Nonsiparte! A Ragusa da Maria Occhipinti

«Signora Occhipinti1, posso chiamarla Maria?»
«Ma certo! ‘Signora’ mi invecchia!»

«Ha un accento così particolare! Molto poco siciliano, se mi posso permettere…»
«Sono andata via da Ragusa tanti tanti anni fa… Prima ho vissuto a Roma e nel Nord Italia, poi qualche anno in Svizzera, in Inghilterra, in Francia, negli Stati Uniti, alle Hawaii, in Marocco, guadagnandomi da mangiare con i lavori più disparati… Poi nel ’73 sono tornata in Italia e ho cominciato a lavorare come infermiera, ma credo che il mio accento ormai porti con sé i segni di questo peregrinaggio.»

«Infatti, sentivo un influsso dell’inglese! Senta, Maria, io vorrei parlare con lei di Una donna di Ragusa, la sua opera prima del ’57 con cui, 20 anni dopo, vinse il Premio Brancati. Il libro racconta di cosa volesse dire essere una femminista, anarchica e pacifista nella Sicilia degli anni Quaranta e del suo protagonismo nella rivolta del movimento Nonsiparte!. Cosa mi vuole raccontare di quegli anni?»
«Alla fine del ’44 io avevo 23 anni e aspettavo una bambina, quando arrivarono le famose letterine rosa. Era il richiamo alle armi. Io mi ricordai del dolore che la guerra aveva portato, di mio marito arruolato, di ragazzi dispersi, di famiglie spezzate per sempre e mi sono detta che non sarebbe potuto succedere di nuovo e che avrei fatto di tutto per impedirlo. Ho voluto fare propaganda pacifista con il movimento Nonsiparte! e dopo qualche mese sono iniziati gli scontri con l’esercito. Infatti, all’inizio del ‘45 la polizia ha cominciato a caricare su un camion tutti i maschi giovani che gli si paravano davanti.»

«E il popolo come ha reagito?»
«Quando vidi questi giovani scortati dalla polizia e le madri inginocchiate implorando, mi sono resa conto che c’era una folla pronta a scagliarsi contro il camion della polizia. Io, incinta di cinque mesi, mi sono sdraiata sulla strada: preferivo morire che farli passare, che rivivere quella tragedia. Allora, vedendo la mia determinazione, hanno lasciato andare momentaneamente i ragazzi.»

«Che coraggio, Maria! Nessuno l’avrebbe mai fatto.
«Sì, l’ho fatto senza pensare… Anche se, purtroppo, quella giornata è finita in tragedia. Appena le acque sembravano essersi calmate, la polizia ha cominciato a sparare a raffica sulla folla inerme, uccidendo due ragazzi. Fu un delirio, scoppiò una rivolta che durò quattro giorni e si infiammò tutta la Sicilia: noi, il popolo ribelle, riuscimmo a reperire centinaia di armi ed eravamo pronti alla rivoluzione.»

«Ma qual era il vostro obiettivo? In cosa speravate?»
«Ovviamente eravamo contro la guerra, ma non pretendevamo che finisse per volontà del popolo di Ragusa, non eravamo così ingenui/e. Tuttavia, quantomeno, pretendevamo che l’arruolamento fosse volontario: chi voleva imbracciare le armi e partire per il Nord era liberissimo di farlo, ma non poteva diventare un obbligo per tutti i giovani meridionali.»

«Lo sa che il movimento Nonsiparte! è stato accusato a posteriori di essere solidale con il fascismo e con i separatisti?»
Scoppia a ridere, ma lo sguardo non è affatto divertito.
«Chi dice così non ha capito una m… Pardon, niente! Io c’ero e posso garantire che si trattò di una rivolta spontanea e popolare, animata alla base da contadini e giovani di idee comuniste, anarchiche e socialiste. Di fascisti non ce n’erano.»

«Eppure il Pci ha severamente condannato le rivolte antimilitariste come un tradimento della patria, avendo aderito al patto di governo nazionale con la “svolta” di Salerno. Che cosa si pensava tra le fila dei rivoltosi di questo cambiamento di rotta?»
«Anche se in maniera non troppo definita, ci era giunta la voce del compromesso. Noi eravamo disposti/e a tutto per sconfiggere i fascisti, per eliminare i feudatari in Sicilia, ma non avremmo mai sparso una goccia del nostro sangue per Umberto II. Saremmo morti/e per le nostre idee, ma mai per la monarchia.»

«Come andò a finire, Maria?»
«E qui torniamo al motivo per cui, come ti ho detto all’inizio della nostra conversazione, mi sentivo una straniera in patria: la rivolta fu repressa duramente e io, sull’orlo del parto, fui confinata a Ustica e poi condannata al carcere. Quando mi fecero uscire con l’amnistia di Togliatti, ormai per me la Sicilia non era più casa mia. Casa mia era il mondo e, infatti, il mondo lo è stato per i trent’anni successivi.»
È in Sicilia solo per far visita a dei parenti, mi confessa. Domani tornerà a Roma, dopodomani… Chissà!

-.-.-.

MARIA OCCHIPINTI: nata a Ragusa il 29/07/1921 e morta a Roma il 20/08/1996, è stata una scrittrice femminista, anarchica e pacifista italiana.
Ha partecipato da protagonista ai moti siciliani contro l’arruolamento forzato del ’44-’45, venendo successivamente condannata e imprigionata a Palermo.
Nel 1957, trasferitasi ormai in Svizzera, scrisse da autodidatta la sua autobiografia Una donna di Ragusa, ripubblicata nel 1976 da Feltrinelli e vincitrice del Premio Brancati.
Girò per il mondo fino al 1973, quando si ristabilì a Roma, dove riprese l’attività politica e rimase fino alla morte.

Foto1. Occhpinti

 

 

Articolo di Emma de Pasquale

82266907_464813557755100_6601637314051440640_nEmma de Pasquale è nata a Roma nel 1997 ed è laureata in Lettere Moderne all’Università La Sapienza di Roma. Attualmente frequenta la magistrale in Italianistica all’Università Roma Tre. Ha interesse per il giornalismo e l’editoria, soprattutto se volti a mettere in evidenza le criticità dei nostri tempi in un’ottica di genere.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...