Hillary Clinton: una presidente mancata e la questione femminile

Hillary Clinton sembrava predestinata a diventare la prima donna a guidare gli Stati Uniti d’America: avvocata di successo, First lady per due volte accanto al marito Bill, senatrice, candidata alla presidenza della Nazione più importante al mondo, simbolo dell’emancipazione femminile e del riscatto di tutte le donne che la storia ha messo ai margini negando loro le stesse opportunità degli uomini. Potrebbe essere una possibile definizione di Wikipedia… ma siamo certi che la sua storia si possa raccontare solo così? Come la mancata rivoluzione copernicana di una donna arrivata a un passo dalla presidenza americana, riscatto del genere femminile oppresso da una secolare cultura patriarcale?
Cominciamo dalla fine, dalle parole che pronunciò dopo essere stata sconfitta da Donald Trump: «Fa male, e farà male a lungo, ma voglio che ricordiate questo: noi non abbiamo fatto campagna su una singola persona, e nemmeno su una singola elezione. L’abbiamo fatta sul Paese che amiamo, e sulla necessità di costruire un’America che speri, che abbracci, che abbia il cuore grande… Abbiamo passato un anno e mezzo a riunire milioni di persone da ogni angolo della Nazione per gridare tutte insieme, con una sola voce, la nostra convinzione che il sogno americano è grande a sufficienza per tutti: per le persone di tutte le razze e tutte le religioni, per gli uomini e le donne, per gli immigrati, per la comunità LGBT, per i disabili. Per tutti. A voi donne, soprattutto le più giovani, a voi che avete avuto fede in me, voglio dire che niente mi rende più orgogliosa che l’essere stata il vostro portabandiera. Lo so, lo so: non abbiamo ancora infranto il soffitto di cristallo più alto, quello più duro. Ma un giorno qualcuna ci riuscirà: speriamo che accada prima di quanto pensiamo oggi. E a voi, bambine che state guardando: non dubitate mai di essere preziose e forti, e meritevoli di ogni opportunità per perseguire e realizzare i vostri sogni».
In questa parte di discorso c’è tutto un programma che, forse, avrebbe reso gli Usa e il mondo un luogo più vivibile, con più opportunità e con meno discriminazione razziale, sessuale e religiosa. Un vero manifesto progressista di cui non vedremo mai l’attuazione. Forse un po’ troppo, forse un po’ troppo semplicistico pronunciarlo da sconfitta. Come dire, avrei potuto ma… Clinton ha perso contro tutte le previsioni le elezioni presidenziali dell’8 novembre 2016, in cui ha ottenuto 232 grandi elettori rispetto ai 306 conquistati da Trump, nonostante lo abbia superato in voti popolari. Il suo slogan strong together, evidentemente, non è stato abbastanza convincente.
Nella storia di Hillary Clinton, come in tutte le storie che riguardano le persone, si intrecciano con luci e ombre scelte contraddittorie, ambizione personale, ideali, tutti elementi che, talvolta, non hanno confini ben definiti. Come mai, dunque, è stato preferito un uomo come Donald Trump? Spregiudicato in affari, ricchezza ostentata e quasi volgare, sposato più volte, caratteristiche che a certa parte dell’elettorato americano, bigotto e puritano, avrebbero dovuto fare venire l’orticaria. Non sarebbe stata preferibile Clinton, una donna capace di perdonare persino il tradimento del marito in nome della sacralità della famiglia?
Forse che nel personaggio di Hillary, a prescindere dal genere, ci fosse qualcosa di poco convincente che alla fine ha fatto pendere la bilancia dalla parte di Trump, presentatosi per quello che era ed è: un uomo abituato a vincere, a comandare, arrogante ai limiti della cattiva educazione.  Curiosando sulla rete, riguardo al suo profilo psicologico emergono alcune caratteristiche: ha un ego spropositato ed esagera in ogni cosa che fa o dice; è ossessionato da fantasie di successo illimitato, potere, fascino, bellezza o amore ideale; mostra regolarmente comportamenti o atteggiamenti arroganti. «Se Hillary Clinton non riesce nemmeno a soddisfare il suo uomo, come fa a pensare di poter soddisfare l’America?»; Donald Trump non ama le regole, il protocollo, ricevere critiche negative o contrarie. Spesso sfida lo status quo e non accetta ordini; ha una capacità di attenzione molto ridotta. Mostra poco interesse per le opinioni diverse dalle sue, i suoi schemi mentali sono assai rigidi e la sua capacità di elaborare le informazioni scritte è limitata. Si limita a vivere nel qui e ora, dando la sensazione di non valutare le conseguenze a lungo termine che può avere il suo modo di comportarsi.
Dunque, il patriota Trump con lo slogan Make America Great Again ha infranto il sogno, non solo americano, di avere per la prima volta una donna alla presidenza degli Stati Uniti d’America.
Ritorniamo a lei, Hillary  Rodham Clinton. Da giovane laureata entra nello staff di avvocati del “Children’s Defense Fund” americano, nel 1975 sposa Bill seguendolo nella sua carriera politica che lo porterà nel 1992 alla Casa Bianca. Dopo essere stata riconosciuta tra i 100 avvocati più influenti d’America, la sua attività prosegue su un doppio binario: First lady e impegno su temi sociali. In questi anni viaggia per il globo insieme al marito ma anche sola, per parlare e denunciare le condizioni di degrado e abuso delle donne, sostenendo il nobile principio che i diritti femminili sono diritti del genere umano.
L’attività politica di Hillary Clinton continua, in ascesa, fino al 2000, quando viene eletta al Senato tra le file del Partito democratico. Senza abbandonare i temi sociali a lei cari, si è trovata protagonista nell’affrontare i fatti seguiti agli atti terroristici dell’11 settembre 2001. Diventa Segretaria di Stato durante il primo mandato della presidenza di Barak Obama.
Il sodalizio con il marito è così forte tanto da essere sopranominati Billary. Qualcuno ha visto in questa loro complicità una mutua assistenza per le loro rispettive ambizioni politiche. Hillary rimase al suo fianco durante lo scandalo di Monica Lewinsky senza chiedere il divorzio, in cambio Bill, finita la sua carriera, avrebbe appoggiato quella della moglie prima come Senatrice e poi come potenziale Presidente americana.
Nel suo libro Living History Hillary Clinton riparlando di quella esperienza dice: «Nessuno mi capisce meglio, e nessuno mi fa ridere come lo fa Bill. Anche dopo tutti questi anni, lui è ancora la persona più interessante, energica e piena di vita che abbia mai conosciuto. Bill e io abbiamo iniziato un discorso nella primavera del 1971, e più di trenta anni dopo non lo abbiamo ancora terminato».
Di cosa, allora, poteva essere accusata? Si legge sul “Sole240re” del 2016: «aveva sbagliato le più importanti decisioni che aveva preso, dal voto a favore dell’invasione dell’Iraq alla decisione di invadere la Libia, fino a quella di lasciare senza soccorso l’ambasciatore americano a Bengasi, il cui cadavere finì trascinato per le strade della città libica».
Allora da dove viene l’errore? Evidentemente c’era qualcosa di molto stridente tra l’avvocata impegnata nella difesa dei diritti dei più deboli e il sontuoso banchetto organizzato per il matrimonio della figlia, la raccolta dei fondi per la sua campagna elettorale che aveva coinvolto gli amministratori delegati delle grandi imprese e il parlare di minoranze. Probabilmente lei e tutto il Partito democratico, come dice ancora “Il Sole24ore”, non avevano capito la ferita profonda dell’americano medio che Trump aveva intercettato: hanno pensato che le elezioni si vincessero con i soldi e non con i voti. Hillary Clinton ha raccolto $687 milioni contro i $307 milioni di Trump. Inoltre, non compresero che il consenso dei principali media non coincideva con la fiducia degli/lle americani/e nei mezzi di comunicazione, così ogni attacco a Trump era pubblicità gratuita a suo favore: «e questo era chiaro a chiunque non vivesse solo tra i salotti di New York e i golf di Palm Beach, leggendo il “New York Times” e ascoltando la Cnn.» Infine, un ultimo dato: le donne bianche, soprattutto le non laureate, votarono Trump e tra le afroamericane che votarono Clinton, l’affluenza era stata bassa.
Dovendo trarre le somme, al termine di questa panoramica, cosa potremmo dire?Probabilmente, non basta un pacchetto ben confezionato che metta insieme troppe questioni: dalla prima donna candidata alla presidenza ai temi dell’emancipazione femminile, ai salotti buoni, alle amicizie che contano. Forse hanno dato l’impressione che fosse tutto un po’ troppo dovuto e scontato tanto da sembrare poco sincero.
È vero che il riscatto delle donne si realizza anche con l’accesso alle cariche più importanti. Forse Hillary Clinton, in quel momento storico, non era la candidata più adatta. È stato un peccato.
La lunga marcia delle donne è ancora in corso, magari più carsica, più sotterranea, ma speriamo nel tempo più duratura. Serve un albero pieno di frutti e non di poche primizie.

 

 

 

Articolo di Giovanna Nastasi

NJJtnokr.jpegGiovanna Nastasi è nata a Carlentini, vive a Catania. Si è laureata in Pedagogia e Storia contemporanea e insegna Lettere negli istituti secondari di II grado. La sua passione è la scrittura. Ha pubblicato un romanzo, Le stanze del piacere (Algra editore). 

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