Tre donne intorno al cor. Ferdinando Martini e le straordinarie donne della sua vita. La zia.

Giulia Rinieri de’ Rocchi Martini, l’amante segreta di Stendhal
A Monsummano Terme (Pistoia) un bel palazzo centrale, oggi sede del Municipio, era nella seconda metà dell’Ottocento la residenza di una anziana signora, dedita alla premurosa assistenza al marito e alle opere pie.

FOTO 1. Monsummano Terme(PT)-Municipio -foto di Laura Candiani
Il Municipio di Monsummano Terme, foto di Laura Candiani

Qualche anno dopo la sua morte il nipote Ferdinando Martini mai si sarebbe sognato di scoprire in un baule carte, lettere, documenti che si riferivano ad una sconosciuta vicenda assai scabrosa: la zia che aveva frequentato abitualmente, abitando a pochi passi, e che conosceva come benefattrice aveva avuto una lunga storia d’amore, anche dopo il matrimonio, con il celebre scrittore francese Stendhal, terminata solo con la morte di lui. Da alcune fonti sappiamo che Martini iniziò a riordinare quegli incartamenti, ma poi (siamo nel 1896) prevalsero il pudore e l’imbarazzo di rendere note vicende assai intime e delicate per il buon nome della famiglia e di un illustre parlamentare; oggi solo poche tracce si possono reperire nella Biblioteca Forteguerriana di Pistoia e nell’Archivio di Siena.
Giulia Rinieri de’ Rocchi, nata a Siena il 24 ottobre 1801, apparteneva ad una nobile famiglia; sua madre Anna Martini aveva fatto parte dell’Arcadia, si dilettava nella poesia e animava un salotto letterario. Giulia aveva un carattere indipendente  e brillante, forse proprio per questo non riusciva a trovare il compagno della sua vita. All’epoca, superati i venti anni, una ragazza era “da marito” e per trovarle il partner ideale il suo precettore Daniello Berlinghieri la portò con sé a Parigi per frequentare la bella società; qui avvenne l’incontro fatale nel gennaio 1827, in casa dei signori Cuvier.  Stendhal (Henry Beyle- 1783-1842) stava attraversando un periodo di crisi, sembra che meditasse addirittura il suicidio per una nuova delusione d’amore; non sappiamo di preciso cosa avvenne nei due anni successivi, ma si presume che abbiano mantenuto rapporti amichevoli. Dai rari documenti si sa che Giulia, trascorso questo periodo, fece qualcosa di impensabile per l’epoca: dichiarò al grande scrittore francese il suo amore. Era il 21 gennaio 1830. Stendhal rimase colpito e incerto, in qualche modo voleva resistere alla giovane graziosa italiana, ma la relazione- voluta fortemente da entrambi- ebbe inizio, precisamente il 22 marzo. Il 6 novembre del medesimo anno Stendhal fece un passo unico nella propria esistenza: chiese in moglie Giulia, passando attraverso il suo tutore, e ne abbiamo la prova tangibile perché la domanda di matrimonio fu addirittura pubblicata da Ferdinando Martini sull'”Illustrazione Italiana”, dopo il ritrovamento delle carte segrete. Tuttavia la mano della ragazza fu negata: non ne è chiaro il motivo, forse la differenza di età (18 anni), forse il pregiudizio verso un mestiere dal futuro incerto (il diplomatico… lo scrittore…), forse la fama di inquieto amatore. I due continuarono comunque a incontrarsi, anche se sporadicamente, fra il 1832 e il ’33, visto che Stendhal fu vice-console a Civitavecchia e –  negli anni che gli rimasero da vivere –  viaggiò spesso per l’Italia (Roma, Napoli, Siena, Firenze). Nel 1833 Giulia ritrovò un cugino, il monsummanese Giulio Martini, con cui si sposò il 24 giugno: aveva ormai 32 anni e per lei era il momento di accasarsi senza attendere ulteriori occasioni. La coppia ebbe due figli: Annina e Daniele, e si spostò più volte per gli incarichi diplomatici di Giulio, mentre Giulia conduceva vita mondana ed era divenuta dama di corte. Tuttavia la relazione con Stendhal riprese nel ’36 e finì solo con la morte dello scrittore, avvenuta improvvisamente a Parigi nel ’42. «Era stata il suo ultimo amore, il più duraturo», come ha scritto lo studioso Michel Crouzet.
In seguito Giulia continuò a frequentare con il marito ambienti aristocratici, fu una moglie fedele e una madre premurosa; quando Giulio fu colpito da malattia e da una forma di cecità, la coppia dovette trasferirsi nella quiete della bella villa di Monsummano. Qui trascorsero anni malinconici e solitari, funestati dal grande dolore per la morte precoce della figlia Annina; dopo aver perso gli affetti più cari: il marito, il padre, i fratelli e le sorelle, Giulia si ritrovò sola. Si spense ottantenne, il 13 agosto 1881, dopo aver dedicato l’ultimo periodo della sua lunga vita alle opere di beneficenza, ai poveri, alla preghiera. È sepolta in una cappella presso Monsummano con i membri della famiglia Martini. Di lei non resta alcun ricordo in città.
Giulia di per sé potrebbe non essere una figura interessante, ma è invece essenziale il suo ruolo di ispiratrice; attenti studiosi (come Francesca Bechini, con la sua tesi, e Giampiero Giampieri nel saggio sulla “musa toscana” in  Donne di penna, tipografia Vannini, 2003), leggendo fra le righe delle opere di Stendhal, hanno individuato precisi parallelismi fra la sua vicenda personale e le storie romanzate; portiamo due esempi significativi. Nella Certosa di Parma la scena della prima volta fra Clelia e Fabrizio dovrebbe riprendere dal vero il medesimo episodio vissuto nella realtà.

FOTO 2. Il rosso e il nero-prima edizione.corretto

Nel Rosso e il nero il protagonista Julien Sorel cerca di resistere all’amore, ma Matilde (che nel carattere somiglia molto a Giulia), con la sua tenacia e saggezza, riesce a convincere l’amato che dovrà emanciparsi e liberarsi dal peso opprimente della figura materna, del resto Stendhal in gioventù si era dovuto liberare della tirannia della zia, del padre e dell’ipocrita abate Raillane. Come Giulia è Matilde a sedurre, non ad essere sedotta. Julien aveva cercato di opporsi a quel forte sentimento, ma poi le dice, come forse Stendhal disse a Giulia: «Sappi che ti ho sempre amata, che non amo che te». Matilde avrà l’ingrato compito di raccogliere le spoglie dell’amato, recandosi sugli alti monti del Giura. «Rimasta sola con Fouqué, volle seppellire con le sue proprie mani la testa dell’amante. A quella vista Fouqué fu sul punto di impazzire dal dolore. Per cura di Matilde, quella grotta selvaggia fu ornata di marmi, scolpiti con gran dispendio in Italia.» (traduzione di Diego Valeri)

 

 

 

 

 

 

 

Articolo di Laura Candiani

oON31UKhEx insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume e Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

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