2 giugno 1946: rottura o continuità?

Le prime libere elezioni dopo il ventennio fascista e la prima volta che le donne esercitarono il diritto di voto in elezioni politiche furono gli elementi che determinarono la “storicità” della giornata del 2 giugno 1946.
Quel giorno il 90% circa degli/delle aventi diritto votò per il quesito referendario Repubblica o Monarchia e per l’elezione dei deputati all’Assemblea Costituente.
Il diritto di voto alle donne, in realtà, era stato conferito con decreto del governo Bonomi il 1° febbraio 1945 e il successivo decreto del 10 marzo  consentì anche la loro eleggibilità. Alle elezioni amministrative della primavera 1946, l’89% delle elettrici italiane si recò alle urne e ne risultarono elette circa 2000 nei Consigli Comunali e 10 sindache.
Il lungo e faticoso cammino verso il superamento delle discriminazioni aveva registrato un ulteriore passo in avanti, considerando anche le 21 donne elette nell’Assemblea Costituente. Di certo quel numero così esiguo (21 su 556 deputati) non ebbe subito modo di incidere significativamente su provvedimenti legislativi mirati alle problematiche femminili ma era comunque un inizio.

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Tornando al quesito referendario, il 54,2% dei/delle votanti non perdonò alla monarchia la compromissione con il regime fascista e scelse la rottura con il sistema politico precedente. L’estraneità della repubblica con il fascismo fu poi sancita esplicitamente dalla XII delle Disposizioni transitorie e finali della Costituzione che vieta esplicitamente la riorganizzazione del disciolto partito fascista.
I risultati ufficiali del referendum indicarono però che la vittoria repubblicana non fu del tutto scontata, soprattutto al sud Italia. La geografia del voto evidenziò infatti che l’unità italiana di cavouriana memoria non si era ancora pienamente realizzata poiché, mentre il centro-nord si dichiarò in maggioranza repubblicano, il 70%  dei voti al sud e nelle isole andò alla monarchia. La spiegazione del fenomeno è stata oggetto di studi autorevoli e può essere ben sintetizzata da queste parole di Giorgio Amendola: «Vi sono larghe zone dell’Italia meridionale in cui ogni cosa sembra essere rimasta come era prima, sotto il fascismo; l’apparato politico e statale non è cambiato, ed il potere rimane nelle mani delle stesse famiglie». A Napoli, in modo particolare, l’ideale monarchico era ancora profondamente radicato perché significava assistenza, lavoro e benefici per la popolazione ed essa non era pronta a rinunciarvi per un ideale repubblicano apparentemente astratto e denso di incognite.

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La scheda elettorale

La scelta di affidare al referendum popolare e non all’Assemblea Costituente la decisione sul futuro assetto istituzionale italiano derivò dalla volontà del Presidente del Consiglio De Gasperi di mascherare la divisione esistente tra l’elettorato della Dc, cattolico, prevalentemente monarchico e favorevole alla continuità statale (più di sei milioni di democristiani voteranno monarchia) e i dirigenti del partito, in maggioranza repubblicani e favorevoli alla rottura istituzionale. Nell’Assemblea Costituente tale divisione sarebbe emersa in tutta evidenza e l’elettorato avrebbe potuto interpretarla come un tradimento e rifiutare di conseguenza il sostegno al partito.
Comunisti e socialisti, pur consapevoli della manovra degasperiana, non opposero grosse resistenze alle decisioni del leader democristiano, certi come erano di riuscire ad ottenere il controllo dell’Assemblea, ossia di raggiungere insieme più della metà dei 556 seggi.
Ma l’analisi del voto effettuata da Palmiro Togliatti sul suo periodico “Rinascita” evidenzia la consapevolezza dei loro errori di valutazione: «[…] questo modo di presentarsi alle masse elettorali ha oggettivamente nociuto ai partiti socialista e comunista, perché ha reso meno marcati i loro lineamenti di partiti del rinnovamento sociale, e in questo è senza dubbio da ricercare una delle cause del loro relativo indebolimento. Il Partito democratico cristiano ha invece agito in modo opposto riuscendo […] a prendere una posizione bifronte che gli ha permesso di raccogliere adesioni tanto nella massa monarchica quanto nella massa repubblicana».
La Dc ottenne la maggioranza relativa con il 35,18% dei voti validi e 207 seggi, seguita da Psiup con 115 seggi e Pci con 104. Il partito comunista si trovò in terza posizione dietro ai socialisti, mancando quindi l’obiettivo della maggioranza dei seggi, contrariamente a quanto avevano previsto i suoi dirigenti. Restò la soddisfazione, comune a tutte le forze di sinistra, di aver contribuito a istituire la repubblica liberando il Paese da una monarchia che aveva ampiamente dimostrato negli ultimi 20 anni di essere lontana dai principi democratici.

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La grossa contraddizione alla base dei risultati elettorali subito rilevata dagli studiosi stava nel fatto che, da un lato, l’elettorato italiano aveva scelto il cambiamento liberandosi di una monarchia compromessa con il regime fascista, dall’altro alla Costituente risultò maggioritario un partito i cui votanti per il 75% si erano espressi a favore della monarchia. Il che tradotto nel linguaggio di alcuni giornali dell’epoca diventò: «La Democrazia Cristiana per questa sua composizione mista ci potrà dare riforme con il contagocce».
Già. E il re?
Una volta pubblicati i risultati del voto, il 10 giugno, c’era da risolvere la delicata questione istituzionale poiché Umberto II, il re di maggio, non aveva accettato di buon grado la sconfitta e attendeva il pronunciamento della Corte di Cassazione in merito ai numerosi ricorsi presentati dai monarchici per presunti brogli e per il ricontrollo del conteggio dei voti e delle schede nulle. Umberto II aveva infatti dichiarato che la repubblica aveva ottenuto la maggioranza dei soli voti validi e non della totalità degli aventi diritto.
Il D.L.L. n. 98 del 16 marzo 1946 prevedeva che, in caso di vittoria repubblicana, dal giorno della comunicazione dei risultati del referendum e fino alla elezione del Capo dello Stato, le relative funzioni spettassero al presidente del Consiglio dei Ministri in carica al momento. Cioè Alcide De Gasperi.
L’11 giugno il documento fu sottoposto all’attenzione del re, ma lui rinviò ogni decisione in attesa della risposta della Corte di Cassazione prevista per il giorno 18, mentre il Consiglio dei Ministri aveva deciso di attenersi rigorosamente al D.L.L.; in un clima teso fino all’inverosimile al punto da far temere un colpo di Stato, nella notte tra il 12 e il 13 giugno De Gasperi venne nominato Capo provvisorio di Stato, secondo quanto previsto dall’art. 2 del decreto citato.
Lo stesso giorno Umberto II partì per l’esilio in Portogallo denunciando il governo di aver compiuto un gesto rivoluzionario e senza abdicare, il che significava che continuava a considerarsi re d’Italia, ultimo re della dinastia più vecchia d’Europa.

Per saperne di più

P. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra ad oggi, Einaudi, 1989.
F. Chabod, L’Italia contemporanea, Einaudi, 1961.
http://www.raiscuola.rai.it
, Le elezioni politiche del 1946.
P. Togliatti L’elezione alla Costituente e l’unità dei partiti operai in  “RINASCITA”, maggio-giugno 1946.
G. Pierangeli, I problemi della Costituente, in “LA CRITICA POLITICA”, anno VIII, nn. 6-7, giugno-luglio 1946
Umberto II ha lasciato l’Italia in “LA NUOVA STAMPA”, Anno II, 14 giugno 1946.

 

 

Articolo di Marina Antonelli

zjHdr1YM.jpegLaureata in Lettere, appassionata di ricerca storica, satira politica e tematiche di genere ma anche letteratura e questioni linguistiche e sociali, da anni si dedica al volontariato a favore di persone in difficoltà ed è profondamente convinta dell’utilità dell’associarsi per sostenere i propri ideali e cercare, per quanto possibile, di trasformarli in realtà. È autrice del volume Satira politica e Risorgimento. I giornali italiani 1848-1849.

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