Libero Grassi, testimone della dignità

LIBERO GRASSI
Libero Grassi. Foto di Luciano del Castillo

 La mattina del 29 agosto 1991, mentre si reca a piedi al lavoro presso la sua fabbrica di biancheria intima Sigma, Libero Grassi viene ucciso da Cosa Nostra con quattro colpi di pistola. La colpa che ha decretato la condanna dell’imprenditore da parte della Cupola è il rifiuto del pagamento del pizzo e l’aperta denuncia dei suoi estorsori. Libero, infatti, aveva avuto il coraggio di esporsi e di fare i nomi degli esattori criminali, i gemelli Antonio e Gaetano Avitabile. Il 10 gennaio 1991 nel “Giornale di Sicilia” aveva scritto: «Volevo avvertire il nostro ignoto estortore di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l’acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia. Ho costruito questa fabbrica con le mie mani, lavoro da una vita e non intendo chiudere. Se paghiamo i 50 milioni, torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile, saremo destinati a chiudere bottega in poco tempo. Per questo abbiamo detto no al “Geometra Anzalone” e diremo no a tutti quelli come lui». L’11 aprile dello stesso anno Grassi va ospite alla trasmissione “Samarcanda” di Michele Santoro e afferma pubblicamente: «Io non sono pazzo, non mi piace pagare, è una rinunzia alla mia dignità di imprenditore». Un uomo coraggioso, una persona perbene, che nel suo stesso nome aveva insiti i semi dell’onestà, della giustizia e della legalità.
Libero nasce a Catania il 19 luglio 1924, lo stesso fatale giorno in cui 68 anni dopo verrà ucciso da Cosa Nostra il giudice Paolo Borsellino. I suoi genitori, fieri antifascisti, lo chiamano Libero in onore del sacrificio compiuto da Giacomo Matteotti, primo martire dell’antifascismo, ucciso il 10 giugno di quello stesso anno dalle camicie nere. La sua storia è segnata, dunque, nel suo stesso nome e in nome di quella libertà Grassi vivrà la sua esistenza e il suo impegno civico e professionale. Studia Scienze politiche a Roma e si avvicina al Partito d’Azione. Pur di non essere costretto a partecipare alla leva obbligatoria della Repubblica di Salò dopo l’8 settembre, si rifugia in convento come seminarista. Dopo la Liberazione ritorna a studiare Giurisprudenza e negli anni Cinquanta si trasferisce con il fratello al nord, a Gallarate, per intraprendere la strada dell’imprenditoria. Continuamente in viaggio per l’Italia per far crescere la sua azienda, Libero ritorna in Sicilia, a Palermo, nel 1954, dove ritrova una vecchia compagna di adolescenza, l’architetta Pina Maisano, e si unisce a lei in matrimonio, dopo una prima esperienza coniugale fallimentare. L’anno dopo comincia anche a coltivare una partecipazione attiva alla vita politica del Paese, che è ormai in fase di piena ricostruzione, sulla strada verso il boom economico degli anni Sessanta. Partecipa con Pina alla fondazione del Partito radicale di Marco Pannella, scrive articoli per il “Giornale di Sicilia”, si iscrive al Partito repubblicano. In questa sua concreta adesione alla politica attiva, Libero non si lascia mai intrappolare nelle maglie del potere e della corruzione: infatti, nominato nel consiglio di amministrazione dell’azienda municipalizzata del gas, ottiene che la rete pubblica del metano sia estesa ai nuovi quartieri popolari e periferici, perché si è reso conto che alcune società private, colluse con la mafia, hanno agguantato il monopolio della vendita di bombole del gas e impediscono di fatto l’ampliamento della rete. Alla fine degli anni Settanta cominciano i problemi: nel 1979 i locali della sua fabbrica Sigma vengono venduti dalla proprietà ad un costruttore palermitano. Il trasferimento dell’attività alla nuova sede in Via Thaon di Revel è il momento di inizio di una serie di difficoltà economiche. A metà degli anni Ottanta si trova ad affrontare una controversia con il Banco di Sicilia: secondo i suoi calcoli, la banca applica tassi di interesse che rasentano l’usura. E con il sorgere delle difficoltà la mafia arriva a bussare alla sua porta. Libero comincia la sua vera e propria battaglia contro la criminalità. E la condurrà solo, abbandonato dalle istituzioni. È questo l’amaro denominatore comune agli uomini e alle donne che in quegli anni di caldissimo stragismo mafioso decidono di lottare contro Cosa Nostra, di non soccombere alle sue logiche, di non piegarsi alla malsana abitudine dell’omertà che ha tenuto la meravigliosa terra di Sicilia schiava per decenni. Di fronte al rifiuto di pagare il pizzo, Cosa Nostra rapisce e ammazza il suo cane, poi due criminali a volto scoperto provano a rubare le paghe dei dipendenti in azienda. Solo la polizia, la Confesercenti palermitana e il Centro Peppino Impastato gli sono vicine. Sicindustria e Assindustria gli voltano le spalle, così come la politica e la magistratura, che il 4 aprile 1991 si pronuncia scandalosamente a favore del racket delle estorsioni con una sentenza del giudice istruttore di Catania, Luigi Russo, nella quale si afferma che non è reato pagare la protezione ai mafiosi. Le dichiarazioni che Grassi rilascia l’11 aprile durante la trasmissione di Santoro “Samarcanda” hanno un effetto controproducente: anziché allarmare, incitare a fare fronte comune, creare una rete di solidarietà, le parole di Libero sono la sua definitiva condanna. Lui e Pina sono sempre più isolati e abbandonati in una Palermo assuefatta al sistema mafia.
La mattina del 29 agosto Salvatore Madonia detto Salvino e Marco Favaloro, del clan dei Madonia, ammazzano Libero con quattro colpi di pistola alle spalle, senza nemmeno dargli la possibilità di guardare in faccia gli esecutori della sua condanna a morte.

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Il killer Madonia e il complice Favaloro vengono arrestati nell’ottobre del 1993. Favaloro diventa in seguito collaboratore di giustizia e aiuta gli inquirenti nella ricostruzione dell’agguato omicida. Madonia è stato condannato in via definitiva al 41-bis con sentenza del 18 aprile 2008. L’11 giugno 2004 vengono inflitte dalla Terza Corte di Assise di Palermo trenta condanne all’ergastolo. Tra i boss di Cosa Nostra ci sono Totò Riina, Bernardo Provenzano e Pietro Aglieri. Per l’omicidio di Libero Grassi vengono riconosciuti come responsabili Francesco e Salvatore Madonia. Il pubblico ministero Gioacchino Natoli dichiara: «Dobbiamo essere consapevoli, come società civile, che lo Stato è in grado di fare giustizia. La vicenda Grassi ha provocato in me un indubbio sconvolgimento, soprattutto perché il comportamento dei familiari è stato esemplare e ispirato dalla fiducia nelle istituzioni. Libero Grassi è un esempio per tutti noi, in special modo per le nuove generazioni, il suo sacrificio ha acceso la speranza e il coraggio di continuare e per questo dobbiamo rendergli grazie».
Si compie il destino comune a tutti gli uomini e le donne di buona volontà del nostro Paese: diventare figure esemplari ed eroiche post mortem. Ma questo non è un fatto che resta isolato, a sé stante, perché le morti giuste di persone innocenti sono feconde, sono come il seme evangelico che muore e porta frutto, tanto frutto. Dal sacrificio di Libero nasce un movimento antiracket a Palermo che ancora oggi gioca un ruolo fondamentale accanto alle/ai commercianti e alle/agli imprenditrici/tori. Uno di questi frutti spontanei è l’associazione AddioPizzo, nata per iniziativa spontanea di un gruppo di giovani che nel 2004 «si ritrova a progettare la propria vita appena dopo la laurea. L’idea è quella di aprire un pub a Palermo, ma il timore che qualcuno per conto della mafia potesse chiedere il pizzo è alto. Questo li porta a riflettere sul fatto che non si possa pretendere che chi esercita un’attività economica denunci, se l’ambiente in cui vive e opera è indifferente alla piaga delle estorsioni. Allora decidono di cambiare strategia e di comunicare alla propria città il loro messaggio di denuncia. […] L’organizzazione ha lo scopo di promuovere una cultura della legalità, della solidarietà e dell’ambiente, basata sui principi della Costituzione, in opposizione al fenomeno delle organizzazioni criminali di stampo mafioso e al pizzo. In particolare, fine prioritario dell’organizzazione è quello di tutelare il diritto alla legalità ed al libero esercizio dell’attività d’impresa, senza pressione malavitose, e di garantire gli interessi e le prerogative dei cittadini-consumatori e degli operatori economici che si oppongono al racket delle estorsioni» (dal sito addiopizzo.org). Con un’azione di concreta sensibilizzazione, la notte tra il 28 e il 29 giugno del 2004 queste/i giovani, in forma anonima, avevano tappezzato le strade del centro di Palermo con adesivi su cui è scritta una frase che diventerà il loro motto: «Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità.» È stato uno scossone: la frase colpisce al cuore uno dei valori fondanti del popolo palermitano, la dignità.

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Quest’anno, con le mie classi quarte del liceo delle scienze umane in cui insegno, avremmo dovuto vivere l’esperienza del viaggio a Palermo proprio sotto la guida dell’agenzia AddioPizzo Travel, ma la pandemia ce lo ha impedito. Abbiamo comunque avuto modo di ascoltare una delle responsabili, Francesca Vannini, che ci ha raccontato la sua esperienza e la straordinaria avventura dell’associazione, nata dal sangue versato da Libero Grassi. L’associazione è concretamente vicina alle attività commerciali e imprenditoriali, con la costituzione di una rete a loro sostegno ed un manifesto che vi invito a sottoscrivere sul sito addiopizzo.org:
«MANIFESTO DEL CITTADINO CONSUMATORE PER LA LEGALITÀ E LO SVILUPPO – Cosciente della gravità, della complessità e della capillare diffusione del fenomeno del racket delle estorsioni nella realtà economica e produttiva italiana, ritengo che tutto il tessuto sociale, economico e culturale nel quale agiscono gli operatori economici può e deve esercitare un ruolo attivo nella lotta contro il pizzo. PERTANTO, IN QUANTO CITTADINO E CONSUMATORE CONSAPEVOLE DEL MIO POTERE E DELLA MIA RESPONSABILITÀ, MI IMPEGNO A SCEGLIERE PRODOTTI E SERVIZI FORNITI DA IMPRENDITORI, ESERCENTI E PROFESSIONISTI CHE NON PAGHINO IL PIZZO O CHE, ESSENDO STATI VITTIME DI RICHIESTE ESTORSIVE, NE ABBIANO FATTO DENUNCIA. Chiedo altresì che le istituzioni e gli organi di polizia rinnovino l’azione a tutela della sicurezza e dell’attività economica di chi ha avuto il coraggio di denunciare. Sollecito, infine, tutte le forze politiche ad un concreto impegno ed a una maggiore sensibilità verso le problematiche attinenti al racket delle estorsioni».
Nel ricordare Libero Grassi, non si può non fare riferimento alla grande caparbietà e coraggio che Pina Maisano ha continuato a dimostrare dopo la morte del marito: nel 1992 è eletta senatrice per i Verdi, carica che detiene fino al 1994, e dal 2004 è stata accanto ai e alle giovani di AddioPizzo, che chiamava affettuosamente nipoti. Per un approfondimento sull’impegno di Pina Maisano rimando al bell’articolo di Eleonora Camilli sul n. 66 di vitaminevaganti (https://vitaminevaganti.com/2020/06/13/pina-maisano-grassi-la-libera/).

Commemorazione di Libero Grassi nel ventesimo anniversario
Pina Maisano

Il sacrificio di Libero Grassi è un fulgido esempio della bellezza di schierarsi nella propria vita dalla parte giusta, senza girare la testa dall’altra parte, senza cercare scorciatoie per la realizzazione dei propri sogni, senza cedere alla paura, come diceva Paolo Borsellino: «È normale che esista la paura, in ogni uomo, l’importante è che sia accompagnata dal coraggio. Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura, altrimenti diventa un ostacolo che impedisce di andare avanti». Libero aveva incarnato questo coraggio: consapevole del rischio che avrebbe corso, non si è arreso e ha continuato a denunciare ciò che rende malata una società civile, il cancro corrosivo e fatale della mafia, che, come ci ha insegnato Giovanni Falcone, è un fenomeno umano e come tale ha un inizio e avrà una fine. Se questa fine si avvicina passo dopo passo, con difficoltà ma con altrettanta forza, lo dobbiamo al sacrificio di donne e uomini liberi come Libero Grassi.

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Funerali di Libero Grassi

Per approfondire:

 

 

Articolo di Valeria Pilone

Pilone 400x400.jpgGià collaboratrice della cattedra di Letteratura italiana e lettrice madrelingua per gli e le studenti Erasmus presso l’università di Foggia, è docente di Lettere al liceo Benini di Melegnano. È appassionata lettrice e studiosa di Dante e del Novecento e nella sua scuola si dedica all’approfondimento della parità di genere, dell’antimafia e della Costituzione.

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