Media, stereotipi e discriminazioni

Quali letture indicare, per non annoiare giovani studenti a scuola e catturare la loro attenzione su argomenti che li facciano riflettere? Ragazzi e ragazze, ma con un’età che si abbassa sempre di più, trascorrono ormai moltissimo tempo sui social media, acquisendo precocemente capacità digitali di sicuro utili in una società tecnologizzata come l’attuale, ma anche esponendosi a rischi di condizionamenti e strumentalizzazioni non facilmente gestibili alla loro età. La scuola deve farsene carico, attivando insegnamenti innovativi rispetto al passato. Moltissime piattaforme sono state create proprio a questo scopo, ne cito solo due con cui personalmente ho interagito, “Vivi internet al meglio!”, progetto gestito da Telefono Azzurro, e “Parole O-Stili” dell’omonima associazione no profit, che ha già ben presentato Sara Marsico in https://vitaminevaganti.com/2020/04/11/il-manifesto-della-comunicazione-non-ostile-in-tempi-di-didattica-a-distanza/. Solo due tra le tante che offrono materiali, strumenti e programmi formativi con indicazioni operative per sviluppare nelle classi argomenti quali lotta al cyberbullismo, fake news e linguaggio inadeguato sui social, nell’ambito di un’educazione sui concetti fondamentali della cittadinanza digitale, per affrontare abusi e disagi vecchi e nuovi, potenziali ed effettivi. Oltre alle piattaforme, uno strumento che ho trovato utilissimo per offrire spunti di discussione sugli stereotipi e le discriminazioni insite in tanti comportamenti e linguaggi pericolosi per lo sviluppo di una personalità socialmente positiva, è l’Abbecedario, la raccolta di scritti di Graziella Priulla, pubblicati su vitamine vaganti.com, brevi e pregnanti, quindi del tutto adatti per essere dati come lettura da commentare a giovani studenti. In più, gli scritti sono introdotti da illustrazioni, opera della giovane Marika Banci, che sintetizzano in immagini i concetti, usando quel linguaggio iconico e fumettistico che ha grande presa sull’immaginario giovanile. Il compito che ho assegnato, quindi, alla classe 3B del Liceo Maffeo Vegio di Lodi, in cui insegno Scienze umane, è stato far scegliere e commentare una voce dell’Abbecedario: interessante andare a scoprire quali temi hanno maggiormente suscitato il loro interesse. Molti riguardano il corpo. Emanuela, giocatrice di pallavolo, parte con A come Altezza e dice: «È la prima volta che penso all’altezza come mezzo di discriminazione di genere vero e proprio. Quando una bambina cresce sentendosi ripetere parole come: “Montagna”, “Giraffa”, “Lampione”, pensa di essere lei quella sbagliata, non gli altri quelli che sbagliano. Poi, crescendo, gli insulti diventano più velati: “Non può piacerti quello, è più basso di te!” o “Sicuramente non mi metterò mai con una ragazza più alta”. Sembra qualcosa di normale, quasi scontato che la donna debba essere più bassa dell’uomo, ma come dice il testo, cosa c’è di veramente normale? Da una parte essere alte e snelle rappresenta lo stereotipo della donna da copertina o da sfilate, quelle che si vedono in centro a Milano in bilico su tacchi vertiginosi, che popolano le fantasie maschili della ragazza che vorrebbero tutti, ma appena una donna così alta ce l’hanno di fronte, ne preferiscono una più bassa di loro. E allora come dovrebbe essere una donna? Una donna sarà mai apprezzata per quello che è, invece di essere prefigurata su quello che gli altri vogliono che lei sia? “Troppo alta non va bene, ma attenzione, se è un tappo non la vedo neanche”, “Voglio una donna più matura, mica una vecchia!”, “Ma sei uno scheletro!”, “Certo non è meglio una botte”. Sembra che comunque la donna cerchi di essere non vada mai bene. Ma questo è naturale? Spingere una persona a essere un modello surreale e stereotipato, per quello che vogliono gli altri?» Daria: L come Labbra. «Personalmente sono a favore della chirurgia plastica, ma come tutte le cose deve essere moderata. Mi ritengo favorevole perché, in alcuni casi, può aumentare l’autostima di donne o uomini che vogliono migliorare una determinata parte del loro corpo, diventando così più sicuri di sé stessi. Ultimamente, però, ci sono sempre più giovani che decidono di ricorrere alla chirurgia plastica, e penso che siano eccessivamente influenzati dai modelli di perfezione che possiamo facilmente trovare sui social; addirittura, molte celebrità o influencer (che tutti sanno ricorrere a questi tipi di interventi) dicono però che la loro trasformazione è data dall’uso di cosmetici, che molto spesso producono loro stessi, arricchendosi. Però questa continua ricerca della perfezione fisica può portare anche a delle gravi conseguenze, come disturbi narcisistici o disturbi legati alla dipendenza. Un esempio di questa malsana moda di esagerare con botox e ritocchi è Jocelyn Wildenstein, che è diventata famosa in tutto il mondo per via del suo aspetto felino. Dopo che il suo matrimonio con un plurimiliardario è andato in crisi, Jocelyn è entrata in depressione e ha deciso di farsi operare per assomigliare a un felino pur di riconquistare il marito. Semplice insicurezza di fondo, mancanza di autostima, problematiche psicologiche molto più profonde e serie oppure estremo condizionamento del mondo dello spettacolo? Ognuna di noi dovrebbe cercare di piacersi per quello che è senza farsi influenzare dai canoni di bellezza dettati dalla società o dalle opinioni altrui. È un percorso molto difficile e lungo, che richiede l’accettazione di sé stesse e delle proprie imperfezioni.» Georgeta: K come Kilo. «“Sei così bella in viso, pensa se dimagrissi!”, “hai messo su qualche chilo di troppo?”, “ti stai trascurando”, “forse sarebbe meglio se ti mettessi a dieta”, “non pensi alla tua salute?”, “lo dico per il tuo bene”. La bilancia diventa un’ossessione, la dieta un calvario, la tavola un campo di battaglia; l’autostima scende a zero. Mi sono confidata realmente soltanto con una persona, e lei a sua volta si è fidata di me. Girando insieme quel pomeriggio per il parco abbiamo parlato a lungo, ma ovviamente non potrei raccontare ora di cosa; mancherei di rispetto a lei, a me e a quel momento condiviso. Non è stato solo, come potrebbe sembrare, caratterizzato da dolore e brutti ricordi, anzi, è stato come una liberazione, come per dire “Siamo arrivate a questo punto e non si torna più indietro. Ora possiamo andare solo avanti”. Ed è vero. Dopo anni in cui continuavo a sminuirmi, a crogiolarmi nella mia frustrazione, pensando di non poter reagire, come se non fossi la vera artefice del mio destino, qualcosa è cambiato. In realtà mi trovavo di fronte a tre scelte: non cambiare assolutamente nulla, accontentarmi, continuare ad accettare il mio corpo e ciò che provavo, imparare soltanto ad accettarmi o cambiare completamente. Con cambiare non intendo soltanto un cambiamento fisico, ma anche mentale, perché il mio è stato un percorso di scoperta. Scoperta di sicurezza, una sicurezza vera, non alimentata da cattiverie che mi avrebbero dato solo una falsa impressione di superiorità, e scoperta di una vera forza, che prima pensavo erroneamente di avere. Per quanto riguarda il ruolo che gli altri, coloro che mi circondavano, avevano, era anche questo una mia impressione. Non ero accettata da me stessa, credendo che il mondo intero mi vedesse con i miei occhi. […] È una catena senza fine: i media promuovono soltanto un determinato tipo di bellezza come desiderabile, le masse si adeguano e di conseguenza, anche involontariamente, si finisce per interiorizzare questi canoni. Non è nemmeno necessario ricevere direttamente insulti, perché ci si sente attaccate, come se si dovesse provare costantemente qualcosa a tutti. E non è così! Bisogna cambiare completamente prospettiva, riconoscere tra la nostra realtà e la narrativa interiore che è stata indotta dai modelli esterni, superare tutte le difficoltà per riuscire infine a migliorarsi, e a farlo soltanto per sé stesse.» Sabrina: T come Tette. «Il nostro corpo rappresenta uno spettacolo teatrale e spesso gli uomini pensano di potersi sedere ad osservare senza neanche pagare il biglietto. Mi sento in dovere di citare la famosa frase “il corpo è mio e decido io”. Si, tutti potremmo essere d’accordo, uomini e donne, peccato però che, se decido di mettere un vestito che valorizza le mie forme e che permette di far alzare la mia autostima, l’attenzione degli individui dell’altro sesso non ricadrà sul mio sorriso raggiante e soddisfatto, ma su ciò che è considerato erotico! Il nostro corpo è sempre sottoposto a un esame della collettività, è il nostro biglietto da visita ed è ciò che le persone notano in un primo impatto. Ma non per questo motivo c’è il diritto di giudicare, di dire come dovremmo essere per piacere. Io sono nata femmina, ma non per questo motivo devo modificare il mio corpo a seconda dei gusti dei maschi. Molte volte, lo sguardo maschile è talmente pervasivo che le donne finiscono per introiettarlo e guardare sé stesse (e le altre) con quegli occhi. Per esempio, se ci troviamo all’interno di una relazione tossica e la nostra libertà (di uscire, di vestirci come vogliamo, ecc..) è limitata, ci sembrerà sia giusto ciò che lui dice e giudicheremo in modo negativo le donne che amano il loro corpo e lo mostrano al mondo. La società contemporanea tratta le donne come oggetti e spesso sono utilizzate nelle pubblicità per invogliare i consumatori: sono presenti ragazze in costume anche in casi in cui si sta pubblicizzando un paio di scarpe! È interessante notare anche come la nudità maschile (es. pubblicità dei profumi) è vista diversamente dalla nudità femminile, anche rivolta all’arte. Svolgendo una piccola ricerca ho letto che, nei tempi antichi, la nudità femminile affascinava ed incuriosiva: le rappresentazioni artistiche proponevano il corpo senza veli della dea Venere simboleggiante amore e bellezza; mentre le matrone romane venivano raffigurate vestite come segno di rispettabilità. Invece la nudità maschile non era un tabù, tanto che gli uomini venivano rappresentati nudi nell’arte e lo erano anche durante i giochi atletici. Ogni persona, comunque, ha un senso del pudore diverso, legato, più che alla soggettività, alla religione, al contesto che varia in base al tempo e allo spazio, ma ciò non conferisce a nessuno il potere di giudicare il mio corpo e di usarmi come oggetto erotico!» Giorgia e Alessia B. scelgono V come Verginità. Commenta Giorgia: «Come ho letto nell’articolo di Graziella Priulla, la verginità è sempre stata molto più legata alla figura della donna rispetto a quella dell’uomo. La donna per sposarsi doveva essere vergine perché in questo modo il marito poteva avere il controllo e il primato sulla moglie anche sotto questo aspetto intimo. […] L’imene, un sigillo, un piccolo filamento di pelle che appartiene alla donna: per anni è stato controllato dagli uomini, poteva essere “preso”, “rubato”, “perso”. Oggi, invece, in una società che vive quotidianamente attraverso i social, dove troviamo una sessualità esageratamente esibita, la verginità è diventato un argomento tabù. Le ragazze, o anche ragazzi, che ancora non l’hanno persa si vergognano! Se in passato essere vergini era un valore, eri considerata degna solo per quello, ora si cerca di perderla solo per non sentirsi “sfigate”, escluse dagli altri del gruppo. Capita di sentire giovani che lo fanno solo per togliersi il pensiero, mentre la “prima volta” dovrebbe essere quella che si ricorda per tutta la vita, con una persona per la quale si provano dei sentimenti sinceri, non una cosa senza emozioni come gli animali per poi finire per sentirsi usate/i.» E Alessia: «Leggendo questo articolo mi sono trovata sconvolta con ciò che veniva “imposto” alla donna nelle epoche precedenti. La dignità di una donna non si perde non rispettando la verginità fino al matrimonio, che bisognava difendere anche a costo della vita. La donna è stata dipinta fin dall’antichità come un fiore, un fiore che deve riuscire a preservarsi e a mantenersi puro fino a che non sia il momento di coglierlo. Con tradizioni umilianti in certi paesi, come quella del lenzuolo nuziale sporco di rosso appeso fuori dalla finestra per far vedere che “tutto è andato per il verso giusto”. Non avviene lo stesso per l’uomo, che non avrebbe nessun modo per dimostrare la sua purezza e che non ne ha nemmeno l’intenzione. L’onore delle donne, dipeso per molti secoli dalla loro condotta sessuale, sorvegliate e “protette” dai maschi di famiglia, è una privazione dei loro diritti, loro che dovevano solo “obbedire” al padre e in seguito poi al marito. […] Il corpo femminile veniva considerato come un oggetto, che veniva poi lasciato al momento giusto nelle mani del marito. Anche oggi, nella realtà di tutti i giorni, la donna viene fatta oggetto di scherno quando si tratta di parlare di intimità. Se da una parte il sesso è ancora un tabù e un argomento che viene guardato con sospetto in famiglia e a scuola, dall’altra viviamo in una società in cui il sesso e la sessualizzazione, per esempio a scopi pubblicitari, è all’ordine del giorno. Se da un lato noi adolescenti abbiamo sempre più mezzi per informarci, come l’utilizzo dei media, dall’altro lato ciò non viene affiancato da un’efficace informazione da parte della scuola e della famiglia. […] È tempo che anche le donne non siano più vittime dei modelli che le rendono molto più insicure di loro stesse e del loro aspetto fisico, ma soprattutto è arrivato il momento che si cerchi di comprendere che la “prima volta” è una prima volta per tutti e che la cosa più importante è arrivare pronti e pronte, sicure e consapevoli, senza essere giudicate.» N come Nudità è stata la scelta di Alessia F. che commenta: «La nudità è l’aspetto del corpo privo di vesti, quindi, le parti del corpo che appaiono scoperte. Spesso, accanto alla nudità, associamo un’altra parola: pudore. Il pudore è il senso di vergogna e di disagio quando la nudità di qualsiasi persona viene allo scoperto. Nonostante l’aspetto fisiologico umano sia lo stesso per tutti, la sensazione di pudore è inevitabile, perché? Molti credono che il disagio per la nudità sia innato, come dimostrerebbe il rossore provocato da una situazione che noi elaboriamo come “vergognosa”; chi, invece, ha studiato psicoanalisi sa che è stato indotto dall’educazione, da ciò che è tramandato da culture millenarie, come si può leggere in testi sacri, miti e anche favole. Sicuramente, il senso di pudore che si percepiva anni fa, è totalmente diverso dal senso di pudore che si percepisce in questi anni più recenti. La donna è il sesso più colpito da sempre riguardo alla nudità: un esempio è San Girolamo, che disse addirittura che la donna si dovesse lavare con i vestiti, in modo da non poter guardare la propria nudità! Oggi la società occidentale è fin troppo aperta su questo, invece la società islamica è su una posizione diversa. Qui la donna è obbligata a coprirsi interamente. Le donne islamiche non sono tutte d’accordo con questa regola, ed è per questo che negli anni molte di loro hanno combattuto per avere più libertà, come ad esempio Hassiba Boulmerka, una donna araba che fin da piccola amava correre ed eseguiva i suoi allenamenti in pantaloncini corti e canottiera, un abbigliamento non concesso al sesso femminile. Il suo modo di essere “diversa” dalle altre ha provocato fastidio e disprezzo da parte delle altre persone, tanto che alcuni uomini non si risparmiavano di sputarle e lanciarle pietre addosso. Quando Hassiba Boulmerka conquistò la sua medaglia d’oro alle Olimpiadi di Barcellona del 1992, disse:” Questa vittoria è per chiedere che la società araba riconosca la donna”: un esempio di grande coraggio, per far capire che la donna deve essere libera come l’uomo.» Infine, la scelta di Alice: D come Danza. «La danza è per donne, se un uomo fa danza è gay. Per la mia riflessione su questo articolo vorrei proprio partire da questa frase: quante volte ci è capitato di sentirla nella nostra vita? Quante volte abbiamo pensato che questa frase non ci tocchi nemmeno? Quante volte abbiamo dato ragione a quelli che la dicevano? Durante la mia vita l’ho sentita milioni di volte questa frase che, oserei dire, è veramente infondata. Pratico danza dalle elementari e nei tipi di balli che ho praticato mi è capitato sempre di vedere una netta prevalenza femminile, ma non per questo si dovrebbero creare dei pregiudizi riguardo ai maschi che praticano la danza, che può essere di qualsiasi tipo, dalla classica a una molto più moderna come l’hip hop. La danza mi affascina. È arte. È espressione libera del corpo. Nel momento in cui si balla si possono trasmettere emozioni, positive e negative e non importa se a farla sia un maschio o una femmina. Esistono molti ballerini di fama mondiale, per esempio Roberto Bolle. In un campo prevalentemente femminile, le eccezioni sono rappresentate dalla figura maschile. […] Da piccola ho riguardato più volte il film Billy Elliott. Mi piaceva moltissimo vederlo ballare, anche se veniva ostacolato dai pregiudizi del padre e del fratello, che avevano convinzioni contrarie alle sue per quel tipo di “sport”. Veniva incoraggiato dalla sua insegnante di danza classica e dal suo amico. Alla fine, però è riuscito a realizzare il suo sogno e a far cambiare idea sia al padre che al fratello. […] Ancora oggi si ritiene troppo spesso che la femmina debba essere graziosa, attraente, delicata mentre il maschio debba avere sempre un comportamento forte e non sfociare in atteggiamenti che potrebbero essere considerati da “femminuccia”: il cambiamento di certe credenze crea resistenza e spaventa.» Altre scelte hanno riguardato l’omofobia, il romanticismo, i jeans, la casa, il QI… ma questa è un’altra storia e potrà, volendo, rientrare in un’altra narrazione.

 

Articolo di Danila Baldo

DANILA BALDO.400x400 NON TROVATA-1Docente di filosofia e scienze umane, coordina il gruppo diade e tiene corsi di aggiornamento per docenti. È referente provinciale per Lodi dell’associazione Toponomastica femminile; collabora con l’UST e il Comune di Lodi sui temi delle politiche di genere, con IFE-Iniziativa Femminista Europea e con Se non ora quando? È stata Consigliera di Parità provinciale dal 2001 al 2009.

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