Le ricamatrici di Ester Rizzo

L’amica Ester Rizzo, coreferente per la Sicilia di Toponomastica femminile e assidua collaboratrice di “Vitamine vaganti”, si è prodotta per la prima volta nel romanzo con il suo testo (pubblicato nel 2018 da Navarra ed.) Le ricamatrici.
Dopo aver affrontato tante figure femminili in Donne disobbedienti, aver curato l’imponente volume Le Mille sui primati delle donne, aver ricostruito vicende storiche come quelle riferite in Camicette bianche, ha utilizzato la tecnica del docu-fiction per raccontare la storia di un gruppo di lavoratrici siciliane, su una base ben documentata e reale. I fatti di cui si parla avvennero davvero fra 1973 e 1980, il luogo in cui si ambientano è Santa Caterina Villarmosa, in provincia di Caltanissetta, i personaggi principali sono esistiti e hanno agito come si racconta nel libro e come fu riferito sui quotidiani dell’epoca: “L’Ora”, “L’Unità”, “Il Giornale di Sicilia”. Un’operazione, vorremmo aggiungere, simile a quella messa in atto dal Manzoni nei Promessi sposi in cui si fondono in modo armonioso vero e verosimile: scrittori di oggi (come Roberto Saviano) e scrittrici (come la Nobel ucraina Svetlana Aleksievič) dunque non hanno inventato nulla, unendo a eventi  precisi una certa dose di immaginazione, nei dialoghi soprattutto e nell’inserimento dei personaggi minori. Così fa la nostra Ester.
Va subito detto che il breve romanzo ha per protagonista Filippa Pantano, nata il 27 gennaio 1910 e morta il 19 luglio 1989, circa dieci anni dopo la conclusione della vicenda narrata. Si capisce tuttavia, a partire da p. 23 per arrivare alla conclusione di p. 97, che il libro è opera- nella finzione appunto-della nipote Graziella che si era data l’impegno fin da ragazzina di tramandare la storia della nonna e delle sue amiche e socie: il 5 novembre 2017 ha concluso la stesura, mentre ormai da tempo vive a Torino con la gatta Panty.
Nel testo, che inizia con precisione il 5 novembre 1977 e segue un andamento cronologico, sono presenti dei salti temporali sia quando Filippa rievoca il suo passato di bambina o ricorda l’emigrazione in Germania sia quando l’insistente nipotina vuole saperne di più di tutte quelle donne, del loro lavoro, della loro battaglia e allora la mente di Filippa va di nuovo indietro e racconta i fatti che precedettero la nascita della cooperativa “La rosa rossa”. Talvolta invece Filippa narra leggende, come quella relativa a santa Caterina d’Alessandria, o riflette fra sé e sé sul destino di qualche compagna persa per strada. Per una espressività più vivace, nell’italiano della stesura generale l’autrice inserisce alcuni vocaboli, modi di dire, brevi frasi in dialetto che rendono appunto i dialoghi o i pensieri più immediati e quotidiani.
Proviamo dunque a ricostruire gli eventi, a beneficio di lettori e lettrici, visto che (come scrive nella bella prefazione Gaetano Savatteri) qui si parla di una Sicilia «contrassegnata da grandi aspirazioni, dalla capacità di sperare, dalla forza del combattimento e da una tensione verso il miglioramento per sé stessi e per la propria collettività».
Filippa era nata in una famiglia contadina, ma aveva potuto frequentare la scuola fino alla sesta classe, «un grado d’istruzione molto elevato per quei tempi, per una donna e per quel piccolo paese di collina»; anche in seguito amava leggere: era una donna avveduta, saggia e intelligente che, nei rari momenti di riposo, si metteva in testa magari di completare la lettura impegnativa di Anna Karenina. Nel 1938 si era sposata con il suo amato Liborio e aveva avuto due figlie: Orsola nel ’40 (futura madre di Graziella) e Pina, sei anni dopo. Passato il periodo del dopoguerra, la situazione economica, in quella località rimasta fuori dal boom degli anni Sessanta, rimaneva difficile, così Liborio emigrò in Germania, raggiunto nel ’66 dalla moglie e dalle figlie. Nonostante le difficoltà di inserimento, l’incomprensione linguistica, il clima rigido, l’età non più giovanissima, Filippa lavorò duramente e venne in contatto con una realtà diversa da quella siciliana e italiana in generale. Ritornata in patria nel ’71 con la famiglia, non poteva più tollerare soprusi e ingiustizie da parte di datori di lavoro e intermediari: era infatti diventata un’abile ricamatrice in proprio ed era consapevole dei propri diritti. Fu così che nel ’73 nacque la Lega delle ricamatrici, grazie al sostegno di Udi, Pci e Cgil. «A Santa Caterina si contarono ben 875 iscritte. Era un numero straordinario se si raffrontava all’intera popolazione, di soli 8500 abitanti.» In tal modo poté essere smascherata e messa sotto accusa la rete di sopraffazioni ai danni di lavoratori e lavoratrici attuata con metodi mafiosi. Si arrivò addirittura a un processo che le donne di Santa Caterina vinsero, lasciando tuttavia dietro di sé una scia di maldicenze e, come vedremo, intimidazioni e vendette. Siamo di nuovo a quel novembre 1977: la cooperativa nasce e presto riceve un ordine importante da una nobildonna locale, che si dimostra soprattutto una amica. Fra alti e bassi il lavoro procede; un’altra ordinazione di prestigio riguarda arredi di chiesa, mentre una baronessa inizia il corredo alle figlie. In un momento critico Filippa non esita a raggiungere una vecchia compagna dell’Udi residente a Palermo, grazie a lei si susseguono nuovi ordini, magari modesti ma sufficienti per mandare avanti la cooperativa e pagare le spese. Qualche sgradevole episodio di intolleranza e alcune telefonate minacciose non intaccano l’entusiasmo di Filippa e delle altre abili lavoranti. All’inizio del ’79 avviene un fatto che potrebbe rivelarsi risolutivo: la celebre ditta di biancheria Frette chiede a “La rosa rossa” dei capi in prova, da valutare per una futura collaborazione. «Quella notizia era un’ancora di salvezza per tutte loro ed aveva anche il sapore della rivincita su tutti quelli che le avevano boicottate.» Il lavoro si fa intenso, Liborio – che è un marito comprensivo e felice dei successi delle donne-  persino brontola perché la moglie non è mai a casa; finalmente tutto è pronto, realizzato al meglio, impacchettato con cura e spedito a Catania, da dove raggiungerà Milano. «L’attesa fu lunga. Le ragazze la riempirono con allegria dedicandosi a mille attività tralasciate. Ma a Filippa quel tempo pesava.» Arrivarono invece la delusione e il crollo delle speranze: la ditta Frette aveva ricevuto merce non all’altezza dei propri standard, avrebbe pagato ma non avrebbe richiesto altri lavori. Filippa e le ragazze non si davano pace. Arrivata in treno a Milano per capire, Filippa si trovò davanti stoffe sgualcite, strappate, rovinate, sporche: allora capì. Capì che il sogno era finito, che la cooperativa non aveva futuro, che «quello era il prezzo da pagare, e le ricamatrici avevano così saldato il conto».
Una sconfitta, dunque? No, se pensiamo che tutta la vicenda «assume un valore simbolico dirompente», commenta Savatteri. Ciò che fecero le artigiane di cui narra Rizzo è proprio come un ricamo: al di sotto tanti fili confusi, senza senso, pieni di nodi e intrecci, ma al di sopra compare la bellezza del lavoro finito, realizzato con amore e fatica da mani esperte di donna.
Ancora una volta, indagando e scavando nel passato, una studiosa ha rintracciato quei “fili” della memoria che non sono solo un evento o una curiosità, ma una lezione di cui fare tesoro, preziosa ieri come oggi, per chiunque già lavori o cerchi un lavoro appagante, per emanciparsi ed ottenere libertà e autonomia.
Come appendice alla interessante ricerca svolta da Ester Rizzo e alla sua godibile narrazione, mi piace fare riferimento a una realtà che conosco assai meglio e che, comunque, è affine per molti versi alla storia delle donne siciliane. Nell’area pistoiese, in Toscana, i ricami femminili hanno una lunga e importante tradizione, tanto che nel capoluogo, non lontano dalla bellissima piazza in cui sorgono sia la Cattedrale sia il Palazzo comunale e altri prestigiosi edifici, ha sede il museo del Ricamo, affidato alla buona volontà e alla maestria di un gruppo di volontarie.

Museo del ricamo, corpetto. Foto di Marta Beneforti
Museo del ricamo, corpetto. Foto di Marta Beneforti

Nel tempo molti dei lavori in mostra vengono cambiati per offrire a visitatori e visitatrici ulteriori manufatti, che –al bisogno – sono restaurati da mani sapienti, visto il loro assoluto pregio. Fra i pezzi più rari e preziosi si segnalano un abito da sposa in stile impero forse indossato da Alessandra Rospigliosi per le sue nozze nel 1812 e un paliotto ricamato con fili d’oro e d’argento realizzato nel 1601, a soggetto sacro ma ornato da fiori, frutta e minuscoli animali. La tradizione del ricamo fu incentivata in questa provincia da alcune benefattrici e filantrope che crearono vere e proprie scuole per donne e ragazze- fra XIX e XX sec.-, affinché avessero un mestiere sicuro, ricevessero un giusto salario e diventassero indipendenti, proprio come Filippa e le sue socie; citerò soltanto Laura Towne Merrick, detta “l’americana” (che operò a Lamporecchio), Giuseppina Morelli (Casalguidi) e Gabriella Rasponi Spalletti (Quarrata).

Quadro 2 Le ricamatrici

Quadro 3.Le ricamatrici

Quadro ricamatrici. adriano cecioni le ricamatrici_1866 alta copia


Oggi tuttavia – un po’ ovunque – questa nobile arte sopravvive a stento, presso anziane artigiane, soppiantata da biancheria di pratico cotone, economica e facile da lavare e stirare; le giovani si occupano di altro, anche se sanno apprezzare un antico manufatto, magari ritrovato nel cassetto della nonna.

BRINDISI_foto di_MarinaConvertino_
Brindisi. Foto di Marina Convertino

 

 

Articolo di Laura Candiani

oON31UKhEx insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume e Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...