Roxelane, la sultana di Costantinopoli

Una lettera d’amore scritta dietro finestre con persiane a gelosia. Fuori, un sole di alba e di tramonto, che nasce e cade nel cielo giudice tra l’oriente e l’occidente; un cielo sensale che unisce ciò che la storia e la politica hanno indicato come nemici.
In questa lettera, una donna. Straniera, preda, schiava e infedele. Una donna rapita dalla propria terra e costretta a muoversi verso una realtà che le è stata sempre descritta come nera e cupa e maligna.
Una donna che, nel suo essere tale, nelle sue scelte, nelle sue capacità, ha visto riscritto il proprio destino, in un viaggio fisico, materiale, politico e spirituale che da schiava l’ha fatta, infine, divenire imperatrice.
«Sconfiggi sempre i tuoi nemici, ma per uno scherzo del destino sei caduto dinanzi a una povera schiava e ora le strappi lacrime, la rendi felice. Ho abbracciato l’Islam perché credo in te e solo al tuo fianco posso sentirmi felice. Ti mando dei miei vestiti intrisi delle mie lacrime, ti prego, indossali per me. Ti auguro salute e felicità».
Costantinopoli, XVI secolo, Saray-i cedid, il Nuovo Palazzo, l’edificio che, sul promontorio di Sarayburnu, domina il Bosforo, il Corno d’Oro e il Mar di Marmara, in quel punto magico che pare galleggiare tra due mondi. 

Foto 1. Sarayburnu

Vi è un luogo, in questo palazzo, che ha sempre parlato all’occidente di mistero e delizia e il cui nome, parola antica, pare esser nato prima di Maometto stesso. È un luogo dal sapore denso e nebbioso, immaginifico, che per secoli ha ispirato racconti e desideri. Nel mondo della Mezza Luna è chiamato arīm; in quello della Croce, harem.
Ed è proprio qui, nell’area più esclusiva del Palazzo, nella parte dove solo al Padishah è permesso entrare, che inizia la storia d’amore tra l’uomo più potente d’oriente, il sultano Süleyman Kanuni, il Legislatore, il Magnifico, e una donna, vittima, come tante, di rapimento e razzia. Di lei non si hanno notizie certe, almeno per quel che riguarda la prima parte della vita. Si dice che il suo nome sia Aleksandra Anastazja Lisowska, che sia figlia di un prete ortodosso e che sia originaria della Rutenia, l’attuale Ucraina.
Nata nei primi anni del XVI secolo, intorno al 1520 è rapita dai Tatari di Crimea e poi ceduta ai mercanti genovesi di schiavi che hanno a Caffa, sul Mar Nero, una propria e fiorentissima base commerciale. Condotta infine a Costantinopoli, è acquistata forse come dono per il sultano appena asceso al trono. Aleksandra Anastazja Lisowska inizia dunque a far parte dell’harem del Padishah, e — da questo momento in poi — il suo nome sarà Roxelane, la Rutena.
Entrare nell’enderun, e poi nell’arīm, non significa divenire per forza una concubina. L’idea di un luogo esclusivamente legato alla lussuria e alla perdizione è un retaggio tutto europeo, di un occidente diviso e divisivo che, nell’immagine dello specchio turco, vuole vedere riflessa — e a tutti i costi — la propria superiore moralità.
Nella realtà storica, invece, l’harem ottomano è un dipartimento statale vero e proprio, con una propria e rigida burocrazia, al vertice della quale vi sono il capo degli eunuchi neri (il Kizlar Ağasi, letteralmente “il comandante delle ragazze”, uno dei dignitari più importanti dell’intera Porta) e la Valide sultan, la madre del sultano, che controlla, tra le altre cose, ogni merce che vi giunge, dalle stoffe, ai preziosi, alle donne.
Esso è abitato da una comunità numerosissima, tutta islamica per nascita o per conversione che, oltre alle donne, consta di serve e servi, dei figli e delle figlie del Padishah e, soprattutto, di una schiera di schiavi ragazzini, anche loro vittime di rapimenti, molto spesso entrati in profonda amicizia e intimità con il sultano stesso. E se quest’ultimo cerca tra le concubine colei che gli darà l’erede, nei rapporti con questi ragazzi vi è una maggiore complicità. Alcuni di loro divengono personaggi di spicco dell’impero ottomano. Due nomi su tutti: Ibrāhīm Pasha, schiavetto greco cresciuto nell’harem al fianco di Solimano, che sarà suo Gran Visir e al quale il futuro sultano scrive appassionate lettere, firmandosi muhibbi, “l’amato”, e Sinàn Capudàn Pasha, genovese, il preferito di Selim II, che diventerà il capo della flotta imperiale.
L’harem, dunque, è un affare di Stato. E affari di Stato sono i rapporti che il Padishah ha con alcune delle donne che lì vivono. Perché solo poche di loro sono destinate a giacere con l’imperatore. La maggior parte svolge ben altri compiti, i più disparati, dallo scrivere al tenere in ordine i registri, affidati tenendo conto della formazione di ciascuna.
Tutto è organizzato secondo un meticoloso e rigoroso sistema di regole, un’impalcatura burocratica che va a definire anche i rapporti sessuali del sultano con le concubine. Esse vengono attentamente scelte e attentamente istruite. Sono lavate, truccate e abbigliate con estrema cura. Pure l’ingresso tra le coltri deve avvenire con un rituale preciso. E poi, ci sono i turni. Ciascuna concubina avrà rapporti con l’imperatore seguendo uno schema accurato, così da garantire una qualche equità e una certa gerarchia: le preferite possono giacere con il Padishah, ognuna, una notte a settimana.
Alla nascita di un figlio, la donna, che diviene la seconda figura femminile più importante della Porta dopo la Valide sultan, smette di avere rapporti con il sultano: secondo una delle innumerevoli norme, infatti, una concubina non può avere più di un figlio maschio dall’imperatore. Questi diverrà un erede al trono, il possibile nuovo Signore di Costantinopoli, perché lì, in oriente, anche chi nasce da una schiava è individuo libero che può aspirare alla massima carica. 
Tutto questo, tutto questo enorme scheletro, tutta questa atavica e puntuale “normalità”, vacilla fino a sgretolarsi con l’arrivo di Roxelane.
Fonti dirette che la raccontano sono estremamente scarse e di certo successive alla sua scalata al potere.
Non abbiamo nemmeno un ritratto preciso, ma solo le voci che gli ambasciatori, i dignitari e i balii occidentali hanno raccolto durante i loro viaggi a Costantinopoli. Roxelane arriva come schiava e nessuno si dà premura di prestarle attenzione. È una delle innumerevoli donne occidentali rapite, vendute e acquistate per l’harem del sultano. Finché non viene notata da Solimano che la vuole presto nel proprio letto. Il suo fascino, il suo carattere allegro, la sua fine intelligenza faranno sì che il Padishah non la voglia più lasciare. E in un harem dove le gelosie e i sospetti la fanno da padroni, dove basta una gravidanza per rompere degli equilibri che devono essere in breve ristabiliti, il fatto che il sultano — conosciuta Roxelane — non abbia guardato nessun’altra donna, ha mandato in confusione un meccanismo che si è sempre mosso con ingranaggi perfetti ma fragilissimi.
Mahidevran, la preferita di Solimano prima dell’arrivo di Roxelane, un’albanese anche lei vittima di rapimento — nonché madre di Sehzade Mustafa, primo figlio del sultano e suo erede al trono — talmente tanto e pericolosamente vede vacillare la propria posizione, che aggredisce la rivale ferendola al volto. Ci raccontano le cronache che Roxelane approfitta di questo episodio per far allontanare Mahidevran dal palazzo insieme al figlio, rimanendo, così, l’unica donna di Solimano e divenendone ufficialmente l’haseki, la favorita.
Ma il suo cammino è appena cominciato. 

Foto 2. aleksandra_okladka_kadr

Più il Padishah si lega a lei, più nel Serraglio la sua persona indigna e scandalizza: è accusata di stregoneria, per questo molto temuta, e incolpata della mancata presa di Vienna da parte delle truppe ottomane. E quando Solimano spezza ancora di più la consuetudine arrivando a sposarla e facendone così la sultana, l’impero tutto trema e si sdegna. Perché mai era accaduta una cosa del genere. Pur in una realtà come quella ottomana, la cui spina dorsale è formata per buona parte da convertiti e nella quale non esiste un’aristocrazia per diritto di nascita, vigono delle regole che non dovrebbero essere tradite. Mai. Roxelane e Solimano fanno proprio questo: rompono, disattendono, sconvolgono. Ella diventa Hurrёm Sultan, la sorridente, colei della quale l’imperatore si fida più di chiunque altro, anche più del suo braccio destro, amico, forse amante, Gran Visir Ibrāhīm Pasha, tanto che lo farà uccidere nel 1536, pare sotto suggerimento della stessa Roxelane. 
La sultana tesse e mantiene rapporti con i principali regnanti europei, riceve ambasciatori e dignitari stranieri, intrattiene nobili e artisti tra i più famosi e influenti. È gli occhi e le orecchie del marito, che aggiorna di continuo, quando egli è via per le campagne militari, su tutto ciò che avviene nel Serraglio. Diviene signora indiscussa di Costantinopoli e di tutta la Sublime Porta. E i suoi figli — perché da lei Solimano avrà sei figli, in barba alla regola preesistente — saranno diretti eredi al trono, soprattutto dopo che Sehzade Mustafa, il figlio di Mahidevran, molto amato e rispettato dai Giannizzeri, viene accusato di aver ordito un complotto contro il padre e per questo strangolato durante la campagna di Persia. Quanto di Hurrёm Sultan ci sia dietro questa decisione, non è dato sapere, anche se nuovi documenti storici confermerebbero la validità delle accuse al giovane Mustafa.
La sultana, dopo un lento declino fisico, morirà nel 1558. Il marito rimarrà al suo fianco fino all’ultimo respiro e, alla sua dipartita, continuerà a scriverle appassionate lettere d’amore, così come ha fatto per tutta la vita, quasi a voler dimostrare alla morte di essere solo un piccolo e temporaneo incidente.
L’eredità che questa sovrana ha lasciato alla città che l’ha accolta non è solo di natura materiale. Farà costruire un intero nuovo quartiere, con la sua madrasa (scuola), un’imaret (mensa pubblica) e un ospedale; convincerà il marito a chiudere i mercati degli schiavi. Ma, soprattutto, mostrerà e imporrà, a lui e al mondo intero, un cambiamento che è un simbolo di riscatto e di libertà.
Aleksandra Anastazja Lisowska, Roxelane, Hurrёm Sultan è stata una figura prima, antesignana. Amata profondamente in Europa, decisamente meno dai contemporanei ottomani, fu una delle sultane più potenti, apripista per molte altre che seguiranno. Si è fatta valere — e volere — con uno degli uomini più grandi, ammirati e temuti del suo tempo. Si è strappata di dosso il ruolo di schiava e di fattrice per indossare quello di viaggiatrice, di imperatrice, di donna.

Articolo di Sara Balzerano

FB_IMG_1554752429491.jpgLaureata in Scienze Umanistiche e laureanda in Filologia Moderna, ha collaborato con articoli, racconti e recensioni a diverse pagine web. Ama i romanzi d’amore e i grandi cantautori italiani, la poesia, i gatti e la pizza. Il suo obiettivo principale è quello di continuare a chiedere Shomèr ma mi llailah (“sentinella, quanto [resta] della notte”)? Perché domandare e avere dubbi significa non fermarsi mai. Studia per sfida, legge per sopravvivenza, scrive per essere felice.

          

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