Il Coordinamento Uguali Doveri e il “caso Lodi”, una battaglia contro le discriminazioni

Prima dell’emergenza Coronavirus e del deragliamento del Freccia Rossa, Lodi aveva già fatto parlare di sé per eventi non proprio edificanti…
Nel 2018 la città ha avuto una notevole esposizione mediatica a livello nazionale e addirittura internazionale per un caso di discriminazione razziale ai danni di cittadine e cittadini, bambine e bambini extracomunitari, quello che è stato definito a livello locale “il caso mense”, conosciuto dal resto del mondo come “il caso Lodi”. Ed è corretto dire dal resto del mondo perché, oltre a quotidiani a tiratura nazionale e a programmi televisivi di informazione, ne hanno parlato testate come “El Diario”, “Le Figaro”, “The Guardian” e il “New York Times”.
Per ricordare, comprendere e trarre insegnamenti dal “caso Lodi” è buona cosa dare voce a chi ha seguito quella vicenda dal suo nascere ed è stata l’anima della mobilitazione che ha portato a un’azione legale il cui esito è stato la condanna dell’Amministrazione comunale per condotta discriminatoria. Michela Sfondrini ci racconta dunque dall’inizio questa storia.
«Il “caso Lodi” nasce, in realtà, molto prima del settembre 2018, esattamente il 4 ottobre del 2017 quando il Consiglio Comunale di Lodi vota, con il sostegno della sola maggioranza di centro destra che governa la città, le modifiche al Regolamento che disciplina l’accesso ai servizi scolastici a domanda individuale, prevedendo, a carico dei cittadini non comunitari, l’onere di presentare, per poter accedere alle tariffe agevolate previste, documentazioni aggiuntive rispetto a quelle richieste ai cittadini italiani e comunitari. Gli effetti di questa modifica, però, essendo l’anno scolastico 2017/2018 già cominciato ed essendo gli alunni già iscritti ai servizi disciplinati dal Regolamento – mensa, trasporto pubblico scolastico, servizio di pre e post scuola e nido – non si producono immediatamente e la rilevanza delle nuove disposizioni passa, sostanzialmente, sotto silenzio. Non sfugge, però, ai consiglieri comunali di minoranza che denunciano immediatamente il carattere discriminatorio del Regolamento e si attivano, tramite l’Asgi (Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione) e il Naga per presentare un ricorso d’urgenza, per ragioni discriminatorie, presso il Tribunale civile di Milano.
È, quindi, solo all’inizio dell’anno scolastico 2018/2019 che scoppia il “caso Lodi” quando, al momento della presentazione delle domande di accesso ai servizi scolastici, le famiglie non comunitarie si vedono richiedere, dal Comune, per poter usufruire delle tariffe agevolate, non più solo il modello Isee, come è sempre avvenuto e come è sufficiente per tutti gli altri residenti in città, ma anche tre tipi di documenti che vanno reperiti nei Paesi di origine. Si tratta di documenti che dovrebbero attestare che, in tutto il territorio nazionale di provenienza, esse non sono proprietarie di beni immobili, di beni mobili registrati e non percepiscono alcun tipo di reddito. Ma come è possibile fornire tale documentazione? In alcuni Paesi questi documenti sono inesistenti, in altri i tempi e i costi per poterli produrre sono tali per cui le famiglie sono comunque impossibilitate a reperirli. In ogni caso, si tratta di una previsione che pone a carico di alcuni – solo i cittadini non comunitari – dei requisiti di accesso ai servizi che violano il principio della “parità di trattamento” tra italiani, cittadini comunitari e cittadini non comunitari previsto dal Dpcm n. 159/2013. In parole semplici: una vera e propria discriminazione.
Settembre 2018: inizia la scuola. L’Ufficio Istruzione del Comune di Lodi non accetta, da parte dei cittadini non comunitari, richieste di accesso ai servizi che non siano corredate dalla nuova documentazione pretesa dal Regolamento; in mancanza, alunne e alunni vengono ammessi ai servizi alla tariffa massima prevista. Per molti significa che il costo della mensa, del trasporto scolastico, del pre e post scuola è più che raddoppiato rispetto a quello applicato fino all’anno precedente. Per altri significa, per identiche ragioni, dover rinunciare al posto al nido pubblico perché non in grado di sostenere una spesa mensile di oltre 500 euro, senza contare il costo del buono pasto.
La comunità egiziana, rappresentata dall’Associazione “Al Rahma”, è la prima a reagire e a protestare e lo fa in maniera eclatante: non manda a scuola, per tre giorni, i propri bambini e bambine e organizza, venerdì 14 settembre, un presidio sotto il Palazzo del Broletto, sede del municipio, chiedendo di poter incontrare la Sindaca, Sara Casanova. L’associazione, inoltre, invita alla mobilitazione tutti/e coloro che intendono solidarizzare e attivarsi per combattere questa ingiustizia.
Quel giorno ci siamo ritrovati/e in tanti/e: singole persone, italiane e straniere, rappresentanti di associazioni che, da anni, lavorano a favore dell’integrazione, rappresentanti di liste civiche e partiti politici, i consiglieri comunali che, per primi, avevano compreso la pericolosità delle nuove norme contenute nel Regolamento. La Sindaca accetta di incontrare, dopo due ore di presidio, un gruppo di mamme e si impegna a “valutare, verificare e a dare risposta entro due settimane”.
Il giorno dopo quel primo momento di mobilitazione spontanea nasce il Coordinamento Uguali Doveri che diventa il protagonista collettivo della battaglia contro la discriminazione.

5 Logo Coordinamento Uguali Doveri

Ci siamo incontrati/e e abbiamo, immediatamente deciso tre cose: che bambine e bambini sarebbero dovuti tornare a scuola, che avremmo dovuto attivarci per cercare di sostenere economicamente il costo maggiore dei servizi richiesto ai cittadini non comunitari e che avremmo dovuto parlare a tutti, italiani, stranieri, lodigiani e non lodigiani perché quello che stava accadendo alla nostra comunità era qualcosa che non poteva riguardare solo Lodi e che non poteva gravare solo sulla spalle delle persone non comunitarie. Ci siamo dati/e un nome e abbiamo lanciato, nel breve volgere di una decina di giorni, la campagna “Colmiamo la differenza”, con la quale abbiamo invitato tutti/e a contribuire a sostenere la differenza, per l’accesso ai servizi, tra la somma proporzionata al reddito che le famiglie avevano pagato fino all’entrata in vigore delle nuove norme e la cifra massima pretesa a causa della mancanza dei documenti impossibili da reperire e ci siamo fatti/e garanti, tutti/e insieme, di come avremmo speso quanto raccolto.
Si sono moltiplicati gli incontri con le comunità straniere e con singole famiglie in difficoltà, gli incontri organizzativi per decidere cosa fare e come fare quello che ritenevamo importante, abbiamo agito sul fronte dell’informazione e della comunicazione, ci siamo distribuiti i compiti, abbiamo aspettato che la Sindaca mantenesse fede alla promessa fatta alla delegazione di mamme e, visto il suo silenzio, siamo tornati/e a manifestare con un grande, colorato e affollato corteo che ha attraversato le vie della città sabato 29 settembre, per chiedere attenzione e ascolto e all’Amministrazione di tornare sui suoi passi, per spiegare le nostre ragioni, per solidarizzare con le famiglie in difficoltà.
Da allora, non ci siamo più fermati/e: sono state settimane di fatica e di entusiasmo, di preoccupazione e di fiducia, di amarezza, di stanchezza, di conoscenza reciproca, di incontri, di discussioni, di impegno, di slanci di generosità e di sorprese. Soprattutto sono state settimane di tanto lavoro, tutto volontario, anche notturno, spesso lontano dai riflettori. Abbiamo incontrato e mappato, con il loro consenso, più di 150 famiglie non comunitarie, appartenenti a ben 29 nazionalità diverse, per un totale di oltre 300 tra bambine e bambini. Di ciascuna abbiamo fotografato la situazione economica, abbiamo calcolato il dovuto, per l’accesso a ciascun servizio, sulla base della loro dichiarazione Isee e definito la differenza che il Coordinamento avrebbe dovuto sostenere per ogni bambino. Grazie a quanto raccolto dalle donazioni provenienti da tutta Italia ma anche dall’estero – oltre 155.000 euro – abbiamo cominciato a procedere al pagamento di quanto preteso dal Comune, a tariffa massima, per ogni servizio. Per il servizio scuolabus il pagamento è avvenuto, come previsto, in via anticipata, per la prima rata (la regola prevede che non si salga sullo scuolabus se non si è prima pagato), per il pre e post scuola idem, per il servizio mensa, quello che ha coinvolto tutti i bambini e le bambine, a novembre abbiamo cominciato a procedere al pagamento dei mesi di settembre e di ottobre. Le famiglie, in tutti questi casi, ci hanno messo a disposizione la cifra a loro carico, calcolata in base al reddito Isee, e il Coordinamento ha provveduto – colmando la differenza – a pagare il costo del servizio calcolato alla tariffa massima.
Il 15 dicembre saremmo stati/e pronti/e a procedere al pagamento di una nuova rata, ma, il pomeriggio del 13, è arrivata la sentenza in cui speravamo e confidavamo: la prima sezione civile del Tribunale di Milano ha dichiarato “totalmente accolto” il ricorso presentato da Asgi e Naga e ha definito discriminatorio il Regolamento voluto e difeso strenuamente dalla Giunta Casanova, imponendo la revoca delle disposizioni discriminatorie. Revoca cui ha provveduto il Consiglio Comunale nella seduta del 21 dicembre.
Inutile, forse, dire quale soddisfazione e quale gioia sia stata.
Questa è la nostra storia, questa è la storia di 100 giorni di resistenza civile contro la discriminazione. Probabilmente, a molte persone potrà apparire una piccola storia ma, seppur piccola, non è poco importante. Abbiamo scoperto, man mano che la notizia di ciò che stava accadendo a Lodi si diffondeva, che non eravamo soli/e, che altrove norme identiche avevano già preso piede nell’indifferenza o nella sottovalutazione della loro gravità o nella sfiducia circa la possibilità di fare qualcosa per rimediare. Ciò che è accaduto a Lodi è servito oltre Lodi: da allora ci sono stati ricorsi e vittorie in Tribunale che hanno sancito l’illegittimità delle norme discriminatorie a carico della cittadinanza non comunitaria.
La nostra è una piccola storia ma è stata una storia fatta di incontri, di reciproca fiducia e di protagonisti, apparentemente anonimi, parte attiva di uno sforzo collettivo. È stata, ed è stata rappresentata, fin dall’inizio, come una “battaglia” al femminile perché le donne, da una parte e dall’altra della barricata, sono state in prima linea. La Sindaca da una parte, accompagnata dall’Assessora ai servizi sociali, e le mamme dei bambini direttamente colpiti dal Regolamento, dall’altra, accompagnate -e qualche volta prese per mano- da donne italiane, non sempre mamme, ma non meno coinvolte da un’ingiustizia che colpiva figli altrui. Donne italiane, da una parte e dall’altra, e donne straniere, da una parte soltanto, la parte debole, discriminata, a suo modo anche umiliata, ma che con grande dignità, fermezza e senso di giustizia non ha rinunciato ad attivarsi. Le donne, le mamme straniere, non hanno esitato, pur nelle differenze culturali e con inevitabili timidezze, a metterci voce e faccia per raccontare ognuna la propria storia e quella dei propri figli. Togolesi, egiziane, equadoregne, marocchine, boliviane, algerine, in qualche caso già amiche, in altri casi sconosciute le une alle altre ma unite da un obiettivo comune: che i loro figli, bambini e bambine, fossero trattati come tutti gli altri, come i figli degli italiani, come i figli dei cittadini stranieri comunitari. Non è stato facile, nulla è stato facile ma è stato entusiasmante ed emozionante.»
Questo il racconto di Michela Sfondrini, completo e documentato. Ma è anche importante ricordare altri esiti, non meno importanti, legati a questa vicenda.
In primo luogo, come già Michela ha ricordato, la sentenza sul “caso Lodi” ha aperto la strada a successive azioni legali per il contrasto alle discriminazioni a sfondo razziale messe in atto da amministrazioni che in altre realtà hanno usato la burocrazia come strumento discriminatorio.
Anche sul piano culturale la battaglia di Uguali Doveri ha lasciato il segno.
Proprio il 13 dicembre 2019, a distanza di un anno dalla sentenza che ha condannato l’Amministrazione comunale, si è aperta una mostra fotografica dal titolo “Quando l’ingiustizia bussa alla porta” con la quale il Coordinamento ha voluto raccogliere e presentare, attraverso un racconto per immagini, quello che era accaduto a Lodi nei 100 giorni di mobilitazione.

1. foto mostra

foto mostra 2

Foto mostra 3

Il catalogo che l’ha corredata è così diventato un documento importante per la storia della nostra comunità, perché è riuscito a mostrarne gli aspetti umani e solidali, al di là dell’immagine negativa che l’Amministrazione e una parte della cittadinanza avevano dato di sé. E così, come è scritto nei testi introduttivi del catalogo, «dopo aver vinto la battaglia per colmare la differenza il Coordinamento Uguali Doveri continua a camminare e racconta per tutti questa vicenda che è successa a Lodi» ma «che può accadere ovunque, che può accadere di nuovo, con altri protagonisti e altri diritti messi in discussione».

4. Catalogo mostra

Un ulteriore lascito positivo del “caso Lodi” riguarda l’utilizzo dei fondi raccolti che, in seguito alla sentenza e alla cancellazione delle norme discriminatorie, non è più stato necessario destinare alla copertura della quota massima per il pagamento dei servizi. Il Coordinamento ha deciso di destinare 100.000 euro per finanziare progetti educativi volti al superamento delle discriminazioni, all’integrazione e all’inclusione. Questo cospicuo tesoretto è stato affidato alla Fondazione Comunitaria della provincia di Lodi che proprio il 13 dicembre ha chiuso il bando per la presentazione di progetti mirati al raggiungimento degli obiettivi indicati poco sopra. Dei tredici progetti pervenuti ne sono stati finanziati otto di differente importo e impatto sociale. Tra questi otto, ci piace ricordarne uno in particolare, dal titolo “Il mondo in una stanza”, presentato dal Movimento Lotta contro la Fame nel Mondo (Mlfm) in partenariato con la Coop. Mémosis Impresa Sociale, in cui anche Toponomastica femminile sarà presente con interventi di formazione e laboratori didattici contro le discriminazioni di genere.
Però questa storia non è ancora conclusa…
Il Coordinamento ha vinto la prima battaglia in tribunale, ma la Giunta di Lodi, non paga di aver incassato una lampante sconfitta, ha deliberato di procedere in appello contro la sentenza di primo grado; la prima udienza del giudizio di appello, inizialmente fissata per lo scorso mese di marzo, è stata rinviata a luglio 2020; la sentenza non arriverà che a distanza di mesi.
Ma chi ha sostenuto questa battaglia di civiltà e di democrazia continua a credere di essere nel giusto e che di nuovo si affermerà il principio che ‘tutti i bambini e le bambine sono uguali’, senza se e senza ma.
Si ringrazia Michela Sfondrini per il suo contributo personale all’articolo.

 

 

Articolo di Daniela Fusari

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Daniela Fusari, docente di materie letterarie nella scuola superiore, è nata a Lodi dove vive e insegna. In qualità di archivista, ha curato, il riordino e l’inventario di fondi documentari. Fa parte della Società Storica Lodigiana e ha svolto ricerche di carattere storico in ambito locale e per la valorizzazione dei Beni culturali. Riesce ancora, per sua fortuna, a divertirsi in tutte, o quasi, le cose che fa.

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