Il ricordo di Bianca Bianchi, Madre costituente tra stereotipi di genere e gender gap

Nella storia delle donne che hanno contribuito alla Resistenza e alla costruzione della Repubblica italiana, l’appartenenza al proprio partito è spesso stata fonte di sofferenze e anche umiliazioni, soprattutto perché si tratta di donne ed esse, per assurda antonomasia, hanno dovuto guadagnarsi fiducia e stima lavorando il doppio di quanto non facessero i loro colleghi uomini. Non solo: alcune di loro hanno subìto una valanga di giudizi spesso basati su stereotipi di genere, che hanno cercato in tutti i modi di oscurare le doti carismatiche e la preparazione per il ruolo politico che avrebbero dovuto ricoprire. Oltre a quella, maggiormente nota, di Nilde Iotti, anche l’esperienza della madre costituente Bianca Bianchi è emblematico esempio di tutto ciò.

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Vicchio di Mugello. Foto di Fabio Innocenti

Nata a Vicchio, in provincia di Firenze, da un padre fabbro e fervente socialista, morto quando lei aveva appena sette anni, Bianca diventa insegnante dopo aver frequentato la facoltà di Magistero ed essersi laureata nel 1939 in filosofia e pedagogia con una tesi dal titolo Il problema religioso in Giovanni Gentile. Nella sua infanzia e adolescenza un ruolo centrale lo aveva avuto il nonno materno, che l’aveva sempre spronata alla discussione, al ragionamento critico, e le aveva trasmesso la passione politica per l’antifascismo. Ma l’avverte da subito, amaramente e senza orpelli, quando la nipote decide di intraprendere la strada dell’attivismo politico: «Tu sei una donna». Da docente, entra spesso in conflitto con i superiori per i suoi metodi di insegnamento liberi e incentrati su argomenti categoricamente esclusi nei programmi didattici del regime, come la cultura ebraica, fino ad essere licenziata per poi accettare una cattedra di lingua italiana in Bulgaria.

ritratto giovanile

Rientrata in Italia nel 1942, frequenta le riunioni del Partito d’Azione, partecipando attivamente alla Resistenza con azioni di volantinaggio e trasporto di armi per i partigiani. Dopo la Liberazione, aderisce al Partito socialista italiano di unità proletaria, nato nel 1943 dalla fusione del Partito socialista con il Movimento di unità proletaria. Da questo momento la sua vita è protesa all’attivo e responsabile impegno politico ed è da questo istante che Bianca comincia il suo cammino sulla tortuosa strada riservata da sempre alle donne che osano intraprendere carriere di prestigio e ricoprire posti di potere. In fondo, nihil sub sole novum, potremmo constatare ancora oggi.
Il 2 giugno 1946 viene eletta all’Assemblea Costituente: è una delle ventuno donne su 556 membri, ma questo traguardo è raggiunto non senza difficoltà e cattiveria da parte degli uomini del partito. Durante la campagna elettorale attira da subito molti consensi grazie alle sue indubbie competenze oratorie, al punto da guadagnarsi l’elezione a capolista per la Costituente. Ma questo non va proprio giù agli “anziani” del partito, che adducono a motivo di rimostranza l’eccessiva giovinezza di Bianca rispetto alla loro militanza di vecchia data. Le viene contrapposto il candidato, futuro illustre protagonista politico, Sandro Pertini, ma Bianca ottiene il doppio delle sue preferenze! A tal proposito, dopo molti anni, Bianca racconterà che addirittura le fu chiesto di firmare una lettera di dimissioni preparata in precedenza, per cedere il posto a un socialista con maggiore anzianità di appartenenza al partito, «come se l’anzianità fosse sinonimo di intelligenza» (www.enciclopediadelledonne.it/biografie/bianca-bianchi/).
La confidenza postuma di Bianca Bianchi consente di parlare di un palese caso di dimissioni in bianco. Occorre ricordare che, per contrastare tale pratica illegittima e messa in atto principalmente nei riguardi delle lavoratrici, nel 2007 il parlamento italiano ha varato la legge 188, votata all’unanimità alla Camera e a maggioranza al Senato, che constava di sette brevi commi, con i quali si stabiliva che per dare le dimissioni volontarie occorresse compilare un modulo predisposto con un codice alfanumerico progressivo di identificazione, in modo tale che non potesse essere redatto retroattivamente, e si indicava che si potevano trovare i moduli gratuiti presso patronati, direzioni territoriali del lavoro, sito web del Ministero del lavoro. La legge è stata abrogata nel maggio 2008 dal governo Berlusconi. Nel 2012, dopo il cambio di governo, è stata inserita una nuova disciplina del contrasto alle dimissioni in bianco nel Ddl di riforma del mercato del lavoro, approvato in via definitiva dal parlamento il 27 giugno 2012. A seguito delle riforme introdotte con il Jobs Act, a partire dal 12 marzo 2016 è divenuta operativa la procedura telematica per l’invio delle dimissioni tramite il sito del Ministero del lavoro, che toglie validità alle dimissioni presentate in formato cartaceo. Un iter legislativo molto lungo, ma che non ha del tutto debellato il vergognoso fenomeno, subìto soprattutto dalle lavoratrici alla prima gravidanza. Inoltre, i dati Istat dimostrano come i numeri delle dimissioni regolari siano tuttora alti, dati che evidenziano come nel nostro Paese il gender gap sia ancora elevato. Non è un mistero che nel mercato del lavoro le donne subiscono ingiustizie quali il part-time involontario, l’assegnazione di mansioni che declassano le loro competenze, le dimissioni in bianco, il difficile accesso alle posizioni apicali, soprattutto nel settore privato.

grafico dati

Bianca Bianchi ha vissuto sulla sua pelle l’essere donna e il voler dare il suo contributo al partito e alla politica della ricostruzione dopo il fascismo. Il 25 giugno 1946 cominciano i lavori della Costituente. Così Bianca descrive le sue sensazioni e sentimenti di quel momento: «Sono molto tesa quando entro per la prima volta nell’aula della Camera. Sento gli sguardi degli uomini su di me. Cerco di osservare gli altri per liberarmi dal senso di disagio. […] Poi, metto insieme il mosaico di parole e di sguardi e: Dio, ce l’hanno con me. Sono io l’accusata. Non vogliono che parli sulle dichiarazioni del Governo. Chi mi ha autorizzato? Ho avuto forse l’incarico dal partito? Non so che ogni intervento in aula deve essere discusso e approvato dagli organi direttivi? […] Non si può parlare quando si vuole. […] La più accanita contro di me è Lina Merlin: ma guarda, penso, una donna contro un’altra donna, dovrebbe sostenermi, aiutarmi. Sono ferita nell’amor proprio e decido di non permettere nessun boicottaggio su di me. […] Ingoio saliva amara, la pelle mi brucia addosso come fosse stata frustata, ma resto in silenzio. Non siamo i rappresentanti di coloro che ci hanno dato il voto? Per loro parlerò» (Alle origini della Repubblica. Donne e Costituente, a cura di Marina Addis Saba, Mimma De Leo, Fiorenza Taricone, Presidenza del Consiglio dei ministri, Commissione Nazionale Parità, 1996). L’attualità di tali parole è disarmante: Bianca sente addosso gli sguardi quasi osceni degli uomini, quegli sguardi che spesso mettono in profondo disagio le donne in un contesto prevalentemente declinato al maschile, quegli sguardi dei quali ancora oggi ci accorgiamo nell’entrare in una palestra, in un negozio, in una sede di partito o associazione, in una discoteca, in un ufficio, in un’assemblea di docenti, quegli sguardi che scrutano e interrogano le tue capacità – il più delle volte non intellettuali – e che hanno il solo scopo di farti sentire inadeguata in determinate situazioni, nonostante le numerose conquiste che come donne abbiamo fatto nella società.
Non solo gli sguardi, ma Bianca, insieme alle sue colleghe neoelette in politica, subisce anche la narrazione che di lei viene fatta esclusivamente per stereotipi. A tal riguardo, sarà utile passare in rassegna foto e articoli dell’epoca.

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Il quotidiano “Risorgimento liberale” del 26 giugno 1946 pubblica un intero articolo con il titolo COME SONO VESTITE le deputate a Montecitorio, soffermandosi sugli outfit delle neoelette, senza accennare ad una sola delle competenze e azioni politiche e sociali che avevano portato queste donne a meritare di sedersi tra gli scranni del Parlamento: «[…] delle venti donne elette, fu prima, alle tre e mezza, la on. Bianca Bianchi, socialista, professoressa di Filosofia, che a Firenze ha avuto 15.000 voti di preferenza. Vestiva un abito color vinaccia e i capelli lucenti che la onorevole porta fluenti e sciolti sulle spalle le conferivano un aspetto d’angelo. Vista sull’alto banco della presidenza dove salì con i più giovani colleghi a costituire l’ufficio provvisorio, ingentiliva l’austerità di quegli scanni». La rivista satirica “Il Cantachiaro” – la stessa che pubblicherà disegni implacabili su Togliatti e Iotti – va giù pesante con una vignetta del 2 agosto 1946, in cui sono raffigurate due donne sorridenti e due deputati, di cui uno è l’onorevole Ludovico D’Aragona. Accompagna la vignetta il seguente dialogo: «D’ARAGONA – Ah! se avessi ancora tutte le mie forze! LE DEPUTATESSE – Che ci farebbe, onorevole? D’ARAGONA – Vi sculaccerei!». È interessante, oltre che deplorevole, sottolineare la duplice forma di sessismo, sia nella battuta di D’Aragona che nell’uso dispregiativo del vocabolo “deputatesse”.

All-focus

Sul n. 38 del settimanale umoristico “Candido” del 21 settembre 1946, compare una vignetta sulla bellezza di Bianca Bianchi, intitolata Lieta sorpresa, in cui due uomini osservano quattro donne deputate, tra le quali c’è Bianca Bianchi, indicata con un numero 1 sulla testa e disegnata con tratti estremamente più femminili delle altre tre. I due pronunciano la seguente battuta: «Oh, guarda fra le deputate alla Costituente c’è anche una donna!», corredata dal sotto-commento: «Bianca Bianchi, socialista. Viva il socialismo!».

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Il giornalista Jader Jacobelli, conduttore della trasmissione radiofonica Rai Oggi a Montecitorio che seguiva i lavori della Costituente, commenta: «La chiamavano tutti “la Biondissima” come se fosse una vamp e non una delle deputate più preparate che siano passate da Montecitorio». Nonostante tutto, le doti di Bianca emergono preponderanti e, in occasione del suo discorso del 22 luglio 1946 alla Camera, lei stessa ricorda: «“Ha chiesto la parola l’onorevole Bianca Bianchi: ne ha facoltà”. La voce di Saragat mi risveglia dal torpore. Scendo dallo scanno come una sonnambula: gli occhi e i mormorii di tutti sono su di me. Salgo in tribuna. Appena si fa silenzio comincio a parlare con calma e saggezza come si addice a un’aula parlamentare, quasi che una sapienza antica guidi il pensiero che non ha più paura. Quando finisco il presidente si alza, viene verso di me, mi stringe la mano e si congratula: l’assemblea si leva in piedi con un applauso prolungato. I miei colleghi di partito mi accolgono sorridenti con gli occhi umidi di triglia morta» (Alle origini della Repubblica. Donne e Costituente, cit.).
Nel 1949 Bianca presenta una serie di proposte di legge sul tema della tutela giuridica dei figli naturali (Disposizioni relative alla obbligatorietà del riconoscimento materno, alla ricerca della paternità e alla unificazione dei servizi assistenziali dei figli illegittimi, proposta annunziata il 7 aprile 1949), col fine di legittimare maggiormente il riconoscimento della paternità, moltiplicando di fatto le eccezioni al divieto di ricerca. Il 4 maggio, invitata dal presidente Gronchi, esordisce chiarendo lo svolgimento della proposta con queste parole: «La questione è grave e complessa; ha aspetti morali, giuridici e sociali che si incontrano e si determinano vicendevolmente. Noi potremmo domani anche dividerci nella valutazione di questi aspetti e nell’interpretazione dei casi numerosi e gravi che si presentano alla nostra attenzione, ma credo che concorderemo tutti, e senza difficoltà, nel riconoscere l’urgenza di una riforma che dia all’infanzia abbandonata e bisognosa di cure la difesa invocata, non solo contro l’asperità della sorte – in questo caso veramente matrigna – ma anche contro l’irresponsabilità di genitori indegni». Prosegue illustrando aggiornati dati statistici e facendo notare che le/i figlie/i illegittime/i «provengono dalle condizioni più umili; esprimono uno stato di miseria desolante, gravida di stenti e di pericoli. Se noi leggiamo le statistiche delle madri nubili vediamo che la maggior parte di esse e determinata dalle domestiche, seguite, poi, dalle casalinghe. Sono donne costrette dal bisogno a lasciare la famiglia, a venire dalla campagna in città, a perdere il sostegno morale della famiglia quando più forte è il pericolo e quando più vicino è l’incitamento al male. Molto spesso – anche questo si rileva dalle statistiche – sono esse stesse figlie di ignoti. È una vicenda dolorosa che si ripete di generazione in generazione, proprio perché manca nella società l’argine di difesa contro il dilagare del vizio, della leggerezza, del male, della corruzione. La società, è vero, condanna questi figli di nessuno perché non osservano le norme dell’onesto vivere, ma io mi sono domandata se la società, prima di condannare, ha dato loro i mezzi per resistere al male, e ha dato loro la possibilità di coltivare anche nella loro vita e nella loro anima quelli che sono i più sacrosanti principi del bene, i principi morali». Nel discorso di Bianca è evidente la forma mentis che si interroga su un problema non partendo dalla soluzione più facile e più drastica, ma andando a cercarne le cause profonde, provando a mettere in campo sensibilità ed empatia nelle scelte della politica. Ancora: «La società condanna questi figli illegittimi per un peccato che non hanno commesso, e li condanna a uno stato d’inferiorità civile, con quel N. N. che li segue nelle pagelle scolastiche, nei certificati di nascita, di cittadinanza, di buona condotta. Ovunque li insegue questa loro origine, ed essi sono sempre tormentati dal desiderio di svelare il mistero della loro provenienza, di diradare un po’ questo mistero che avvolge la sorte loro, la loro nascita, la loro vita. Onorevoli colleghi, è proprio per questo aspetto umano e sociale che noi chiediamo la riforma del Codice».
La proposta viene osteggiata in ogni modo e respinta, come del resto tante iniziative delle donne che nella politica di questi anni cominciano a far emergere una visione del mondo non solo patriarcale, ma che contenga anche un’attitudine femminile ai problemi e alla gestione della società italiana, sicuramente arretrata in materia di famiglia, scuola, rapporti uomo/donna, emancipazione femminile. Uno degli attacchi più duri è quello che le riserva l’allora giornalista Giovanni Spadolini in un articolo su “Il Messaggero” del 23 maggio 1950, intitolato Gli illegittimi, nel quale Spadolini si chiede se si possa essere «sicuri che la prole sarà allevata meglio da due genitori divisi e implacabilmente ostili fra loro, che non da un ente di pubblica assistenza, da un qualunque brefotrofio».

All-focus

La questione verrà solo parzialmente risolta con la riforma del diritto di famiglia del 1975 e completata con la recentissima legge n. 219 del 10 dicembre 2012: è la costruzione di un percorso molto lungo a cui dobbiamo a Bianca Bianchi la percorrenza del primissimo tratto.
Non più rieletta, negli anni Cinquanta Bianca torna a dedicarsi ai temi dell’educazione e dell’insegnamento: fonda a Montesenario, in Toscana, la “Scuola d’Europa”, centro educativo di sperimentazione didattica basata sul metodo del pedagogista Johann Heinrich Pestalozzi, il cui motto era Imparare con la testa, le mani e il cuore. Dal 1970 al 1975 è eletta consigliera comunale di Firenze nelle liste del Partito socialdemocratico, fondato da Giuseppe Saragat nel 1947, a seguito della scissione di Palazzo Barberini e al quale Bianca aveva aderito sin da subito. Ricopre la carica di vicesindaca e assessora alle questioni legali e affari generali.
Muore a Firenze il 9 luglio del 2000, lasciandoci tantissimi libri e una grande eredità umana, culturale, sociale, una influencer di rilievo nella mia personale lista, fissata per sempre nella costellazione delle nostre ventuno Madri costituenti.

inaugurazione fiorentina

Il 3 luglio di quest’anno il comune di Firenze le ha dedicato un giardino all’interno di piazza della Costituzione. La cerimonia si è tenuta alla presenza della vicesindaca e assessora alla toponomastica Cristina Giachi e di Elettra Lorini, ex sindaca di Vicchio. «Donna straordinaria, una protagonista del secolo passato – ha sottolineato la vicesindaca Giachi – ci piace pensare che oggi sia tra i modelli ai quali ci si può ispirare» (fonte: https://www.gonews.it/2020/07/03/un-giardino-per-bianca-bianchi-donna-della-costituente/).

Per approfondimenti:

  • Bianca Bianchi, Figli di nessuno, Milano, Ed. di comunità, 1951
  • Bianca Bianchi, La storia è memoria, ti racconto la mia vita, Firenze, Giorgi & Gambi, 1998
  • legislature.camera.it, dove si potranno leggere gli interventi di Bianca per le proposte di legge sui figli illegittimi
  • eletteedeletti.it
  • Elette ed eletti. Rappresentanza e rappresentazioni di genere nell’Italia Repubblicana, a c. di Patrizia Gabrielli, Rubbettino editore, 2020

 

 

Articolo di Valeria Pilone

Pilone 400x400.jpgGià collaboratrice della cattedra di Letteratura italiana e lettrice madrelingua per gli e le studenti Erasmus presso l’università di Foggia, è docente di Lettere al liceo Benini di Melegnano. È appassionata lettrice e studiosa di Dante e del Novecento e nella sua scuola si dedica all’approfondimento della parità di genere, dell’antimafia e della Costituzione.

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