Editoriale. “Il caso e la necessità”

Carissime lettrici e carissimi lettori,

L’estate sta incamminandosi verso la fine, o almeno sono passati via i mesi deputati alle vacanze. In questa estate strana, successiva al lockdown e annunciata come periodo di limbo, in sospeso per un eventuale ritorno del virus, abbiamo vissuto un po’ come sempre, sopportando e fuggendo la calura della città, attuando riposi progettati, lavorando quando dovevamo farlo. Anche le nostre figlie e figli si sono comportati allo stesso modo, spesso espatriando verso mari e divertimenti non made in Italy. Sembra che molti e molte di noi non siano andate in ferie, non tanto per la presenza del virus che ci aveva invaso a primavera e ancora ci minaccia, quanto perché i soldi destinabili alle ferie scarseggiano, proprio come ogni anno.

L’inevitabile apertura, (vi ricordate l’ormai lontano 3 giugno?) prima delle regioni, poi dei confini nazionali, aveva anche lo scopo di rimettere in moto il turismo e il denaro. Si sono aperti i negozi, i bar, i pub, i ristoranti e infine anche le discoteche, con tante paure, a volte azzardando e fidando solo nel buon senso di ognuno e ognuna di noi, oltre alla minaccia (purtroppo non sempre assecondata) di multe salate.

Ci sono mancati i turisti, soprattutto certi turisti stranieri e oltreoceanici, che venivano a impinguare le casse della nostra economia prenotando alberghi, frequentando bar e ristoranti, acquistando souvenir per portarsi a casa un pezzo del Belpaese. Noi in cambio offrivamo ai loro occhi città, spiagge e montagne meravigliose, purtroppo non sempre ben attrezzate al bisogno, questo sì grande male italiano!

Siamo andate e andati anche noi oltreconfine, poi ci sono stati i rientri e allora abbiamo constatato ancora di più la stranezza di questa estate particolare, con tamponi praticati in aeroporto (ma non in tutti, purtroppo, almeno stando alle cronache) e nei porti. Abbiamo capito (o solo ascoltato) che se non si rispettano le regole il virus ci ricorda la sua esistenza. Dovevamo essere migliori, ma per ora, ottimisticamente, siamo ancora in sospeso per il verdetto, complice anche la riapertura dell’anno scolastico, stavolta in presenza, in soluzione ibrida (una settimana a scuola e una casa, a turno?). Chissà, tante le soluzioni prospettate, ma avremo modo di riparlarne.

In pieno lockdown da Covid-19 molti scrittori e scrittrici, anche per annullare i tempi della noia, hanno scritto su questo periodo sospeso. Venti giornaliste in chat hanno scritto, uno per ciascuna, un racconto del proprio vissuto a casa: Private. Venti giornaliste nel tempo sospeso (Funambolo editrice), tutto al femminile, prefazione e casa editrice comprese. Unico uomo, il grafico, che però è il marito di una delle autrici! Bello e al femminile anche lo scopo: in beneficenza i proventi delle vendite, al telefono rosa.

Più pragmatico il titolo del libro di Slavoj Žižek: Virus. Catastrofe e solidarietà (Ponte alle Grazie) che, prendendo spunto dal film Matrix, gioca sulla famosa controversia (presa, purtroppo, in prestito da opposte visioni) della scelta tra la pillola rossa e quella blu: «Prendere la vera pillola rossa – scrive – significa raccogliere le forze per fronteggiare la minaccia di queste tempeste. Lo possiamo fare perché, in misura notevole, dipendono da noi, da come agiamo e reagiamo a questo tempo difficile. Smettiamo di sognare la normalità di prima, e abbandoniamo anche il sogno di entrare in una nuova era post-umana di esistenza spirituale collettiva».

Ha scritto in proposito la rivista MicroMega: «Ovviamente anche il coronavirus, come tutti i grandi eventi che hanno delle ripercussioni sulla sfera della politica, si presta a letture ideologiche differenti, che servono agli interessi dei vari gruppi di potere coinvolti. Secondo la destra populista, a cui purtroppo strizza l’occhio anche una certa sinistra libertaria – in Italia penso soprattutto a Giorgio Agamben e Diego Fusaro –, prendere la pillola rossa significa capire che il virus è solo uno stratagemma messo in atto dai vari governi per poter esercitare un controllo sempre più assoluto sui cittadini». Un problema non da poco, soprattutto in vista della chiamata alle urne di settembre, quando la questione virus e i problemi a questo legati, in primis la scuola e l’immigrazione, giocheranno un ruolo fondamentale sui risultati, con il dilemma tra affrontare il virus con le dovute precauzioni o negarlo reputandolo «un pretesto ideale per mettere in atto un machiavellico piano di controllo sulla popolazione». Staremo a vedere, sperando nella scelta più serena e responsabile possibile.

Negli ultimi giorni di agosto del 1960, sessanta anni fa, si sono aperte le Olimpiadi di Roma. Sono state le Olimpiadi del boom economico italiano, del risollevarsi del Paese dopo lo sfacelo del fascismo, della guerra, e dopo la lotta di liberazione partigiana. C’era papa Giovanni XXIII, il papa buono, che benedisse tutti gli atleti indipendentemente dal loro credo religioso. Era l’epoca della speranza con John F. Kennedy alla Casa Bianca e Nikita S. Kruščëv al Cremlino. Le Olimpiadi si aprirono il 25 agosto con l’inaugurazione del nuovissimo stadio Flaminio e si chiusero l’11 settembre. Furono spesi moltissimi soldi per costruire e sistemare 200 chilometri di strade e arredi urbani, per gli impianti sportivi all’avanguardia dal punto di vista estetico e funzionale, zone nuove come l’Eur, l’Acqua Acetosa, il Flaminio presero vita. Vennero piantati più di 30.000 alberi lungo le strade e vicino ai campi di gara. Si distinsero atleti importanti come Livio Berruti, Wilma Rudolph, l’atleta nera, americana, che con la sua storia di ragazzina poliomielitica spezzò il cuore al mondo intero, poi Menichelli e Carminelli, i fratelli D’Inzeo nell’equitazione e lo storico duello tra India e Pakistan nell’hockey su prato finito con una sonora vittoria del Pakistan! Un’aria frizzante si respirava ovunque, e io un po’ me la ricordo.

Tra gli anniversari di quest’anno, seppure molto in ritardo rispetto alla vera ricorrenza, mi piace ricordare quello di Jacques Monod (nasce a Parigi il 9 febbraio 1910). Il biologo e attivista francese, premio Nobel per la Medicina, amico fraterno di Albert Camus; mi ha tanto affascinato, fascino che ancora fortemente percepisco dai tempi dell’università, durante la preparazione di uno degli esami più belli (oltre a quelli di Russo con A.M.Ripellino e di Filosofia del Linguaggio con il mitico De Mauro), Filosofia della Scienza, che a Roma vedeva in cattedra Vittorio Somenzi. «L’antica alleanza è infranta; l’uomo finalmente sa di essere solo nell’immensità indifferente dell’Universo da cui è emerso per caso. Il suo dovere, come il suo destino, non è scritto in nessun luogo». Questa frase è la più emblematica del libro più noto e importante di Jacques Monod: Il caso e la necessità. «Un fondamento scientifico ad una concezione antropologica che ben si coniugava con il clima culturale della decade degli anni Settanta, desideroso di distanziarsi da quelle visioni etiche e religiose che potevano avere nell’affermazione di una posizione privilegiata dell’uomo e nel riconoscimento di un finalismo in natura uno dei loro punti di forza. Tali visioni erano ritenute parte di un’eredità culturale che occorreva rimettere in discussione, favorendo nuove concezioni in cui l’uomo dovesse considerarsi l’unico responsabile di stabilire la valenza etica del suo operato». Scrive così Telmo Pievani ricordandolo e continua: «In Monod c’è un’etica della solitudine umana, un’etica senza numi tutelari né trascendenze risolutive, un’etica di radicale autonomia. Siamo cosmicamente irrilevanti, ma sappiamo di esserlo e possiamo farne tesoro. Siamo invischiati nei nostri limiti biologici, ma aspiriamo alla libertà». E continua ancora parlando del pensiero del biologo francese: «Oggi sappiamo che in realtà l’universo brulica di sistemi planetari in grado di ospitare potenzialmente la vita, ma per ora è soltanto una possibilità. Siamo oltremodo soli nel gelo siderale e non per questo infelici».

Come scrive lo stesso Monod in un passaggio stupendo e molto epicureo dell’ultimo capitolo del libro: «Se accetta questo messaggio in tutto il suo significato, l’uomo deve infine destarsi dal suo sogno millenario per scoprire la sua completa solitudine, la sua assoluta stranezza. Egli ora sa che, come uno zingaro, si trova ai margini dell’universo in cui deve vivere. Un universo sordo alla sua musica, indifferente alle sue speranze, alle sue sofferenze, ai suoi crimini». Ma lo stesso Monod scrive e ci consola, rifacendosi anche al suo amico Camus: «La lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice». Abbiamo dunque noi il dovere di essere felici, o meglio, di tendere alla vita serena, ascoltandola e percependola con tutte le possibilità a noi offerte.

La scorsa settimana su questa rivista abbiamo concluso il percorso tra i sensi corporali. Gusto, udito, olfatto, tatto e vista ci hanno fatto viaggiare nell’universo dei cinque modi di riconoscere l’universo che ci circonda. Dai ricordi alle sensazioni gustative di pietanze conosciute e mangiate d’estate in casa dei nonni, alle memorie uditive scoperte parlando a ragazzi e ragazze sorde con un ossimoro alla Lucio Dalla, fino a sentire e risentire profumi antichi, mischiati a quelli attuali per poi sentirsi tra le dita viaggi anche fantastici, creando divinamente tutti i colori del mondo con un arcobaleno.

Da oggi invece il viaggio si fa meno concreto, ma solo apparentemente. Analizzeremo i sensi legati alle nostre personali percezioni, come dire, intellettive: il senso del dovere, il senso della giustizia (e dell’ingiustizia), il senso del pudore o quello della leggerezza.

Da questo senso di leggerezza che ci libera da certe catene quotidiane per rendere migliore l’oggi, cominciamo quest’altra storia ma su ciò lasciamo parlare l’autrice dell’articolo che troverete in questo numero: «La leggerezza è un processo, è un continuo dosare gli ingredienti, è un percorso che tende a ricercare un equilibrio tra il peso e il legittimo bisogno di sollievo. È un cammino che nasce da dentro e che riconosce all’esterno tutto quello di cui abbiamo bisogno. Se tale tensione fosse rovesciata, il rischio di imbattersi nella superficialità è dietro l’angolo. Avendo la leggerezza come caratteristica quella della ascensionalità, essa non può fare a meno del suo esatto contrario: il peso». Non ci rimane che leggerlo e imparare!

Volevamo finire così. Ma vogliamo aggiungere, come di consueto, qualche accenno agli altri articoli di questo numero, tra donne che vivono la loro confidenza con gli abissi marini, oppure in compagnia del coraggio di Libero Grassi, che non finisce di darci esempio di vivere civile, lui morto ammazzato perché ha trovato immorale pagare il pizzo ai mafiosi. O discorrendo delle passeggiate tra le vie di un’isola nell’isola, sant’Antioco, in Sardegna, o per le strade di Brescia e i suoi luoghi di storie al femminile (ora alla terza puntata). Incontrando ambigue figure, tra le fate e le streghe, ascoltando la bella storia di Ursula Hirschman, tra le ispiratrici del Manifesto di Ventotene. Riflettendo su altre storie ancora, meno belle, che hanno intristito una città a noi cara, Lodi, a causa della discriminazione e dell’ingiustizia palese che è ricaduta sui più indifesi degli esseri umani: i bambini e le bambine. Capiremo poi la differenza tra assenso e consenso, due termini che, come vedrete, non coincidono esattamente.

Per un finale in poesia ci ritroveremo a ripassare la musica che ha segnato fortemente il secolo scorso, quella dei mitici Beatles, i baronetti che potevano permettersi di ironizzare persino su Elisabetta, la Regina! Hanno saputo darci tanto non concedendosi troppo, preferendo usare le sale di incisione più che i concerti, quando le scoperte della tecnologia non potevano essere ancora portate nelle esibizioni pubbliche. Ci accompagnano ancora i quattro ragazzi di Liverpool e risuonano dentro di noi: «Ieri, tutti i miei guai/ sembravano lontanissimi/Adesso sembra quasi che stiano di casa qui/ Oh io credo in ieri. /Improvvisamente, non sono l’uomo che ero/ C’è un’ombra che sta sopra di me. /Oh ieri è venuto improvvisamente. / Perché lei se ne è dovuta andare? /Non so, non l’ha voluto dire. /Ho detto qualcosa di sbagliato/Ora bramo ieri. /Ieri, l’amore era una facile partita da giocare/Ora, ho bisogno di un posto dove nascondermi lontano da tutti/Oh, io credo in ieri». Sembra che McCartney abbia composto Yesterday durante il sonno, sognandola interamente, nella stanza della casa londinese della sua fidanzata, Jane Asher e dei suoi. Si dice che, al risveglio, sia corso ad un pianoforte e abbia suonato subito il pezzo, per evitare che scivolasse via dalla mente. Temeva di aver plagiato qualcuno… Fu un capolavoro!

Buona lettura a tutte e a tutti.

Editoriale di Giusi Sammartino

aFQ14hduLaureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpreti; Siamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

2 commenti

    1. Perdona il ritardo . Grazie davvero. Sono contenta perché credo fermamente che la conoscenza sia fondamentale per vedere il mondo in modo migliore

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