaccia oppure no) mondo nuovo, auspicano il ricorso alle buone, vecchie bocciature nonché la riapertura immediata delle scuole (il desiderio di immediatezza essendo spesso prioritario rispetto a quello di sicurezza), assegnano capitoli ed esercizi, interrogano e svolgono compiti in classe come se non fosse successo niente (come se desiderassero che non fosse successo niente). Nelle mutate condizioni del mondo, è lecito supporre, non intuirebbero alcun cambiamento né rinverrebbero alcuna occasione. La frase di Gramsci «Occorre invece violentemente attirare l’attenzione nel presente così come è, se si vuole trasformarlo. Pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà» (1932) è sì usurata dalle troppe citazioni, ma resta quanto mai attuale. Un anno più tardi, ormai senza alcuna fiducia nella propria sopravvivenza fisica, il grande rivoluzionario la rivedeva amaramente e constatava il «terribile consumo di energie vitali che progressivamente mi sta prostrando». Credo fermamente che ancora non siamo arrivati né dobbiamo arrivare a questo, e comunque che la scuola debba resistere, ma nel rispetto della realtà. E oggi la realtà è cambiata. Non entro nel merito della fondatezza dei nostri timori, né sulle vere o presunte lesioni dei nostri diritti: la scuola, così com’era, già dava segni di usura anche in tempi “normali”. Partire da presupposti nuovi, ancorché catastrofici, può essere utile per avviare un processo di rinnovamento che, sia ben chiaro, non può limitarsi a una maggior digitalizzazione delle procedure (che, al contrario, trovo esiziali) o dei cosiddetti programmi, ma a un cambiamento dei rapporti. Paradossalmente la scuola a distanza parrebbe modernissima: in quanti racconti di fantascienza le classi sono virtuali e magari sparse in pianeti lontani? Dunque le attuali procedure (videoconferenze, posta elettronica e messaggeria) sarebbero l’ingresso nel futuro. Ma proprio il digitale sta segnando, come ai vecchi tempi, la differenza fra studenti ricchi e poveri: questi, in generale, non parlano più solo il dialetto, non sono costretti a lasciare la scuola per fare il raccolto, non devono rinunciare ai libri e alle ragazze non è più impedito di studiare per dedicarsi alle faccende di casa, come ai tempi di Lorenzo Milani, ma chi ha fratelli e sorelle in età scolare e genitori smart workers non ha sufficienti strumenti di comunicazione. Negli anni Sessanta, a partire dalla contestazione di studenti e di (alcuni/e) docenti, la scuola è cambiata, e ora deve cambiare di nuovo. Nel mio lavoro di insegnante di Disegno e Storia dell’arte ho dovuto pormi molte domande di fondo, prima ancora che sui mezzi. Le lezioni a contenuto storico non destavano preoccupazioni, anzi. Vivendo a Roma ho sempre cercato di far visitare alle classi i luoghi che studiavano, sia conducendole sia assegnando “gite” con documentazione fotografica (compresi i selfie per documentare la presenza sul luogo), redazione di presentazioni proiettabili e lezioni da far svolgere a loro, ma adesso, nell’impossibilità di muoverci, tutto il mondo è equidistante, dunque possiamo gironzolare per i siti e i musei del pianeta con le visite virtuali che ormai abbondano. E possiamo far ricerca, a partire dalla solita – ma utilissima – Wikipedia, in una vera e propria caccia al tesoro. Ho insistito perché lo studio diventasse investigazione e la mia valutazione si basa sulla quantità di reperti, sulla capacità di estrapolazione dei dati, sull’individuazione di legami e sulle congetture, oltre che sulle conoscenze. Più difficile è stato il lavoro sul disegno. Alcune/i colleghe/i della mia materia hanno lamentato l’impossibilità di far disegnare perché, così a distanza, non si potrebbero verificare e valutare autenticità, pulizia, precisione (requisiti indispensabili nel liceo scientifico) di manufatti cartacei, fotografati col telefonino e trasmessi in chat. Verissimo: non in tutte le case c’è uno scanner né tantomeno la capacità di inviare file grafici corretti. Ecco perché ho pensato di fare il contrario: far fare disegni con qualunque tecnica ponendo vincoli non geometrici né prettamente grafici, come prima, ma di comunicazione. Mi spiego: il disegno è comunemente inteso, a scuola, come qualcosa di razionale (la cosiddetta geometria descrittiva) o di “artistico” (qualunque cosa significhi), mentre la comunicazione visiva, ovvero la visualizzazione di un contenuto nel modo più eloquente possibile (dunque semplice e non necessariamente “bello”), non è trattata se non in alcuni istituti professionali. Per comunicare efficacemente occorre innanzitutto un soggetto, e io ho adottato l’abbecedario di Vitaminevaganti <https://vitaminevaganti.com/category/societa/stereotipi/labbecedario/?fbclid=IwAR23FUiR3RqyKxcGoYenbgKwqOZl7kSP8cJcajjcUdBhcsrvCkTf9hnwIy0> redatto da Graziella Priulla e illustrato da Marika Banci. Ho assegnato la lettura attenta di tre lettere a settimana e la compilazione di un disegno a testa che potesse fungere da illustrazione per quella lettera. Poiché, per svolgere un progetto, è necessario stabilire dei vincoli (nulla è più pericoloso e più inutile, ai fini della didattica, dell’affidarsi alla cosiddetta “creatività” totale), ho prescritto il formato quadrato e la presenza della lettera iniziale e della parola, ho consentito la ricerca e l’uso di qualunque immagine in rete e la produzione manuale con qualunque tecnica, ho incoraggiato la scrittura di brevissimi estratti dei testi in esame. Ho anche detto loro che il discrimine fra sufficienza e insufficienza non sarebbe stata la “qualità” degli elaborati ma la loro mera presenza. Come giudicare insufficiente, infatti, un compito mai affrontato prima? Le classi – sei, dalla prima alla quarta, del liceo scientifico Primo Levi di Roma – sono rimaste dapprima sorprese dal tema e hanno talvolta reagito con prevedibili domande come «sì, prof, ma in concreto che dobbiamo fare?»: in assenza di vincoli tradizionali sorge il panico. Ho letto con loro i testi e evidenziato i passaggi salienti, l’uso dell’ironia, la denuncia dello stereotipo, il gusto del paradosso, e ho mostrato – nel modo meno professorale possibile – alcuni miei lavori grafici raccontandone la genesi e lo sviluppo, ma evitando di considerarli come modelli da seguire: solo una delle vie possibili.

Cominciamo con la A, come Altezza.

È la prima lettera, quindi la più difficile, e infatti moltissimi lavori sono arrivati “sbagliati”: in formato non quadrato, senza capolettera, senza parola, riferiti a parole diverse da quella assegnata.

Foto1_A_1G_FrancescoAttura_A Questa di Francesco, prima G, è esemplare: c’è tutto. La tecnica, matita su carta, è piuttosto naïve (è pur sempre una prima classe e non è richiesto alcun prerequisito) ma le indicazioni sono state rispettate.

B come Bambola

Foto2_B_1G_AlessioGratisti_B Alessio, prima G, ha dimenticato di scrivere la parola ma ha centrato l’atmosfera e ha montato correttamente la foto sul capolettera. Gli elementi sono essenziali, non c’è ridondanza. Mi sembra un’immagine molto poetica, un po’ malinconica.

C come Casa

Foto3_C_2G_RebeccaAlese_C L’immagine di Rebecca, seconda G, è razionale, lucida, geometrica: bianco/nero, linee rette o ellissi, uso evidente di un software di disegno. La parola “casa” non c’è ma c’è tutto il resto, comprese due scritte minuscole – forse non leggibili con facilità – che dicono “crep” (probabilmente “crêpes”) sul grembiule di lui e “carabinieri” sulla cartella di lei: i ruoli tradizionali sono invertiti con palese soddisfazione di ambedue.

D come Danza

La danza ha attratto molte persone: sarà un desiderio nascosto, in questi tempi di immobilità? Le immagini si fanno più sicure, i contorni della comunicazione sono più delineati.

Foto4_D_2G_RebeccaAlese_D Ancora Rebecca, seconda G, ha composto un’immagine disarmante nella sua semplice serenità: una D con un uomo poco atletico, sovrappeso ma felice nel suo tutù.

Foto5_D_3C_AlessiaZerpa_D Alessia, terza C, ha riflettuto sull’opposto, cioè sulla difficoltà dei ragazzi nell’affrontare uno stereotipo doloroso.

Foto6_D_3G_FrancescoSerra_D Francesco, terza G, ha lanciato un evidentissimo atto di accusa.

E come Elasticità

Foto7_E_2G_AuroraLaScalia_E Aurora, seconda G, mette a confronto due modi di essere e due stereotipi. Una grafica essenziale, un tratto sicuro e un uso drammatico del colore di fondo.

Foto8_E_3C_DavideSimetti-E Davide, terza C, confronta i vari significati del termine “elasticità”.

Foto9_E_3G_BeatriceD'angelo_E Beatrice, terza G, ha un tratto sicuro e un uso netto del contrasto. Per ora ci fermiamo qui.

Articolo di Mauro Zennaro

RXPazl9rMauro Zennaro è grafico e insegnante di Disegno e Storia dell’arte presso un liceo scientifico. Ha pubblicato numerosi articoli e saggi sulla grafica e sulla calligrafia. Appassionato di musica, suona l’armonica a bocca e la chitarra in una blues band.

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