Editoriale. Franca…mente auguri!

Carissime lettrici e carissimi lettori,
cento lupi rabbiosi, forse affamati, sicuramente minacciosi e mentori per catastrofi ormai avvenute, si aggirano per Firenze. Sono arrivati, come se l’avessero fatto autonomamente, con il loro peso di ferro (280 chili ciascuno) e le loro bocche spalancate, da Napoli, dove erano stati da ottobre, facendosi ammirare e cercando empatia tra la gente in piazza Plebiscito, la piazza del potere dei Borboni chiusa, alla fine di via Toledo (tra le più belle, famose e cantate strade di Napoli) e con i suoi  venticinquemila metri quadrati di superficie, tra Palazzo reale e la chiesa di San Francesco di Paola, la Prefettura e Palazzo Salerno.
I lupi erano stati creati dall’artista cinese Liu Ruowang per celebrare i cinquant’anni dei rapporti tra l’Italia e la Cina. Sono l’allegoria della risposta da parte di una natura tradita, risentita delle devastazioni subite, offesa di essere votata alla distruzione. Questi lupi così feroci ci raccontano e fanno a nome nostro un appello per la salvaguardia dell’ambiente e di tutta la Terra perché diventi atto salvifico per l’umanità intera, non più artefice di un comportamento predatorio, ma di un afflato con l’universo intero.
A Firenze I lupi in arrivo, così come è intitolata l’opera, sono giunti da pochi giorni, appena dopo la fine, probabilmente solo apparente, del lockdown da loro metaforicamente annunciato. Sono stati collocati (come fosse una loro scelta autonoma) tra piazza Santo Spirito , la piazza dei Medici, i padroni di Firenze per quattro secoli, dominata da Palazzo Pitti, residenza medicea e oggi scrigno ulteriore di bellezza, e l’altrettanto stupenda piazza della Santissima Annunziata che accoglie la chiesa omonima e lo Spedale degli Innocenti, il ricovero (ancora oggi attivo) dell’infanzia abbandonata (lì la ruota che accoglieva le neonate e i neonati rifiutati), grande e ulteriore prova fiorentina di Brunelleschi, dove Filippo ebbe modo di «mettere in pratica la sua concezione dello spazio, delle proporzioni e del ritmo architettonico». Due luoghi urbani questi che fanno da ombelico del Rinascimento e del suo pensiero umanistico, in consonanza, inconsapevole, all’appello, al rimprovero e amaro avvertimento palesato dalle fiere del contemporaneo Liu Ruowang.
Firenze ci dà lezione e ci dice novità. Come il bando appena pubblicato per il restauro del cosiddetto Corridoio vasariano, quel camminamento di quasi un chilometro (800 metri per la precisione) voluto dai Medici per non scendere in strada, «una strada principesca elevata più che un corridoio», come l’ha definita il direttore degli Uffizi Eike Schmidt, che collegava la residenza di palazzo Pitti alle stanze del potere al di là d’Arno. Il camminamento copre tutto Ponte Vecchio trasformato, si dice, per questo procedere sovrastante di nobili passi, da luogo di macello, col sangue delle bestie che sgorgava direttamente in fiume, a salotto di ori e preziosi quale è tutt’ora. Il corridoio, opera del grande Vasari, era già stato aperto al pubblico, ma per poco, due volte: alla fine della seconda guerra mondiale e nel 1973. Invece dal 2022, dopo il restauro che inizierà con il nuovo anno, potremmo tutti sentirci in afflato con le scarpe dei potenti, da Cosimo il Vecchio all’Elettrice Palatina, che commissionarono e conservarono in città le opere degli artisti più grandi del mondo.
La Bellezza, medicea, e non solo, la sentiamo e apprezziamo attraverso i sensi. Sono di base cinque (ma se ne aggiungono ancora di più), la cui presenza corporale ci è stata insegnata fin da quando eravamo piccoli/e. Ci permettono di guardare, udire, toccare, gustare e profumare (o sentire il puzzo) di ciò che ci circonda, introiettandolo in noi perché diventi parte della nostra storia personale e collettiva.
Il termine viene dal latino, da sensus, il participio passato del verbo sentire. Più precisamente è «la facoltà di ricevere impressioni da stimoli esterni o interni. Comunemente – continua il vocabolario – per senso si intende la capacità di ciascuna delle distinte funzioni per cui l’organismo vivente raccoglie gli stimoli provenienti dal mondo esterno e dai suoi stessi organi e, previa opportuna trasformazione, li trasmette al sistema nervoso centrale informandone o no la coscienza.»
I sensi non si limitano ad essere cinque, così come li abbiamo elencati sopra, ma si fanno in tre con una sorta di sottogruppi legati alle sensazioni, sempre corporali, provate: dal senso della fame e della sete, al senso del freddo e del caldo a quello legato al prurito, alla temperatura (che non ci fa scottare per esempio), alla posizione del corpo, al movimento e al senso del dolore. Sembrano identici ai cinque sensi fondamentali, ma solo molto vicini a loro senza sovrapporsi.
Ho letto, e mi trovo d’accordo, che «non esiste una gerarchia universale per i sensi umani, l’importanza che viene attribuita a vista, olfatto, tatto, gusto e udito varia dalla 
cultura di appartenenza e linguaggio. Chi per esempio appartiene a una cultura che dà grande importanza alla musica sarà più abile a parlare dei suoni uditi, anche se non è un musicista, mentre chi proviene da un paese con una forte tradizione nelle sculture di terracotta, sarà più capace di altri a descrivere la forma di un oggetto al tatto».
Poi esiste tutta una serie di sensazioni, più filosofiche, se mi passate il termine: il senso del dovere, della vergogna, del rispetto, del ridicolo, di responsabilità, di rivalsa, di giustizia, di inferiorità e di leggerezza, di oppressione. Poi c’è il non-senso, il senso unico, il senso inverso, il senso di rotazione oraria e antioraria. Insomma ce n’è per tutti.
Per questo, perché la parola, il significante, comprende infiniti significati, assecondando il gioco saussurriano, da oggi partiamo con una serie di articoli intorno al termine per sviscerarlo, interrogarlo, punzecchiarlo con ironia, ricordi e riflessioni. Partiremo chiaramente dalla base, con cinque puntate sui sensi così come ce li hanno presentati a scuola o come ce li hanno mostrati i nostri padri, madri, zie, zii, nonni e nonne, qualche volta anche con l’aiuto di un libricino di cartone, per sondare se riuscivamo a capire con cosa sentivamo, guardavamo, o se ci accorgevamo del liscio e del ruvido o potevamo percepire il buon odore di un fiorellino o quello meno gradevole dei bisognini del cane o dei propri indumenti dopo una corsa sfrenata, magari sotto il sole di luglio. Oggi cominciamo con il Gusto e, si sa, da Proust in poi, tra madeleinettes e tutto il resto, si parte per territori infiniti e a volte insondabili dalla coscienza.
Non abbiamo più parlato, o comunque lo abbiamo fatto molto più sommessamente (e di questo ci avete caldamente ringraziato) di questo virus che, come al marinaio creato dallo scrittore Frezza, «ci ha rubato la nostra primavera». Il coronavirus – l’innominabile per Donald Trump, il negato dai populisti della terra, del quale poi loro stessi si sono ammalati (un esempio è il presidente del Brasile), è diventato una presenza più discreta e meglio accolta rispetto a quando se ne faceva un sottofondo martellante e fagocitante su qualsiasi media, soprattutto durante il periodo del lockdown, del ritiro forzato in casa. Però, saranno forse complici anche le temperature alte dell’estate, il Covid-19 non è ancora reso completamente innocuo.
Per questo i Lupi di Ruowang, arrivati prima che tutto ciò accadesse, sono importanti. Ce lo spiega il fatto che il virus riprende vigore dove ci si allontana dalle buone abitudini, dove l’aria è più inquinata, anche se questa relazione è ancora tutta da discutere sul tavolo delle ipotesi. Riccardo Bocca, giornalista e scrittore, ha detto, commentando il suo La terra siamo noi scritto proprio sui temi ambientalisti: «Trattare l’ambientalismo come una categoria a sé stante è stucchevole e inutile. Invece la natura e la sua protezione deve essere messa in comunicazione con tutto il resto, con la vita in senso ampio in modo che da questo nasca davvero un dialogo fruttuoso per la salvezza della Terra e delle creature che ci vivono. I comportamenti virtuosi – continua Bocca – non si sviluppano attraverso la speranza legata allo slogan del ne usciremo migliori. Non basta, anzi è fuorviante. La sofferenza di due mesi non è sufficiente a che cambino radicalmente le cose, purtroppo. Una nuova coscienza si crea soltanto attraverso una profonda elaborazione e interpretazione che passa per l’educazione, per la scuola, per i messaggi dei genitori alle proprie figlie e ai propri figli. Altrimenti si avrà solo quella brutta sensazione, quell’illusione che, appunto, tutto sarebbe stato migliore nel dopo, finita la burrasca del virus. Invece ci stiamo rendendo conto che rimane unicamente la grande sofferenza della malattia e della morte.»
Ricordiamo il teatro e non dimentichiamo una carissima attrice (qui su di lei leggerete un articolo) intelligente e di grande umanità, Anna Marchesini, lo spirito vivace del trio, che quattro anni fa se ne andava per sempre in un’età troppo giovane per non sembrare un’ingiustizia. Marchesini ci ha fatto capire l’intelligenza femminile della comicità, la sua leggerezza e la sua profondità hanno lasciato un’impronta nel teatro che ha amato, come fosse da sempre, nella sua non lunghissima vita.
Dobbiamo parlare di festa! E se è un compleanno importante come un centenario il dolce è ancora più di obbligo. Il 31 luglio Franca Valeri supererà la soglia del secolo! Cento candeline che l’attrice milanese vuole spegnere e festeggiare con i familiari e pochi amici e amiche, a casa, con una torta al cioccolato confezionata dalla nipote che le ha promesso anche di suonare per lei al pianoforte, soprattutto musiche di Verdi, amatissimo dalla nonna che ha realizzato, come è noto, molte regie operistiche. Per noi Franca Valeri è tante cose insieme, legate al teatro e al nostro sabato sera davanti alla televisione, quando non c’era il ferreo obbligo della movida. Lei è la signorina snob e la signora Cecioni, è i suoi occhi vivaci e pieni di ironia, la mente fervida che non ha ceduto nulla agli anni. É la vita che si afferma e dà il meglio di sé.
Buona lettura a tutte e a tutti!

 

 

Editoriale di Giusi Sammartino

aFQ14hduLaureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpreti; Siamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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