La vittoria per la democrazia paritaria è frutto di una visione di genere

Nei giorni scorsi si è verificata una importante vittoria per tutte le donne che si sono impegnate per il raggiungimento della democrazia paritaria. Ma ancora una volta il raggiungimento di un obiettivo dimostra come un traguardo può essere raggiunto se si mettono in campo tanti diversi strumenti, tante energie, tanti punti di vista, una vera e propria visione di genere. Ma andiamo per ordine…
Il Consiglio dei Ministri ha deciso che in Puglia e in Liguria, nelle prossime elezioni regionali, si potrà votare con la doppia preferenza, per garantire l’equilibrio di genere nei rispettivi Consigli e nel rispetto della Legge 20 del 2016.
È stata una lunga battaglia che ho visto combattere e sostenuto in Puglia. Nel ricordarla, Magda Terrevoli, in un suo post su Facebook ha scritto:
«Abbiamo costruito un’azione importante con un gruppo di Costituzionaliste che ci ha supportato nella legittimità delle nostre richieste.

Abbiamo avuto accanto i/le ministri/e pugliesi che ci hanno ascoltate e le 1500 firme pugliesi che vi hanno creduto e sostenuto.
Abbiamo alle nostre spalle le donne che hanno permesso che nella nostra Costituzione fossero inseriti gli articoli 3 e 51.
Abbiamo accanto tutte le donne europee che negli anni hanno innovato il concetto di gender mainstreaming, hanno lavorato attraverso azioni, pressioni, sui singoli Paesi membri affinché il gender gap non dovesse esser più menzionato.
Abbiamo accanto le donne che quotidianamente lottano contro discriminazioni ed esclusioni.
Abbiamo accanto la bella politica ed una idea alta di democrazia.
Adesso sta al Consiglio regionale pugliese (oltre che a quello ligure) evitare l’ennesima figura da poco fatta per ben due volte.
Voto palese e doppia preferenza. Senza scambi, senza giochi di potere, che squalificherebbero ancora una volta il tenore della rappresentanza nell’assemblea legislativa pugliese.»
In Puglia nel 2012 il Comitato 50/50 aveva raccolto 30mila firme grazie alla capacità politica delle donne di fare rete con tutte le donne. Nel comitato 50/50 non c’era solo una parte politica ma tutte, trasversalmente. Questa era stata l’unica vittoria ottenuta.
Ma sono state tante le donne, i comitati da loro creati, le associazioni che possono oggi essere soddisfatte del raggiungimento di questo traguardo. Tra queste Noi Rete Donne che ha visto riconosciuto il suo impegno più che
decennale per la democrazia paritaria in una lettera ricevuta dal Ministro Boccia.
Ma questo è solo un piccolo traguardo, p
er Daniela Carlà, presidente di Noi Rete Donne, è urgente adottare una legge quadro per riequilibrare la presenza di genere in tutte le designazioni e nelle nomine pubbliche, a livello centrale e nei territori; correggere contraddizioni e carenze nella proroga della legge Golfo-Mosca, chiedendo soprattutto di estendere pari garanzie alle società controllate e avviando una necessaria riflessione sulle società non quotate; sostenere le iniziative per la pari composizione di genere nel Consiglio Superiore della Magistratura.
Si tratta di obiettivi che possono in modo reale modificare la partecipazione concreta e in modo paritario alla vita politica, sociale ed economica delle donne. Ma sono obiettivi che possono essere perseguiti singolarmente o vanno perseguiti in un quadro più ampio, da una parte di contrasto alla cultura patriarcale, misogina e sessista e dall’altro attraverso azioni per accrescere la consapevolezza delle donne, soprattutto giovani?
Il mio pensiero è che occorra una visione di genere che inglobi tante battaglie che le associazioni femminili combattono e che porti a maturazione un pensiero globale in cui nulla sia considerato poco importante o confinato nel cassetto del «ci vuole ben altro». Esistono obiettivi ed esistono strumenti indispensabili per raggiungerli.
Faccio degli esempi: sono obiettivi la democrazia paritaria, l’accesso paritario delle donne a tutte le professioni e a tutte le posizioni, l’eliminazione della violenza contro le donne, la libertà delle donne di sentirsi sicure, la condivisione del lavoro di cura, la parità di salario, il vivere in una società non permeata di sessismo…
E ci sono poi gli strumenti, a partire da quelli educativi: il contrasto agli stereotipi di genere, l’uso del linguaggio che non nasconde il femminile da parte di tutte/i noi cominciando dalla pubblica amministrazione (e magari da una autocertificazione per uscire durante la quarantena scritta anche al femminile!), il dare visibilità alle donne che anche in passato hanno svolto ruoli importanti inserendole nei programmi scolastici o in un calendario o facendo pressione per dedicare loro delle strade, il sostegno alle vittime di violenza maschile o l’incentivare lo studio da parte delle ragazze di tutte le materie scolastiche. E le leggi ovviamente, che siano per la doppia preferenza o per condannare le pubblicità sessiste, per imporre la parità di salario o per modificare i congedi parentali, per attribuire forza e fondi ai centri antiviolenza…
Alcuni di questi sono strumenti-obiettivi, cioè le due cose insieme: sostenere una donna vittima di violenza è uno strumento per salvare quella donna, ma è anche lavorare per l’obiettivo di salvarne altre, per arrivare a sradicare la violenza contro le donne. Nominare correttamente il femminile non solo per i ruoli meno prestigiosi vuol dire rispettare quella donna (e la grammatica) ma anche riconoscere autorevolezza ed esistenza a quel ruolo in quanto ricoperto da una donna e quindi contribuire alla battaglia per la democrazia paritaria o per le pari opportunità sul lavoro.
Ci sono poi le cause-effetti cioè i casi in cui si instaura un rapporto circolare, insomma in cui non è chiaro se sia nato prima l’uovo o la gallina. Di esempi ne potremmo fare migliaia, esempi di una cultura tossica che continuano ad alimentare quella (sub)cultura: la conduttrice sessista verso la giornalista che, criticandola, sdogana il sessismo, lo psichiatra che zittisce la scrittrice provocando critiche ma anche risatine, la pubblicità che usa il corpo delle donne, frutto di misoginia, che a sua volta alimenta l’idea di oggettificazione del corpo femminile, la conduttrice televisiva che denigra l’uso della parola femminicidio e che così facendo toglie valore alle battaglie contro la violenza.
Senza una visione di genere, che dia valore a tutte le cause e a tutti gli effetti, a tutti gli strumenti e a tutti gli obiettivi, che non confini nessun aspetto nel cantuccio del benaltrismo, non ne usciremo. E per questo motivo ho apprezzato il post di Magda Terrevoli che ben ha ricordato come per raggiungere obiettivi occorrano tanti strumenti e tante battaglie, ad esempio quella delle Madri Costituenti.
La visione di genere occorre anche per non cadere nella trappola del pinkwashing ovvero della sciacquatura di rosa che porta ad inserire all’ultimo momento un paio di donne in una task force (non amo usare i termini stranieri ma qualcuno è indispensabile) o di scambiare due immagini in una app creando un controstereotipo senza consapevolezza. Non è di questo che abbiamo bisogno. Occorre invece una strada lunga, senza interruzioni, senza fossi sul percorso, che mi piace immaginare, fuori della metafora, come una strada con un nome di donna che le donne, e soprattutto le giovani, possano percorrere sicure.

 

 

Articolo di Donatella Caione

donatella_fotoprofiloEditrice, ama dare visibilità alle bambine, educare alle emozioni e all’identità; far conoscere la storia delle donne del passato e/o di culture diverse; contrastare gli stereotipi di genere e abituare all’uso del linguaggio sessuato. Svolge laboratori di educazione alla lettura nelle scuole, librerie, biblioteche. Si occupa inoltre di tematiche legate alla salute delle donne e alla prevenzione della violenza di genere.

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