Libertà di molestare?

Il consenso è un’interazione, non un oggetto che si prende.
La differenza, che a noi donne di oggi sembra evidente, per molti maschi ancora non lo è. Sono disorientati, increduli, confusi. Come spiegare loro che se il corteggiamento è piacevole, le molestie sono insopportabili? Davvero il confine è così labile? Davvero è così facile far passare la molestia indesiderata per un gioco di seduzione che si stia giocando in due?
Per fortuna è un giornalista, Pier Luigi Battista sul “Corriere della sera”, a ragionare così:
«Noi maschi facciamo finta di non capire quando il no è no. E se insistiamo, non è perché siamo presi da impulsi sessuali veementi e incontrollabili, ma semplicemente perché mal sopportiamo l’umiliazione del rifiuto. “Ma come, osa resistere al mio fascino?”, “Dice no ma in realtà è un sì” e via consolandoci con questa rappresentazione grottesca di noi stessi. La zona grigia può restare grigia, ma il punto del consenso è quello fondamentale. Spingersi oltre non è un eccitante gioco di ruolo, è una carognata.»
Purtroppo noi stesse per secoli, in pratica fino alla mia generazione, avevamo tollerato, ritenendoli insopportabili ma inevitabili, comportamenti maschili che ci mettevano in una posizione d’inferiorità oltre che di fastidio, di disagio e di timore. Il silenzio causato dalla certezza di non riuscire a trovare ascolto, di non poter contare su nessun sostegno, esponeva tutte ad aggravare la mortificazione per un vago senso di vergogna che ci faceva sentire sporche sia per le intenzioni sporche su di noi sia per i giudizi della gente.
Ancor più grave è la molestia se c’è sbilanciamento di potere tra l’autore e la vittima, come accade nei luoghi di lavoro dove si paga cara l’emancipazione e dove la condizione femminile di alterità svantaggiata trova riscontro in ogni statistica.
Altro che corteggiamenti goffi. Il concetto di consenso viene palesemente distorto. La molestata è posta costantemente in condizione di scegliere tra due mali: subire la molestia o subire le ripercussioni dei propri rifiuti. A fare le spese di questa situazione sono ovviamente le categorie con posizioni contrattuali più deboli e precarie. Nessun ambiente però è immune da un clima di omertà; non si salvano nemmeno i più privilegiati per prestigio e cultura.
La prima indagine in materia è stata realizzata tra il 2008 e 2009 dall’Istat a cura di Linda Laura Sabbadini. Secondo i dati di allora un milione e 224mila donne avevano subìto molestie o ricatti sul posto di lavoro (l’8,5% delle lavoratrici). Erano state vittime, in particolare, di ricatti sessuali 842mila donne tra i 15 e i 65 anni: l’1,7% per essere assunte e l’1,7% per mantenere il posto di lavoro o avanzare di carriera. Quasi mezzo milione erano coloro alle quali era stata chiesta una disponibilità sessuale al momento della ricerca del lavoro.
Gli ultimi dati li ha forniti nel settembre 2017 il presidente dell’Istat, spiegando che 9 donne su 100 nel corso della loro vita lavorativa sono state oggetto di molestie o di ricatti a sfondo sessuale. Parliamo di 1 milione e 403mila casi.
La vulgata sessista vuole che le donne ne approfittino. Ditelo a quel 57,2% delle donne ricattate che ha cambiato volontariamente occupazione o ha rinunciato alla carriera, o al 2,5% che è stata licenziata per un no.
C’è poi una “zona grigia” nelle molestie, tra pesanti commenti sessuali, inviti ambigui, domande intrusive e allusioni sulla sfera intima, battute offensive: la donna che si ribella viene additata come una sciocca o una bigotta o un’insopportabile femminista. Goliardate, le chiamano. Ma dài, lo fa con tutte, Hai interpretato male, Che cosa vuoi che sia, Non sai stare agli scherzi, Era solo per ridere, Che brutto carattere… fino al mortificante Dovresti essere contenta se un uomo ti apprezza.
Per avere giustizia nei casi gravi si può fare denuncia penale entro sei mesi dal fatto. L’altra strada è la causa civile per chiedere l’allontanamento del responsabile e il risarcimento del danno. Le consigliere di parità, se necessario, agiscono in giudizio per conto della donna. I sindacati possono avviare una vertenza con l’azienda. Per paura, per sfiducia, per disinformazione, per quieto vivere purtroppo poche lavoratrici si avvalgono di queste risorse.
Però non basta denunciare: aiuta nei singoli casi, fa da esempio e da precedente, ma non recide le radici. Serve una responsabilizzazione di massa, che rilegga un intero sistema di significati e comunicazioni rintracciando e svelando gli equivoci su cui si fonda.

 

 

Articolo di Graziella Priulla

RfjZEjI7Graziella Priulla, già docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi nella Facoltà di Scienze Politiche di Catania, lavora alla formazione docenti, nello sforzo di introdurre l’identità di genere nelle istituzioni formative. Ha pubblicato numerosi volumi tra cui: “C’è differenza. Identità di genere e linguaggi”, “Parole tossiche, cronache di ordinario sessismo”, “Viaggio nel paese degli stereotipi”.

 

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