Narrazioni. Lettera al padre

Un padre negativo, una figlia che non ha più paura, una lettera lungamente pensata… Il racconto di Rachele Nigi (Secondo Premio per le classi terze, nell’ambito del  concorso Sulle vie della parità, sezione Narrativa) sviluppa l’incipit di Loreta Minutilli ed è nato anch’esso dal lavoro svolto nel Laboratorio di giornalismo e scrittura creativa del Liceo Classico Galileo di Firenze, seguito dal prof. Boschi. 

Incipit n. 4, Lettera al padre

Giulia aprì gli occhi prima che suonasse la sveglia. Aveva fatto sogni confusi sulla giornata che stava per cominciare, tutti finiti in catastrofe, e non aveva nessuna intenzione di rimettersi a dormire, ma non c’era ragione per cui fosse già in piedi. La sera prima aveva preparato accuratamente tutto quello che le sarebbe servito: lo zaino era già chiuso e dalla tasca davanti sbucava la busta della lettera, lilla e ben sigillata per evitare qualsiasi ripensamento. Prima che arrivasse il momento di uscire di casa, l’unica cosa che le restava da fare era impedirsi di cambiare idea.

Ci aveva pensato per anni e poi improvvisamente una notte aveva deciso di superare la sua paura e di cercare un contatto con la persona che le aveva cambiato la vita. Quella busta conteneva tutto ciò che per tanto tempo non era riuscita a dire, tutte quelle parole rimaste in sospeso, pensate, rimuginate e strozzate in gola; avevano ormai perso quel colore acceso di rabbia e assunto sfumature diverse, di una profonda riflessione, di una consapevolezza lucida di ciò che era accaduto, di un intenso desiderio di rivalsa.  Eppure, nonostante tutto, le gambe le tremavano e respirava affannosamente, assalita dall’ansia: cosa sarebbe successo dopo? Forse davvero quegli incubi si sarebbero avverati, lei sarebbe stata nuovamente travolta e con lei anche sua madre e sua sorella, alle quali non aveva rivelato la sua intenzione: se fosse poi accaduto qualcosa di negativo, sarebbe stata l’unica colpevole. Chiuse gli occhi e respirò profondamente e insieme agli occhi aprì anche la porta di casa. Di lui aveva solo il numero di una casella postale alla quale erano stati inviati tutti i documenti legali e che era riuscita a rintracciare grazie all’intervento degli avvocati, nient’altro, né un indirizzo preciso né il suo numero di telefono: aveva preferito scomparire, non affrontando le sue responsabilità e i suoi doveri, rifiutando ogni tipo di aiuto perché in fondo, per lui, il vero “problema” erano sempre state loro tre, che cercavano di continuare a vivere, studiando, ascoltando la musica, ballando e ridendo, qualche volta. Ma tutto questo a lui dava fastidio, lui che sprofondava ogni giorno di più nel suo abisso di dolore e di rabbia, incapace di reagire, lui che finiva per rifugiarsi per lo più in un letto qualsiasi uscendo di casa negli orari più insoliti, di notte. Giulia accelerò il passo, aveva la sensazione che qualcuno la stesse seguendo e osservando, anche se in realtà nessuno avrebbe mai potuto immaginare dove andava e per quale motivo; del resto, ben pochi sapevano che cosa era successo anni prima a casa loro. Tutto era stato nascosto, ma lei si sentiva come se portasse sempre un peso sulle spalle, come quello zaino che aveva con sé anche quel giorno. Ma quella mattina forse si sarebbe sentita più leggera. Dopo. Giunta davanti all’ingresso dell’ufficio postale, tirò un sospiro di sollievo: non avrebbe dovuto aspettare poi molto tempo. Tuttavia, mentre la fila scorreva velocemente, anche nella mente di Giulia scorrevano pensieri contrastanti. “Sono arrivata fino a qui, adesso non posso assolutamente tornare indietro, ma tutto questo dove mi porterà? Eppure so che se non lo facessi sentirei un nuovo peso da sopportare, tradirei me stessa e la mia dignità” pensò tra sé e sé.  Aveva osservato le persone che aveva davanti e si era resa conto che era quasi giunto il suo turno. “Dai, Giulia, forza. No, no, non ce la faccio, torno indietro. No, Giulia, devi farcela!” pensò costringendosi a muovere il piede destro avanti di un passo. Alzò la testa e con un gesto deciso e fermo tirò fuori la lettera lilla ben sigillata; consegnandola, avvertì dentro di sé la sensazione di uno svuotamento, come se stesse affidando ad altri una parte di se stessa, quella più nascosta. E adesso doveva andare a scuola, come aveva sempre fatto, nulla nella sua vita si era fermato e lei non aveva voluto che niente si fermasse. Ma quanta forza ci era voluta, quella stessa forza che sentiva nelle sue gambe in quell’istante: correva, era in ritardo, tuttavia si sentiva sollevata all’idea di vedere i suoi compagni. Gli amici rappresentavano per lei un porto sicuro. Durante quel giorno non volle più pensare a quello che aveva fatto, cercando di distrarsi in tutti i modi. Le sue giornate erano sempre molto impegnate e lo sarebbero dovute rimanere sempre, perché così era più facile non pensare e non ricordare. Ma arrivò la sera, e poi la notte, ed era il momento nel quale era inevitabile pensare. Giulia allora immaginò l’espressione che suo padre avrebbe fatto nel leggere ciò che era contenuto in quella lettera, e ripensò a quelle parole come se le potesse pronunciare davanti a lui. “Non so più nulla di te e tu non sai più nulla di noi, ti sei mai chiesto cosa è successo dopo quella notte in cui hai sfogato tutta la tua rabbia malata contro di noi? Per tanto tempo ho avvertito il senso di colpa per aver dovuto chiamare la polizia per chiedere aiuto. So che dopo la tua vita è cambiata, ma anche la nostra: è stato difficile, molto difficile ricostruirci e ricominciare, forse più  difficile di quanto sarebbe stato per te se tu avessi accettato di farti curare, te lo avevamo chiesto. Abbiamo fatto tutto il possibile per aiutarti, ma tu non te ne accorgevi, eri troppo concentrato su te stesso e dovevi trovare qualcuno da incolpare per il dolore che provavi e per la tua incapacità di reagire. In tutto questo tempo ho capito che non devo darti spiegazioni per quello che noi abbiamo fatto. Abbiamo solo trovato la forza di dire basta, il coraggio di dire no; la violenza non ha giustificazioni neppure quando si soffre. Non potrò mai sapere davvero se ti sei reso conto che anche tutte quelle parole piene di disprezzo, urlate per ferirci, sono state come dei pugni inferti senza motivo, ed è proprio da quelle parole che abbiamo dovuto ripartire. Da allora ho sempre voluto dimostrare a me stessa e agli altri che non facevo schifo e che il mio impegno e la mia caparbietà non erano e non sono inutili. Quello che mi hai detto ha provocato dentro di me una sorta di conflitto che mi ha portata a cercare negli altri un’approvazione o un riconoscimento che non mi facesse sentire sbagliata o non all’altezza. Sai, questa mia caparbietà e testardaggine che tanto mi hai rimproverato sono state in fondo la mia salvezza e tuttora mi sostengono, perché non ho mai voluto cedere al senso di vuoto che poteva risucchiarmi. Ho voluto sempre affrontare direttamente le difficoltà, ho imparato a non nascondermi, a non cercare alibi, e ad esprimere le mie idee e opinioni senza aver paura perché la mia libertà di essere, fare, dire, esprimere, vale quanto quella di tutti gli altri. Se ti ho scritto non è per cercare un confronto con te, ma è per farti capire che adesso mi sono liberata dalla paura e sono diventata una donna che conosce il valore di sentirsi sicura di sé, che sa quello che non vuole. Non so se riuscirò mai a fidarmi ciecamente di un’altra persona che non sia la mamma e mia sorella, ma so certamente che potrò sempre contare su me stessa e sulle risorse e il coraggio che ho scoperto di possedere dopo quella notte. Finalmente adesso riesco a volermi più bene e persino a essere fiera di me, di tutta la strada che mi sono lasciata alle spalle, della donna che sto diventando. Giulia si chiedeva quale effetto avrebbero avuto quelle parole su di lui, forse si sarebbe fatto vivo e sapeva che in questo caso non sarebbe stato per chiedere scusa perché non lo aveva mai fatto. Era angosciata all’idea di aver potuto accendere una miccia innescando reazioni imprevedibili. Sapeva che la rabbia era difficile da contenere, ma forse, vedendo il colore di quella busta, avrebbe capito chi era il mittente, si ripeteva, e chissà se l’avrebbe aperta. Lui forse avrebbe ricordato che il lilla, il suo colore, era da sempre condiviso con il gruppo di amiche con le quali  era cresciuta e che la conoscevano meglio di altri e probabilmente meglio anche di lui. Quel colore era la sua firma. Ma dopotutto, anche se non avesse avuto il coraggio di leggerla, quello che contava era  l’ennesima prova di coraggio che Giulia aveva dato a se stessa.

Racconto di Rachele Nigi, Classe III G, liceo classico Galileo, Firenze.

Il giudizio della giuria: «Una moderna “lettera al padre” al femminile, in cui una giovane rivendica orgogliosamente la conquista, ottenuta con l’appoggio delle donne della sua famiglia, di una difficile autonomia rispetto a un’immagine paterna purtroppo negativa».

 

Racconto a cura di Loretta Junck

qvFhs-fCGià docente di lettere nei licei, fa parte del “Comitato dei lettori” del Premio letterario Italo Calvino ed è referente di Toponomastica femminile per il Piemonte. Nel 2014 ha organizzato il III Convegno di Toponomastica femminile. curandone gli atti. Ha collaborato alla stesura di Le Mille. I primati delle donne e scritto per diverse testate (L’Indice dei libri del mese, Noi Donne, Dol’s ecc.).

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