Pina Maisano Grassi, la libera

Pina Maisano GrassiCiò che distingue le donne dagli uomini, ma che le accomuna fra loro, è il patrimonio di conoscenze che portano con sé durante la risalita dal pozzo in cui gli uomini le fanno cadere, metafora esemplificativa utilizzata da Alba de Céspedes in risposta al celebre Discorso sulle donne di Natalia Ginzburg, apparso nel 1948 sulla rivista Mercurio, diretta dalla prima. Le donne sono esseri liberi, proprio perché conoscono la forza e la potenza che deriva dall’aver toccato quel fondo. Ecco, se pure creda fermamente che esistano molteplici differenze non solo fra la donna e l’uomo, che in termini assoluti sono delle costruzioni della cultura patriarcale, ma anche fra le stesse donne, penso che questi tratti siano veramente condivisi da tutte, e in particolare dalla protagonista della nostra storia, una delle figure più emblematiche della rivolta contro il pizzo e la mafia: Pina Maisano Grassi. Nata a Palermo il 29 settembre 1928, vive da giovane l’epoca del Fascismo e della Seconda guerra mondiale, tuttavia, grazie alla famiglia – il padre era un ingegnere che, tornato dalla Seconda guerra mondiale, abbracciò sentimenti antimilitaristi – frequenta le scuole laiche e matura una coscienza critica che la sosterrà sempre nelle scelte e nelle esperienze di vita. Sposa Libero Grassi nel 1956 dopo essersi laureata presso la Facoltà di di Architettura dell’Università di Palermo. Nonostante sogni di lavorare nel settore dell’urbanistica, già compromesso a partire dagli anni Sessanta, periodo del cosiddetto “sacco di Palermo”, quando la ricostruzione postbellica si stava attuando in modo sconsiderato, senza programmazione alcuna, favorendo così gli interessi di personaggi legati alla mafia, Pina Maisano decide piuttosto di investire le sue competenze nell’azienda di famiglia, specializzata nell’ambito tessile, seguendo le orme del marito: una professione che le permette di entrare a contatto con le abitudini delle persone, di conoscere e comprendere i suoi concittadini e le sue concittadine, a suo dire i più lenti a reagire ai soprusi, forse addirittura i più omertosi, ma certamente i meno razzisti del Paese. La mafia, del resto, non riguarda solo il Sud, la Sicilia né tantomeno la singola città di Palermo: è un cancro che investe l’Italia intera, si nutre del sospetto e dell’odio, figli dell’ignoranza. Secondo Maisano questo fenomeno è la conseguenza diretta dell’evasione scolastica, ossia dell’assenza di istruzione che permetterebbe alle persone di vivere sotto il segno della libertà e della dignità, due paradigmi che invece illuminano il cammino di Pina Maisano e Libero Grassi, anche quando tentano si sottrarglieli. L’imprenditore non solo aveva detto no al racket, una scelta in controtendenza rispetto a tutta l’isola, che invece il pizzo lo pagava, ma al silenzio preferisce la denuncia: il 10 gennaio 1991 scrive una lettera «Al caro estortore», pubblicata sulla prima pagina del Giornale di Sicilia, raccontando la sua storia, mentre il governo guidato da Giulio Andreotti aboliva il Commissariato per la lotta alla mafia. Abbandonato anche dai colleghi e criticato dalla Confindustria palermitana, la mattina del 29 agosto 1991 viene ucciso da Cosa Nostra, un’esecuzione avvenuta su un marciapiede a pochi passi dalla sua abitazione. Libero Grassi ha pagato un prezzo altissimo, molto più alto di quello pecuniario: la vita. Il suo sacrificio, tuttavia, non è vano, segna anzi una svolta, una vittoria, in quanto esporrà una volta per tutte Cosa nostra. Alla lapide in marmo, Pina Maisano preferisce quella cartacea, di modo che la necessità di rinnovarla per onorare la ricorrenza della morte del marito, la renda più imperitura del marmo, e tenga alta l’attenzione mediatica sul malaffare, un fenomeno che giace più o meno latente anche nelle regioni del Nord. Una scelta singolare, figlia di una visione differente, per tornare a quei tratti condivisi dalle esperienze di vita delle donne. L’impegno di Pina Maisano non avrebbe potuto continuare se non percorrendo la strada dell’azione. La stessa che tredici anni prima aveva scelto un’altra grande donna che posto al centro della sua esistenza la lotta alla criminalità organizzata, Felicia Impastato. Così Maisano si candida dapprima per i Verdi al Senato, nel 1992, poi viene eletta a Torino nel collegio Fiat-Mirafiori. A fronte della proposta di presiedere alla commissione di indagine sul fenomeno mafioso, lei sceglierà invece di far parte della commissione ai lavori pubblici perché «È lì, negli appalti, la chiave di tutto». Non perde la fiducia nelle Istituzioni, anzi contribuisce con il suo voto affinché si proceda nel caso Andreotti, ed è fermamente convinta che il diritto di voto, se esercitato nel modo giusto, sia lo strumento più potente per combattere la mafia. Partecipa a ogni manifestazione, a ogni convegno contro il pizzo, intraprende iniziative volte a sottrarre la città di Palermo alla criminalità organizzata. E ancora, dal 2004 sostiene Addiopizzo, un comitato di ragazzi e ragazze – fra cui Alice e Davide, i figli di Libero Grassi e Pina Maisano – che lei inizia a chiamare «nipoti», in quanto promotori dei suoi stessi principi, esposti a più riprese nei manifesti recanti la scritta “Un popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità” con cui hanno a più riprese tappezzato i muri della città di Palermo, sull’onda del quale è nata un’altra associazione di imprenditori, grazie anche a Tano Grasso, intitolata Libero Futuro, dedicata appunto a Libero Grasso. Non ultimo, l’impegno più inteso e proficuo nelle e per le scuole attraverso progetti sulla legalità: «Ci si dovrebbe battere ancora oggi, per difendere l’istruzione, soprattutto quella pubblica, per evitare che la nuova classe dirigente possa prestare il fianco ai boss», sosterrà Pina Maisano per tutta la vita, come aveva fatto anche Felicia Impastato accogliendo altri “nipoti” nella sua casa-museo dedicata a Peppino, affinché conoscessero da subito la sua storia. Dopo la morte di Pina Maisano, avvenuta il 7 giugno 2016, le è stato intitolato uno spazio verde a piazza Caboto, a Mondello, un’epigrafe – non di carta però – recante la scritta: “Con tenacia e generosità ha trasformato ciò che fa star male in qualcosa di diverso dalla violenza in cui siamo cresciuti”.

pina maisano grassi e figli
Paleromo 29/08/2011, Commemorazione di Libero Grassi nel ventesimo anniversario. Nella foto i figli Dadive ed Alice e la vedova Pina Maisano Grassi.

Come ho già detto, se c’è qualcosa che le donne hanno in comune è la forza, e uno slancio di libertà, e coraggio, e ribellione, che nascono da quella che De Céspedes chiama un’antica pratica di pozzi. Ciò che accomuna ancora di più le donne che combattono la mafia è la profonda convinzione che il mondo non si cambi con le armi, ma con la cultura, ciò che Virginia Woolf aveva teorizzato nel suo saggio Le tre ghinee (1938): «Per aiutarvi a prevenire la guerra, non possiamo replicare le vostre parole e i vostri metodi ma dobbiamo inventare nuove parole e nuovi metodi». È possibile creare solo in assenza della paura e dell’odio, sentimenti sterili che assopiscono ogni attività del pensiero – ecco queste donne hanno avuto il coraggio di trasformare la paura e la violenza in qualcosa di produttivo, coltivando le menti delle nuove generazioni. La risposta è sempre la stessa: educare le coscienze, studiare, conoscere per comprendere. La conoscenza è inutile se non la si usa per prendere una posizione, possibilmente una che si collochi e si sostenga sui due principi tanto cari a Pina Maisano e Libero Grassi. È da lì che si deve partire per risolvere tutti i problemi sociali, basti pesare anche agli studi che dovrebbero essere introdotti nelle scuole per far fronte alla violenza di genere dilagante che è alla radice dei femminicidi. È sempre la conoscenza, del resto, che ci permette di affrontare le nostre più grandi paure e, a volte, di vincerle. E se Pina Maisano amava citare lo scrittore Gesualdo Bufalino – «La mafia sarà vinta da un esercito di maestri elementari» – noi traduciamo il suo messaggio – congedandoci però dalla metafora bellica – per celebrare anche le tante donne, maestre e non, come Pina Maisano e Felicia Impastato, che con il loro esempio ci hanno donato lo strumento più efficace: “La mafia si combatte con i libri, non con la pistola”.

TARGA maisano

 

Articolo di Eleonora Camilli

59724162_440276389883361_5939648554405462016_nEleonora Camilli è nata a Terni e vive ad Amelia. Nel 2015 consegue la Laurea Magistrale in Italianistica presso l’Università Roma Tre, con una tesi in Letteratura Italiana dedicata a Grazia Deledda. Dedita allo studio della letteratura e della critica a firma di donne, sommelière e degustatrice AIS Associazione Italiana Sommelier ‒ conduce anche ricerche e progetti volti a coniugare i due settori.

Un commento

  1. A scuola a inizio mese abbiamo incontrato con le nostre classi on line un’appartenente all’Associazione AddioPizzo: ci ha raccontato la storia di Pina e dei suoi nipoti, ed è stato bello rileggerla in questo apposito articolo. Grazie

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