Il virginity testing come arma di controllo sui corpi delle donne

Non esiste una definizione univoca per il termine verginità: la parola deriva dal latino virgo che sta ad indicare una donna giovane non sposata, mentre ai giorni nostri questo vocabolo viene utilizzato per designare una donna che non ha mai avuto un rapporto sessuale per via vaginale.
In molte società le donne vengono considerate di proprietà del proprio padre e successivamente del proprio marito e il loro stato di vergini rappresenta la purezza del loro corpo e il loro valore in quanto donne. L’importanza che la verginità riveste nella società è profondamente legata a stereotipi di genere e al controllo del corpo e della sessualità femminile. Si può quindi affermare che la verginità non è una condizione fisica, ma un costrutto sociale.
Il virginity testing o test di verginità viene praticato in diverse zone del mondo per determinare se una donna ha mai avuto un rapporto sessuale vaginale; ne esistono due tipi: il primo è l’esame approfondito dell’imene, il secondo viene chiamato two-finger test e prevede la valutazione dei muscoli della vagina.
L’imene è una membrana mucosa che ricopre parzialmente l’introito vaginale. Può essere di diverse forme e più o meno elastico, a seconda dell’età della donna e del suo stato ormonale. Nel pensiero comune, si ritiene erroneamente che una donna che non ha mai avuto rapporti sessuali vaginali abbia l’imene intatto, ma dato che esistono molti tipi di imene (puntiforme, settato, cribroso, fimbriato, semilunare, anulare, a tasca, a risvolto di manica) non è possibile dare una definizione anatomicamente corretta di imene integro ed è quindi sbagliato descrivere l’imene in questi termini, anche quando non presenta lesioni.
Durante il test di verginità l’imene viene esaminato attentamente in cerca di incisure o lacerazioni, che starebbero ad indicare l’avvenuto rapporto sessuale. Da una parte è corretto affermare che qualunque trauma può causare una lesione imenale, mentre dall’altra si è osservato che molto spesso l’imene non va incontro ad alcun tipo di lacerazione, proprio per la sua elasticità, anche dopo anni dall’inizio dell’attività sessuale. Inoltre, si tratta di un tessuto che guarisce in brevissimo tempo e può quindi non mostrare più segni di traumatismi: ad esempio un’ecchimosi imenale può non essere più visibile dopo pochi giorni e la sua presenza non starebbe comunque ad indicare con certezza un avvenuto rapporto sessuale.
Il two-finger test, invece, prevede l’inserimento di due dita in vagina per valutare la lassità delle pareti. La vagina è un canale virtuale e il tono della sua muscolatura è influenzato da diversi dati quali l’età, la conformazione fisica, fattori ormonali e molto altro. Proprio per questo motivo la valutazione del tono muscolare e in generale l’aspetto dei genitali non possono essere considerati in alcun modo indicatori della storia sessuale della donna.
Nonostante le evidenze scientifiche dicano il contrario, in molti Paesi del mondo il test di verginità viene considerato affidabile e praticato quotidianamente. In Afghanistan, Brasile, Egitto, India, Indonesia, Iran, Iraq, Jamaica, Giordania, Libia, Malawi, Marocco, Sudafrica, Sri Lanka, Swaziland, Turchia e Zimbabwe, il virginity test è utilizzato tutt’oggi per decidere se una ragazza può essere ammessa a scuola, se può sposarsi, se può essere assunta per un lavoro o prima di entrare in carcere.
Non bisogna però pensare che tutto questo non ci riguardi da vicino, poiché la richiesta di tali test è diffusa anche in Stati come la Gran Bretagna, il Canada, il Belgio, la Spagna, l’Olanda, la Svezia e gli Stati Uniti. Ha fatto scalpore, l’anno scorso, la dichiarazione del famoso rapper T.I. che ha ammesso di accompagnare periodicamente la figlia dal ginecologo per controllare se sia ancora vergine. Non sono di certo mancate le critiche e le condanne nei confronti del rapper, ma negli Usa molti genitori ricorrono a questo test per le proprie figlie.
Il test di verginità viene considerato una violazione dei diritti umani delle donne e delle bambine, quali il diritto a non subire discriminazioni di genere, il diritto alla vita e all’integrità psico-fisica, il diritto a non subire trattamenti crudeli, inumani e degradanti. Molto spesso viene praticato su minorenni, non sposate, con l’uso della minaccia e della coercizione, per determinare il loro valore sociale e il loro onore.
Questa pratica affonda le radici nella discriminazione, garantisce il perpetuarsi della disuguaglianza di genere e assicura il controllo sui corpi e la sessualità delle donne e delle ragazze.
Il test di verginità è un esame invasivo, doloroso, umiliante e traumatico, associato a diverse conseguenze sia fisiche che psicologiche: in alcuni Paesi è motivo di contagio da malattie a trasmissione sessuale, poiché viene eseguito su diverse donne, nello stesso momento, con l’utilizzo dello stesso paio di guanti.
In alcune società, la donna che fallisce un test di verginità viene isolata, considerata impura, non può essere ammessa a scuola o trovare un lavoro e a volte viene incarcerata o uccisa per ripulire l’onore della famiglia. Le ragazze emarginate sono a loro volta a rischio di subire violenze sessuali, pestaggi o di essere reclutate nel mercato della prostituzione. Ma persino coloro che vengono dichiarate vergini non possono dirsi al sicuro, poiché in alcune aree del mondo si ritiene che avere rapporti sessuali con una donna vergine possa guarire dall’hiv; sono stati registrati addirittura casi di violenze sessuali anche di gruppo ai danni di donne risultate vergini al test.
In Paesi come l’Afghanistan, fallire questa indagine può significare l’essere arrestate, in quanto i rapporti sessuali prematrimoniali sono considerati un crimine morale.
In Iran, il test viene impiegato come deterrente contro le prigioniere politiche per limitare la loro libertà di espressione. Amnesty International ha denunciato pubblicamente che la prigioniera di coscienza Atena Farghadani, condannata a diversi anni di carcere per una vignetta satirica, è stata costretta a subire un test di verginità mentre si trovava in prigione.
Nella sua ultima pubblicazione a riguardo, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) mette in luce un altro grave problema legato alla questione: nonostante questa pratica non abbia alcuna validità scientifica e nessuna utilità clinica, viene utilizzata per determinare la veridicità del racconto della vittima nei casi di stupro. In tale contesto, l’utilizzo del test è da considerarsi un ulteriore trauma e una vittimizzazione secondaria della donna e, dato che viene eseguito molto spesso senza il consenso della paziente, diventa esso stesso una forma di violenza sessuale. L’Oms ha più volte ribadito che il test di verginità non deve mai essere considerato un mezzo per stabilire se lo stupro ha avuto luogo, così come non è compito degli operatori sanitari determinare la veridicità del racconto sulla base dell’esame obiettivo e della visita ginecologica. Ciononostante il test viene riconosciuto in molti tribunali e ci si serve del suo esito per screditare la vittima e giungere all’assoluzione dell’imputato.
A livello psicologico, l’essere sottoposte ad un test di verginità può provocare gli stessi disturbi legati alla violenza sessuale. Le donne riferiscono di provare uno stato di ansia, depressione, senso di colpa, vergogna e paura. Alcune arrivano a tentare il suicidio, soprattutto se l’esito del test non è approvato dalla famiglia.
L’Oms e le organizzazioni per i diritti umani sollecitano da anni l’adozione di strategie per eradicare l’utilizzo del virginity test in tutto il mondo, partendo da chi opera nella sanità, passando per i Governi e le autorità statali.
Gli/le operatori/trici sanitari/e devono essere consapevoli che i test di verginità non sono supportati da alcuna evidenza scientifica, non hanno alcuna utilità clinica, non sono attendibili e violano il principio cardine del non nuocere. Medici/che, infermieri/e ed ostetriche devono trattare tutte le pazienti con rispetto e spiegare alle famiglie il motivo per il quale non possono eseguire il test, fornendo alle donne informazioni corrette riguardo il loro corpo, l’anatomia e la fisiologia dei loro organi sessuali.
I Governi devono emanare leggi che vietino tali test e puniscano chi li esegue, soprattutto se si tratta di operatori sanitari. Le autorità hanno il compito di sensibilizzare la cittadinanza sulla non utilità di questi test e istituire campagne di prevenzione, attraverso incontri di educazione alla salute sessuale e riproduttiva, coinvolgendo anche i ragazzi e gli uomini adulti, nel rispetto della cultura e delle tradizioni locali.
Se la comunità intera riconosce l’inutilità e il trauma associato al test, si potrà compiere un enorme passo verso la sua eliminazione.

Articolo di Elisabetta Uboldi

Liz. foto 200x200

Laureata in Ostetricia, con un master in Ostetricia Legale e Forense, vive in provincia di Como. Ha collaborato per quattro anni con il Soccorso Violenza Sessuale e Domestica della Clinica Mangiagalli di Milano. Ora è una libera professionista, lavora in ambulatorio e presta servizio a domicilio. Ama gli animali e il suo hobby preferito è la pasticceria.

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