Nella Marsica con Ignazio

Nella valle del Fucino, tra le care montagne che mi conoscono da quando avevo pochi mesi, sorge Pescina, comune marsicano dove mi accoglie Secondo Tranquilli, nome di nascita del celebre Ignazio Silone.

«Buongiorno signor… Preferisce essere chiamato Tranquilli o Silone?»
«Buongiorno a lei! Silone va benissimo, ormai mi chiamano Secondo solo familiari e amici di una vita.»

«Signor Silone, nelle sue opere l’Abruzzo è sempre stato lo scenario di rappresentazione della lotta contadina e della condizione delle classi subalterne. Lei crede che l’impegno politico in letteratura possa essere considerato un metro di giudizio dell’opera?»
«Io penso che uno scrittore debba essere sincero con i suoi lettori e che non si possa imporre il criterio dell’impegno a chi spontaneamente non lo sente come suo. Io, personalmente, mi sono sempre ritenuto un intellettuale impegnato, sento molto forte dentro di me la relazione tra letteratura e politica, ma non può essere considerato un metro di valore, altrimenti si va verso l’annullamento della libertà d’espressione. Ma tutto dev’essere spontaneo, perché, come hanno detto altri ben più illustri di me, se l’uomo di cultura aderisce completamente alle direttive di un partito, non fa altro che suonare il piffero per la rivoluzione.»

«Prima di Fontamara aveva già provato a scrivere qualcosa?»
«Per scrivere Fontamara ho dovuto dimenticarmi degli insegnamenti formali con cui mi avevano riempito la testa i preti dei collegi che ho frequentato. Il libro non ha precedenti letterari, è il mio primo romanzo e credo che sia forse più ispirato ai testi di partito che agli studi classici.»

«Da cosa è nata l’idea di una rivoluzione di “cafoni”, come li chiama lei, contro i potenti?»
«Pensavo non mi restasse molto da vivere, allora cominciai a dare forma a un racconto verosimile “sui dimenticati da Dio”, ambientato in un certo paese di nome Fontamara, che era il frutto di un miscuglio tra la mia immaginazione e i ricordi della mia terra. Venne fuori un romanzo semplice, una storia contadina, ma che commosse i lettori di tutto il mondo in una maniera inaspettata.»

«Come mai ha scelto come protagonisti proprio i “cafoni”?»
«Con le parole offensive, come cafone, non c’è che da appropriarsene e, allora, le si rende innocue. Io ho scritto un racconto sui cafoni mettendomi dalla loro parte, assumendone il punto di vista e rendendoli protagonisti di una lotta ideologica, senza giudicare dall’alto del mio ruolo di intellettuale.»

«Nel ’36 pubblicò, sempre in Svizzera, Pane e vino, più vicino al suo presente autobiografico di quell’epoca, che ebbe un grande successo all’estero… Secondo lei come mai in Italia la critica ha ignorato per così tanti anni le sue opere?»
«Fino agli anni Cinquanta si è portata avanti una sorta di damnatio memoriae nei miei confronti per via dei dissidi con il Pci negli anni Trenta. Io, me lo conceda, ci avevo visto lungo, o meglio, avevo scelto di levarmi i paraocchi e avevo dimostrato la mia più viva ostilità nei confronti della politica stalinista. Per me il comunismo era un’altra cosa, la rivoluzione era un’altra cosa. Quest’uscita dal Pci mi portò ad essere tagliato fuori dalle correnti letterarie a me contemporanee, come se, nel secondo dopoguerra, per la critica italiana io non esistessi affatto.»

«Invece all’estero ebbe da subito un successo clamoroso, lei è uno degli autori italiani in assoluto più conosciuti e tradotti!»
«All’estero i miei libri hanno cominciato a circolare almeno un decennio prima che in Italia, soprattutto grazie all’entusiasmo di esuli antifascisti come me e di personalità incuriosite dal mio racconto della società italiana. Seppur distante dal mio Paese, per me la scrittura è sempre stata la solitaria continuazione di una lotta, dopo essermi separato dai miei compagni.»

«Signor Silone, lei ha negli occhi la tristezza di chi è partito per un lungo viaggio per poi ritrovarsi sempre al punto di partenza. Si sente deluso dall’Italia che ha trovato al suo ritorno?»
«Credo sia la condizione di qualsiasi viaggiatore, di qualsiasi esule. Tuttavia, anche se il mondo è rotondo e prima o poi si torna dove tutto è iniziato, dopo un lungo viaggio non si è più gli stessi e neanche il luogo di partenza è rimasto uguale. Chi ha questa consapevolezza non può provare delusione, perché è ormai oltre, è avvezzo al mutamento e canta la sua canzone solo per chi è disposto a sradicarsi dalla consuetudine insieme a lui.»

«La ringrazio per il suo tempo.»
«Grazie a lei, andiamoci a mangiare una cosa, a Pescina è mia ospite.»

IGNAZIO SILONE. Nato il 1° maggio del 1900 a Pescina e morto a Ginevra il 22 agosto del 1978, è stato uno degli scrittori italiani più illustri del XX secolo. Alla sua carriera letteraria si affianca il lavoro da saggista, giornalista, drammaturgo e il ruolo di spicco prima nel Pci e poi nel Psi.
L’opera d’esordio Fontamara esce nel 1933 in Svizzera, seguita, tra le altre, da Pane e Vino nel 1936 e La scuola dei dittatori nel 1938.
Viene candidato più volte al Premio Nobel per la sua capacità di parlare al mondo intero partendo da realtà contadine e subalterne e dal suo amatissimo Abruzzo.

 

 

Articolo di Emma de Pasquale

82266907_464813557755100_6601637314051440640_nEmma de Pasquale è nata a Roma nel 1997 ed è laureata in Lettere Moderne all’Università La Sapienza di Roma. Attualmente frequenta la magistrale in Italianistica all’Università Roma Tre. Ha interesse per il giornalismo e l’editoria, soprattutto se volti a mettere in evidenza le criticità dei nostri tempi in un’ottica di genere.

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