«Chitarre e lampi di storie fugaci di amori rapaci». Gli amori di Francesco Guccini

Il tema forse più ricorrente nelle canzoni di Francesco Guccini è l’amore, o per meglio dire, la fine degli amori. Nei suoi testi autobiografici, scritti con il cuore, è facile immedesimarsi: frasi intime, non costruite in funzione del pubblico, parte di vissuti personali, eppure condivisibili da molti, in momenti diversi della vita. 

Vedi cara, ad esempio, è una sorta di manifesto delle difficoltà che precedono una fine di una relazione che probabilmente è stata importante.
«Vedi cara, è difficile spiegare, è difficile parlare dei fantasmi di una mente. […] Vedi cara, è difficile spiegare, è difficile capire se non hai capito già», accompagnato da frasi geniali che rimarranno nella storia della letteratura:
«Vedi cara, certe volte sono in cielo come un aquilone a vento che poi a terra ricadrà […]. Vedi cara, le stagioni ed i sorrisi son denari che van spesi con dovuta proprietà».

Rispetto alla relazione, il brano esterna i tanti dubbi ma non ne definisce il taglio netto. Non è esattamente un addio – «non spaventarti quando senti allontanarmi, fugge il sogno io resto qua» – e non è ancora una separazione definitiva – «tutto il mio tempo con te non dimentico perché questo tempo dura ancora» –ma è la spiegazione di un senso di allontanamento dalla persona amata:
«tu sei molto anche se non sei abbastanza
e non vedi la distanza
che è fra i miei pensieri e i tuoi,
tu sei tutto ma quel tutto è ancora poco,
tu sei paga del tuo gioco
ed hai già quello che vuoi,
io cerco ancora».

100 Pennsylvania Ave. è la storia di un amore breve ma intenso con una ragazza italoamericana. Il titolo della canzone è l’indirizzo di lei, presso Easton, in Pennsylvania, scelto forse per essere collegato all’indirizzo bolognese di lui, in Via Paolo Fabbri 43, la casa che lei ha visto ma in cui non è mai entrata:«questa mia casa che sai e non sai». Nel testo, la strada della Pennsylvania che «sembrava attraversasse il continente come se non tornasse più all’indietro» contrasta con le scelte dell’autore quando dice «e invece indietro in fretta ci tornai». «La storia poi è finita, è finita là – spiega Guccini tanti anni dopo – La prima volta che sono andato negli Stati Uniti è stato proprio per seguire questa ragazza […] ma una volta laggiù ho avuto un duro scontro con i suoi genitori –«non voglio far felice proprio adesso tua madre che odiò l’italiano […] quando disse a tuo padre che era un fesso». È stato lì che ho deciso basta, torno a casa e ci riprovo con la vecchia morosa, quella di Eskimo».

Questo amore breve, ma intenso e toccante, di cui poi rimane solo la nostalgia, si ripropone in Farewell. Qui «si sente la voglia di vivere che scoppia un giorno e non chiedi il perché», tutta la gioia di due giovani che si incontrano ogni sera con il cuore al settimo cielo – «ogni sera là a passo di danza salire le scale, […] quando aprivi la porta il sorriso ogni volta mi entrava nel cuore». In un primo momento la relazione viene tenuta nascosta – «giù al bar dove ci si ritrova, nostra alcova, era tanto potere parlarci, giocare a guardarci»– in un’Italia che cambiava rapidamente e in cui «era facile vivere allora ogni ora chitarre e lampi di storie fugaci di amori rapaci». Dopo un apice di splendore in cui «sembrava di avere trovato la chiave segreta del mondo», quell’amore si spegne in fretta come «due foglie aggrappate ad un ramo in attesa», fino a lasciare solo «un ricordo lucente e durissimo come il diamante».
In questa canzone, composta molti anni dopo la fine di quella relazione, accompagnata quindi dalla lucidità e dal distacco che solo a posteriori si possono avere, Guccini propone una frase che potrebbe essere la triste verità di ogni amore: «ogni storia la stessa illusione, sua conclusione, e il peccato fu creder speciale una storia normale».
E dunque farewell, è un addio sofferto, un tema caro all’autore, quello della nostalgia del passato. La frase in inglese «the triangle tingles and the trumpet plays slow» sembra ricongiungere questa canzone a quella omonima di Bob Dylan – uno dei punti di riferimento poetici di Guccini – che descrive anch’essa la separazione dalla donna un tempo amata.

Anche Quattro stracci, dedicata alla stessa donna, narra la fine di quell’amore. Stavolta però rispetto al rimpianto prende il sopravvento la rabbia per un amore che poteva essere bello e che invece è stato sciupato come «quei quattro stracci in cui hai buttato l’ieri» e per il modo in cui la donna ha sempre sminuito il suo compagno:
«quello che ho addosso non ti è mai piaciuto, racconto e dico e ti sembro muto […] e cancellarmi è tutto quel che fai,
[…] per rifiutare sei stata un genio sprecando il tempo a rifiutare me
[…] ed hai annullato tutti fuori che te».
Solo dopo la fine di questa relazione il poeta immagina che lei abbia voglia di «provare quel che con me non volevi fare, fare l’amore tirare tardi o la fantasia».
Nonostante siano state pubblicate entrambe negli anni Novanta, Farewell e Quattro stracci mostrano sentimenti molto diversi rispetto alla storia in questione: nella prima prevale la nostalgia e il ricordo di un bel periodo, effimero ma molto intenso, mentre nella seconda predomina la rivendicazione data dal rancore, tanto che il testo sembra scritto a caldo subito dopo la separazione.

La più bella narrazione di amore gucciniano rimarrà per sempre Eskimo, con riferimento a quella giacca militare imbottita lasciata dalle truppe americane, che poi sarebbe stata di moda intorno al 1968. Ma Eskimo si svolge nel 1963, quando il poeta, appena concluso il servizio militare, comprò questo indumento, caldo e non ancora di moda, solo perché particolarmente economico: era dunque «un eskimo innocente, dettato solo dalla povertà, non era la rivolta permanente» che avrebbe simboleggiato anni più tardi.
Ma la ragazza, di famiglia e mentalità piccolo-borghese, era in imbarazzo, con il suo paletò, ad uscire con chi indossava eskimo e maglione, abiti economici e per niente eleganti – «con i miei maglioni ero a disagio e mi pesava quel tuo paletò»–, tanto che «con foto di famiglia e paletò» la ragazza uccide la «coscienza immacolata» del poeta. I cliché “di classe” sono presenti nei versi «soldi in tasca niente e tu lo sai e mi pagavi il cinema stupida che non ti era toccato farlo mai». Questo consapevole differenza sociale, insieme alla frase «perché mi amavi non l’ho mai capito, così diverso da quei tuoi cliché», si ricongiunge al tema di Quattro stracci. Il loro era allora un amore precario, vissuto intorno ai vent’anni o poco più, e anche il sesso, «fatto alla boia d’un giuda», viene rivisto poi quindici anni dopo con occhi diversi, con compassione e nostalgia:
«e adesso che potremmo anche farlo, e adesso che problemi non ne ho, che nostalgia per quelli contro un muro o dentro a un cine o là dove si può» […] «sarà per aver quindici anni in meno o avere tutto per possibilità».
La spensieratezza degli amori di quei vent’anni, vissuti «con l’incoscienza dentro al basso ventre», è rafforzata dalla frase «lasciammo allora tutti e due un qualcuno che non ne fece un dramma o non lo so».
Le ultime strofe mostrano la triste consapevolezza che la storia volge lentamente al termine, e la canzone dedicata alla donna verrà da lei ignorata come tante altre. Oltre che una storia d’amore, Eskimo è una sorta di manifesto sulla malinconica concezione gucciniana del tempo che passa e delle età, con tutti i suoi dubbi: «la paghi tutta, e a prezzo d’inflazione, quella che chiaman la maturità». È «perché a vent’anni è tutto ancora intero» che avevamo tante illusioni? «Oppure allora si era solo noi» e «non c’entra o meno quella gioventù»? Manca la risposta, anzi, «forse lo stan pensando anche gli amici, gli andati, i rassegnati, i soddisfatti».
«Bisogna saper scegliere in tempo, non arrivarci per contrarietà» è la massima sui cambiamenti dovuti alla crescita. Quindici anni dopo la fine di quella relazione giovanile, Guccini aveva «sempre un eskimo addosso, uguale a quello» di allora, non lo stesso, passato poi al fratello, così come io stesso negli anni del liceo ho ereditato l’eskimo che indossava mio padre alla stessa età.

Vorrei è la più bella poesia che si possa dedicare alla persona amata e contiene frasi in cui chiunque potrebbe identificarsi. Diversamente dai precedenti, questo brano non celebra la fine di un amore ma il suo inizio, con tutto lo spirito positivo che accompagna i primi momenti di una relazione.
«Vorrei conoscer l’odore del tuo paese, camminare di casa nel tuo giardino,
parole destinate alla attuale moglie di Guccini, non bolognese, ma sono state scritte quando i due si conoscevano ancora poco e il luogo in cui lei tornava quando si assentava da Bologna era ancora per lui misterioso.
«Vorrei con te da solo sempre viaggiare,
scoprire quello che intorno c’è da scoprire,
raccontarti e poi farmi raccontare,
il senso di un rabbuiarti o del tuo gioire.
Vorrei tornare nei posti dove son stato,
spiegarti di quanto tutto sia poi diverso
per farmi da te spiegare cos’è cambiato
e quale sapore nuovo abbia l’universo».
Tra i luoghi dove il poeta dice di voler ritornare vi è «un greppe dell’Appennino dove risuona tra gli alberi l’usata e semplice tramontana»: e Pavana, nell’Appennino pistoiese, è il luogo dove tuttora convivono.
L’ultima strofa è un capolavoro di romanticismo:
«vorrei restare per sempre in un posto solo
per ascoltare il suono del tuo parlare
[…] e restare in silenzio al suono della tua voce
o parlare parlare parlare parlarmi addosso
dimenticando il tempo troppo veloce
o nascondere in due sciocchezze che son commosso».
Gli ultimi quattro versi contengono una velata allusione erotica unita al desiderio che il tempo non passi mai:
«vorrei cantare il canto delle tue mani,
giocare con te un eterno gioco proibito,
che l’oggi restasse oggi senza domani
o il domani potesse tendere all’infinito».
Il ritornello è l’essenza stessa della coppia, anche se qualcuno, lasciando perplesso l’autore, vi ha visto un’allusione a Dio,
«e lo vorrei perché non sono quando non ci sei e resto solo coi pensieri miei»

Tra tanti amori autobiografici dobbiamo constatare un’eccezione: Autogrill è l’unica storia inventata. Qui il narratore-viaggiatore si innamora di una ragazza immaginaria, la barista di un autogrill, «bella d’una sua bellezza acerba, bionda senza averne l’aria» con il suo «sorriso da fossette e denti» e «quel suo viso da bambina», anche lei carica della classica malinconia gucciniana, «quasi triste come i fiori e l’erba di scarpata ferroviaria». La situazione ha un’aria cinematografica, sembra di essere «quasi in una scena di un film vecchio della Fox». Nell’immaginazione del poeta, il protagonista prende la mano della fanciulla da sopra il bancone e, facendole vedere e toccare la malinconia, che si immagina fitta come fosse nebbia, tenta di convincerla a lasciare tutto e seguirla. «Ma poi arrivò una coppia di sorpresa e in un attimo ma come accade spesso cambiò il volto d’ogni cosa». Finita la magia all’improvviso, il viaggiatore paga, prende il resto, lascia la mancia e se ne va nella realtà che ha rotto il sogno.

 

 

Articolo di Andrea Zennaro

4sep3jNIAndrea Zennaro, laureato in Filosofia politica e appassionato di Storia, è attualmente fotografo e artista di strada. Scrive per passione e pubblica con frequenza su testate giornalistiche online legate al mondo femminista e anticapitalista.

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