Editoriale. “L’avvocata irrispettosa”

Carissime lettrici e carissimi lettori,
molte notizie, belle, si spera, meno belle o poco importanti, si presentano durante il periodo di tempo compreso tra una settimana e l’altra per l’uscita di questa nostra rivista. Spesso, purtroppo, si aggiungono nomi di persone, di donne e uomini, che hanno impegnato la loro esistenza nella storia e nella cultura umana e che ci lasciano per sempre in questo nostro percorso terreno. Per noi rimane il dovere di nominarle, per ricordarle o portarle alla conoscenza di chi non sapeva della loro esistenza.
Mi ha colpito la scomparsa a Parigi, a 93 anni esatti (era nata a Tunisi il 27 luglio 1927 ed è scomparsa il 28), di Gisèle Halimi, l’avvocata che per tutta la vita ha lottato per il diritto delle donne, ma anche di chiunque soffre per tutti i diritti che non gli vengono riconosciuti. “Instancabile femminista e avvocata irrispettosa”, hanno titolato i giornali, usando una sua definizione ironica, tratta da un libro autobiografico, uno tra i tanti scritti di impegno civile da questa grande donna.
Era stata la legale di Simone de Beauvoir e di Paul Sartre. «Avvocata per difendersi e per difendere» scrive di lei Le Monde, che titola il suo omaggio con una frase della stessa Halimi: «Avevo dentro di me una rabbia, una forza selvaggia, io volevo salvarmi». Halimi firma il Manifesto delle 343 (il 5 aprile 1971, l’ammissione, sulla rivista Nouvel Observateur di 343 donne di aver praticato l’aborto). I giornali francesi (l’ha ricordata lo stesso presidente Macron) parlano di lei come di un eroe nazionale e in patria la giudicano tra le più grandi delle avvocate e avvocati.
Halimi studia Legge perché «lingiustizia è fisicamente intollerabile». Conosce dalla nascita il peso dell’essere nata femmina e diversa: da famiglia ebraica e di modeste possibilità economiche che però le permetterà di laurearsi in Giurisprudenza a Parigi. Gisèle lotterà tutta la vita per le francesi e per i diritti mondiali delle donne, per l’Africa.
«Il suo appartamento parigino – aveva scritto Le monde   è pieno di libri, quadri, fotografie delle persone che hanno segnato la sua vita: Claude Faux, suo marito e i suoi tre figli. Ma c’è anche Louis Aragon, Sartre, Simone de Beauvoir, Simone Veil. Vicino alla finestra – ricorda ancora Annick Cojean in questo entretien, pubblicato dal quotidiano il 22 settembre 2019 – …. il piccolo ufficio dove Paul Eluard ha scritto tanti suoi poemi. E la sua veste di avvocata alla quale teneva tanto. Quella con la quale aveva fatto l’arringa a Tunisi, nel 1949. Quella che aveva portato al processo di Bobigny sull’aborto, nel 1972 in difesa di una sedicenne. La sua toga feticcio tante volte riparata, rammendata, accomodata, di cui lei torturava i piccoli bottoni di madreperla nera mentre trascorreva le attese interminabili delle delibere…» Gisèle Halimi è l’esile donna dallo spirito di ferro che ci ha insegnato il coraggio, a combattere per la dignità e la libertà della donna, sempre in prima fila per difendere i militanti della guerra di Algeria, la liberalizzazione dell’aborto e l’ammissione giuridica della criminalizzazione della violenza carnale. La sua scomparsa, in questo delicatissimo momento, a livello mondiale ed europeo per i diritti al femminile e la difesa della Convenzione di Instanbul, sembra venire a salvarci, giungendo in nostro aiuto, con una sua disperata, estrema, concreta mano da consorella, come sempre si è dimostrata essere. Non lasciandoci sole neppure dopo la sua morte!
Questo è il periodo in cui una giovane donna, deputata al Congresso americano, riceve sulle scale del Campidoglio, davanti ai giornalisti, gli insulti di un collega del partito repubblicano (Ted Yoho) che l’apostrofa con frasi sessiste e che poi si scusa dicendo che non avrebbe potuto offenderla (ma lo ha fatto pubblicamente!) perché ha moglie e due figlie. La risposta di Alexandria Ocasio-Cortez, la più giovane deputata dei democratici americani, è esemplare, prima sui social, poi in una seduta pubblica del Congresso, il 25 luglio scorso: «Io sono qui per dimostrare ai miei genitori di essere loro figlia e che non mi hanno insegnato ad accettare di essere offesa dagli uomini.» È dura, concisa, affettuosa verso i suoi e precisa: «Non ho bisogno che l’onorevole Yoho mi chieda scusa. É evidente che non vuole farlo. É’ evidente che non lo farà se gliene venisse data la possibilità. E io non perderò il sonno ad aspettare delle scuse da un uomo che non ha nessun rimorso riguardo ad insultare le donne e a usare un linguaggio offensivo nei confronti delle donne.
Quello che non posso tollerare è usare le mogli e le figlie per farsi scudo e trovare scuse per un comportamento sbagliato. Il signor Yoho ha detto di avere una moglie e due figlie. Io sono due anni più giovane della figlia più giovane del signor Yoho. Anche io sono figlia di qualcuno. Mio padre per fortuna non è vivo oggi per poter vedere come il signor Yoho ha trattato sua figlia. Mia madre ha dovuto assistere in tv alla mancanza di rispetto del signor Yoho verso di me e, non apertamente, dello stesso presidente Donald Trump che qualche tempo fa aveva invitato ironicamente, riguardo alla questione dei bambini messicani reclusi, le donne del Congresso, di provenienza straniera, a ritornare nel loro paese di origine».
In Europa le cose non sono andate e non vanno certo meglio. A
maggio il parlamento ungherese ha respinto la ratifica della Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne. Era passato solo un mese dall’adozione della legge che conferisce al premier ungherese Viktor Orban i pieni poteri per fronteggiare l’emergenza virus, che al Parlamento di Budapest è stata bocciata la Convenzione perché il suo «approccio ideologico è contrario alla legge ungherese e alle credenze del governo», come ha affermato davanti all’Assemblea Lorinc Nacsa, dei democratici cristiani, alleato di minoranza della coalizione con il partito di Orban.
La notizia riguardante la Polonia è di questi ultimi giorni. Il ministro della Giustizia ha iniziato il processo di disdetta e a nulla sembra valgano le proteste delle donne alle quali sembra sia stato proibito anche manifestare. A questo scenario si aggiunge anche la Turchia dove a gennaio il governo di Erdogan ha proposto di reinserire il matrimonio riparatore. «Un’ipotesi in antitesi ai principi sanciti dalla Convenzione».
Inutile dire che questa deriva viene guardata e ben monitorata dalle associazioni femminili di tutta Europa. «È preoccupante, allarmante, gravissimo. Sembra di tornare indietro di millenni. Le dinamiche sono sempre le stesse: reprimere la libertà delle donne per ricostruire intorno al modello patriarcale, fondato sull’assoluto potere degli uomini, l’organizzazione della società. Proprio ora che quel modello in termini di processi sociali ma anche economici di sviluppo e di consumo ha drammaticamente mostrato tutti i propri limiti. E non credo sia un caso che ciò stia avvenendo in Paesi in cui i governi in carica stanno riducendo le garanzie democratiche» (senatrice Valeria Valente a Il Messaggero)
La Presidente della Commissione contro il femminicidio Ursula Von Der Leyen ha detto: «L’Unione Europea, la prima Europa a guida femminile, non può accettare che i diritti e le libertà delle donne vengano calpestati in questo modo. Dobbiamo intervenire. E farlo ora».
La Convenzione è stata firmata nel 2011 dal Consiglio d’Europa ed è stata ratificata solo da una decina di Paesi (tra cui l’Italia). Il testo è composto da 81 articoli divisi in 12 capitoli e viene considerata «una pietra miliare rispetto agli altri trattati internazionali in materia, poiché prevede l’attuazione di politiche globali e interne al singolo Stato e permette di monitorare il fenomeno attraverso obblighi di raccolta dati e attività di sensibilizzazione. Riconosce la violenza sulle donne come una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione, responsabilizzando così gli Stati a varare misure preventive».
Quello che disturba le cosiddette coscienze etiche di Ungheria e Polonia è senza dubbio la definizione di genere, vale a dire la distinzione di uomini e donne, non più per le loro differenze biologiche e sessuali, ma anche in base alle categorie socialmente costruite che vedono assegnare ruoli e comportamenti ben distinti agli uni e alle altre.  Non possiamo permetterlo.
In questa situazione così sfavorevole al mondo delle donne l’annuncio del cartellone del 77° Festival del cinema di Venezia, che si volgerà dal 2 al 12 settembre, in modalità fisica, concretizzata, al Lido, come primo grande evento dal vero dopo la chiusura di tutto per il Covid-19, arriva come un faro che ci illumina. Infatti il numero delle registe invitate alla kermesse veneziana sta raggiungendo l’obbiettivo del cinquanta e cinquanta con 8 registe su 10 colleghi maschi. Anche per l’Italia si mantiene la stessa percentuale, anzi, il rapporto è alla pari, con due bravissime registe come Susanna Nicchiarelli e Emma Dante bilanciate da Gianfranco Rosi e Claudio Noce. Lo stesso direttore di Venezia 77, Alberto Barbera ha detto: «Non ho mai scelto un film perché di una regista donna ma basandomi sulla qualità e così ho fatto anche quest’anno», rafforzando così il principio della capacità, della bravura artistica senza banalizzare riducendo tutto a una questione retta su un concetto simile alle quote rosa. Di certo le possibilità che si sono aperte dopo le battaglie degli ultimi anni stanno dando i primi frutti. Avremo tempo per parlarne ancora.
Veniamo agli articoli di questo numero della rivista non tralasciando però un saluto a un’altra persona che ci ha lasciato: Gianrico Tedeschi con il suo teatro iniziato in un campo di concentramento nazista, ma durato tanto, quasi tutta la sua vita centenaria (l’avevamo festeggiato il 20 aprile scorso). Era stato diretto da registi tra i più grandi: da Luchino Visconti a Luca Ronconi a Giorgio Strehler.
Qui leggerete tanti articoli interessanti, molti dedicati alle donne, ma tanti altri che parlano degli uomini grandi dell’arte e della Storia. Per prima cosa, e qui è l’autore, al maschile, a mettersi in gioco, parliamo di sensi. Questa volta è di scena l’Olfatto, il cui regno è nel naso. L’autore parte dall’ incipit, da quel “Macchiffastapuzza” che apre Zazie nel metro, spassosissimo capolavoro tra i tanti del francese Raymond Queneau. Prosegue poi per le vie personali dei quartieri che ha abitato da ragazzino e ragazzo, a Roma, da Trastevere a Monteverde, al complesso abitativo detto Isola tra tanfi di petrolio (cittadino) e rivoltanti puzzi di carne putrida, rimediata tra macellai e mattatoio, per rimanere in lui con un ricordo olfattivo degno di Proust.
Doveroso e doloroso il ricordo della strage di Bologna, la più grave della storia italiana. Era il 2 agosto 1980, sono quaranta anni che non è spiegata esattamente un’ingiustizia e passando per il binario uno della stazione centrale, di fianco alla sala d’attesa rinnovata, quell’orologio con il vetro rotto e le lancette, ferme all’ora che si prese ottantacinque morti, ancora ce lo ricorda.
Rassereniamo la lettura con le architette, italiane e non, che negano, come un sonoro schiaffo, il pensiero di Benito Mussolini, e non solo, che non ammetteva la loro possibilità di realizzazione e bravura «perché non adatte assolutamente al pensiero sintetico». Invece i loro nomi, in questa prima puntata, si susseguono, mostrandoci una professionalità personale di grande livello e originalità.
Finiamo con due personaggi che mettono allegria e voglia di bellezza. Sono duecento anni dalla nascita di Pellegrino Artusi (4 agosto 1820) gastronomo, scrittore e critico letterario autore del più noto, raffinato e ancora utilissimo libro di cucina. Oggi Artusi riposa nel cimitero panoramico (si può dire di fascino?) di san Miniato al Monte, che ospita anche le spoglie di Zeffirelli, davanti a un panorama mozzafiato su tutta Firenze.
Concludiamo in bellezza, con le note della tromba più celebre della musica contemporanea, quella di Louis Amstrong che se ne è andato il 4 agosto del 1971. Lo ricorda una figlia legandolo al padre, che porta nel cuore. Una memoria, di nuovo esplicitamente proustiana, di una canzone cantata o fischiettata nonostante la stanchezza del lavoro da questo padre al suo rientro, una lezione di gioia all’autrice, allora piccolissima, attraverso la felicità eterna di questi versi:
«The colors of the rainbow are so pretty in the skies. Are also on the faces of the people walking by. I see friends shaking hands saying How do you do? They’re really saying I love you.»
I colori dell’arcobaleno, così belli nel cielo. Sono anche nelle facce della gente che passa. Vedo amici stringersi la mano, chiedersi «come va?» In verità stanno dicendo «Ti voglio bene». Già …il mondo è meraviglioso…What a wonderful world!
Buona lettura a tutte e a tutti (nonostante il caldo eccessivo!)

 

 

Editoriale di Giusi Sammartino

aFQ14hduLaureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpreti; Siamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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