«A woman can be tough»: forza e fragilità in una perla

Ho vissuto la mia adolescenza in totale stato di venerazione verso il rock’n’roll e le sue icone immortali. Era una vera e propria religione per me, ed è rimasta tale tutt’oggi che sono adulta ed ho assistito ad un’evoluzione (o forse involuzione?) della musica. I miei idoli assoluti erano — e lo sono ancora — i Led Zeppelin. La voce di Robert Plant mi stregava: ho trascorso ore ed ore ad ascoltarla nei primi compact disc, oggi diventati vere e proprie reliquie da museo di storia della musica (ultimamente rimpiazzati addirittura dal ben più affascinante Lp), studiavo con il sottofondo di Stairway to heaven nelle cuffie. Sono stata iniziata al rock da mio padre, classe 1954, che in auto, mentre d’estate andavamo al mare, ci faceva ascoltare musicassette dei Led Zeppelin, degli Emerson, Lake & Palmer, dei Creedance Clearwater Revival, dell’immenso Jimi Hendrix, dei Beatles, dei Deep Purple. Da sola ho scoperto i Pink Floyd, i Queen, David Bowie, The Who, e tanti altri.
Erano tutti maschi, al punto da credere per molto tempo che il rock fosse la musica degli uomini. Poi un giorno, quasi per caso, per radio mi capitò di ascoltare una voce femminile potentissima, graffiante, catartica: I want you to come on, come on, come on, come on and take it / Take another little piece of my heart now, baby / Oh, oh, break it / Break another little bit of my heart now, darling, yeah, yeah, yeah, yeah. «Voglio che tu venga e prenda e rompa un altro pezzo del mio cuore, baby»… Quanta energia, quanto rock sprigionava quella voce per me giunta come un fulmine, che mi fece scoprire che anche le donne potevano far parte di quella religione il cui tempio era diventato un vero e proprio Olimpo, affollato di dei ed eroi della musica. Approfondii la conoscenza di questa cantante, che era scandalosamente sfuggita al mio personale palmares musicale. Prima mi accostai puramente alla sua musica, alla sua portentosa voce. Poi, in età più adulta, ho cercato di scavare meglio nella vita di questa ragazza, nata nel 1943 in una tranquilla e borghese realtà provinciale del Texas, a Port Arthur, e divenuta in brevissimo tempo una sfavillante stella nel firmamento della musica rock, al punto da essere acclaratamente riconosciuta come la prima donna rockstar nella storia della musica.

Janis Joplin

Avrete capito che sto parlando di Janis Joplin, della quale il 4 ottobre ricorre il cinquantesimo anniversario della scomparsa, prematuramente, tragicamente, nel momento apicale della sua carriera, andando ad unirsi agli artisti del tristemente famoso Club 27, morti come lei a 27 anni. Il suo nome è annoverato per sempre accanto a quelli di Brian Jones, Jimi Hendrix, Jim Morrison, Kurt Cobain, Amy Winehouse e molti altri. Janis ed Amy sono le uniche due donne di questo tragico consesso.
Janis ha dovuto scontare pesantemente nella sua breve esistenza il suo essere donna. Era una brillante studente: si era diplomata nel 1960, aveva avuto accesso al baccellierato in arti liberali, era stata anche ammessa all’Università del Texas, ma non ha mai completato gli studi, pur essendo talentuosa. Era irrequieta, ma anche molto curiosa, la sua non era semplicemente la fisiologica insorgente ribellione adolescenziale. Janis era pesantemente bullizzata, le venivano affibbiati epiteti indicibili e sessisti come “cespuglio beat”, “puttana”, “vacca”, “uomo più brutto del campus”: è stata un’adolescente che ha sofferto moltissimo, e nell’adolescenza, lo sappiamo, le parole pesano come macigni e vengono amplificate all’interno dell’anima dieci volte di più che in età adulta. È lì che tutte le sue fragilità mettono le radici e fanno di lei la donna mai del tutto cresciuta, ancorata ad un morboso bisogno di affettività di cui diventa schiava per il resto dei suoi giorni.
Janis è esempio lampante di come la storia dell’umanità si evolva e vada avanti, crei presupposti per la conquista di diritti e l’affermazione della propria identità, ma mai in modo egualitario per le donne, mai. Janis aveva vissuto la gioventù a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, gli anni delle contestazioni giovanili, delle ribellioni di figli e figlie contro i padri, della libertà sessuale, della fantasia al potere. Ma non per le donne. Solo apparentemente le donne si sono emancipate e non in modo uniforme in ogni angolo della terra. Le donne hanno sempre dovuto lottare di più, dimostrare di più, lavorare di più, amare di più, soffrire di più, e quando nella Storia sembra loro di raggiungere l’obiettivo, l’asticella viene spostata più in alto e c’è ancora un percorso da compiere, una vetta da scalare, una scala da salire, faticosamente. Lo sottolinea bene Holly George-Warren nella recentissima biografia intitolata Janis Joplin. La biografia definitiva, uscita per DeAgostini a settembre di questo anno, nella traduzione di Luca Fusari e Sara Prencipe: «Anche se l’epoca di Janis è generalmente considerata un periodo di liberazione dalle censure degli anni Cinquanta, il rock era di fatto un circolo riservato ai maschi, e Janis dovette confrontarsi con un sessismo disgustoso sia da parte della stampa più internazionale sia di quella della controcultura, e con il freddo e talvolta crudele snobismo di tanti professionisti dell’industria musicale. Ciononostante riuscì a resistere. Grazie alla sua forza di volontà e a un talento unico, dimostrò che le donne potevano entrare nel mondo del rock come musiciste, autrici o fan senza doversi scusare con nessuno».
Non le perdonarono mai il suo eccesso di libertà sessuale, in realtà per molto tempo frutto di pettegolezzi infondati che la dipingevano a scuola come una ragazzina facile, al contrario di quanto avveniva realmente, fino a quando poi, fuggita dal provincialismo di Port Arthur, Janis aveva cominciato davvero a sentirsi libera di vivere la sua sessualità, spesso al limite e in modo ossessivo-compulsivo, degenerando in un famelico desiderio di possesso che non riuscirà, però, a colmare i vuoti interiori di cui soffriva indicibilmente. Si dichiarava e viveva apertamente anche la sua bisessualità, condizione che provocava scandali all’epoca e che la accomuna al destino dell’altro gigante fragile della storia della musica, Freddie Mercury. Non le perdonarono il suo essere senza filtri, la sua libertà di pensiero e di parola, che affidava alla sua musica, alle sue canzoni, con una voce potentissima e graffiante, che penetra a fondo e scuote e cura chi la ascolta. Ha cantato le fragilità delle donne ma anche degli uomini con cui lei stessa aveva vissuto momenti di gioia e dolore. L’ultima storia d’amore con David Niehaus avrebbe potuto essere la via per la salvezza, ma Janis era troppo prigioniera delle sue debolezze e David non tollerava il suo eccessivo consumo di droga e alcol. Beveva talmente tanto Southern Comfort da essere vista e fotografata quasi sempre con la bottiglia del bourbon tra le mani, al punto da firmare con la casa produttrice un contratto pubblicitario. Ma la sua anima era totalmente riversa nella sua voce blues, una potente voce nera nel corpo di una bianca, quasi ad incarnare quell’ideale di uguaglianza tra bianchi e neri in cui lei credeva fortemente e che nel Texas degli anni Cinquanta e Sessanta la rendeva scandalosa agli occhi di coetanei e coetanee, al punto da essere disprezzata perché manifestava l’adesione progressista ai valori civili antirazziali: «Non soltanto “non odiava i negri”, ma protestava contro la segregazione razziale in un contesto particolarmente ostile agli afroamericani. Durante un dibattito in classe sull’integrazione, Janis fu l’unica a schierarsi a favore del fatto che studenti bianchi e neri frequentassero la stessa scuola. Mosse come questa, le bevute con i ragazzi più grandi, il fatto di identificarsi con i Beat e di scagliarsi contro quelli che la schernivano, all’ultimo anno delle superiori ebbero l’effetto di tagliarla fuori definitivamente dal mondo convenzionale di Port Arthur» (H. G. Warren, Janis, cit.).
Nelle sue canzoni, bellissime, piene di energia, grido di un’anima sofferente, che non chiede altro che essere amata, ascoltata, accolta, Janis canta la sua disperata vita, popolata dagli amori spesso sbagliati o allontanati a causa delle sue dipendenze da alcol e droga, che a fasi alterne riesce a malapena a controllare, dalle paure e dai fantasmi del passato, come l’eterna insicurezza e la sensazione di non essere accettata dalle persone che la circondano, dai sensi di colpa verso i genitori, con quella ossessione cucita addosso di non essere diventata la figlia che avrebbero voluto, come scrive in una delle tante lettere che invia alla famiglia quando, pur scappando dall’angusto spazio borghese e miope di Port Arthur per raggiungere San Francisco ed inseguire la musa della musica, desidera sempre informare i genitori dei progressi artistici che compie.


Big Brother and the Holding Company

Raggiunge la vetta della sua carriera il 17 giugno del 1967, quando con la band Big Brother and the Holding Company si esibisce al Festival Pop di Monterey, cantando una fantastica versione di Ball and Chain di Big Mama Thornton. Da questo momento in poi Janis brilla nel mondo della musica rock come un luminoso e prezioso diamante, una vera e propria icona femminile del rock. Ma le insicurezze, il dolore per le ferite mai del tutto rimarginate, l’anticonformismo estremo del suo modo di fare e di essere, ne acuiscono la dipendenza dall’eroina e dall’alcol. Sembra gestire i suoi demoni, non salta mai un concerto a causa della droga, tranne a Woodstock, ma sale spesso ubriaca sul palco.
Vive l’arte non come un’appendice della sua esistenza, ma lei stessa è arte, lei stessa è la musica che canta: arte e vita non sono per lei due entità distinte, Janis vive come canta e canta come vive, dissoluta, estrema, dolcemente assordante, drammaticamente struggente. Le sue canzoni sono memorabili, pietre miliari. Ogni volta che le ascolto scorrono brividi sotto pelle, e l’immedesimazione con quella potente e vibrante voce rock e blues è inevitabile… Anche adesso, mentre scrivo ripensandola sul palco, riaffiorano alle labbra le parole e la musica: Love’s got a hold on me, baby / Feels just like a ball and chain / Now, love’s just dragging me down, baby, yeah / Feels like a ball and chain / I hope there’s someone out there who could tell me / Why the man I love wants to leave me in so much pain / Yeah, maybe, maybe you could help me, come on, help me! (Ball in chain, 1967: L’amore mi ha catturato, baby / Ci si sente proprio con una palla al piede / Ora, l’amore mi sta trascinando verso il basso, baby, yeah / Ci si sente come con una palla al piede / Spero ci sia qualcuno là fuori che possa dirmi / Perché l’uomo che amo voglia lasciarmi in così tanto dolore / Sì, forse, forse potresti aiutarmi, dai, aiutami!); Women is losers / Women is losers / Say honey women is losers / Well, I know you must try, Lord / And everywhere / Men almost seem to end up on top (Women is losers, 1967: Le donne sono perdenti / Le donne sono perdenti / Dolcezza, le donne sono perdenti / So che devi provarci / e ovunque / gli uomini sembrano finire sulla cima); Time keeps moving on / Friends they turn away / I keep moving’ on / But I never found out why / I keep pushing / so hard the dream / I keep trying’ to make it right / Through another lonely day (Kozmic blues, 1969: Il tempo continua a scorrere / Gli amici si allontanano / Io continuo a muovermi / Ma non ho mai capito il perché / Continuo a forzare troppo il sogno / Continuo a cercare di realizzarlo / Attraverso un altro giorno solitario); Cry baby, cry baby, cry baby / Honey, welcome back home / Don’t you know, honey / Ain’t nobody ever going to love you / The way I try to do? / Who’ll take all your pain / Honey, your heartache, too? / And if you need me, you know / That I’ll always be / around if you ever want me (Cry baby, 1971: Piangi amore / Bentornato a casa / Non lo sai / nessuno ti amerà mai / nel modo in cui provo io? / Chi prenderà il tuo dolore / la tua sofferenza del cuore? / e se avessi bisogno di me, lo sai / che sarò sempre nei paraggi se mai mi vorrai).
I sentimenti ricorrenti sono l’amore, la solitudine e il dolore come estrema conseguenza degli abbandoni, delle debolezze, delle sofferenze, delle sconfitte, ma anche la forza d’animo, l’energia, la libertà di essere ciò che si è senza scendere a compromessi con l’ipocrisia del perbenismo. Diceva: «Non accettare compromessi. Sei tutto ciò che hai» (H. G. Warren, Janis, cit.).
Nel 1968 occupa il primo posto della classifica di “Billboard”, rivista statunitense settimanale, e ci resta per otto settimane. Nel 1969 inizia la carriera da solista e si accompagna ad una nuova band, la Kozmic Blues Band. Dopo un concerto in Florida, viene arrestata per linguaggio osceno e disturbo all’ordine pubblico, scagionata poi dal principio della libertà di espressione. Forse è stato l’unico atto di reale giustizia che questa ragazza ha ricevuto. Resa fragile da una società misogina ed ostile alla diversità, che ancora oggi, nel parlare e scrivere di lei, la passa al setaccio del voyerismo morboso alla ricerca di aneddoti e particolari scabrosi, una società per la quale le donne hanno sempre dovuto pagare un prezzo più alto per vedersi accettate e riconosciute nella loro pari dignità, Janis Joplin muore per overdose di eroina il 4 ottobre del 1970, nel momento topico della sua carriera, a soli 27 anni, sola, totalmente priva di ogni freno che le permettesse di rigettare il bisogno di droga e alcol e di attaccarsi a quella vita che le aveva maciullato cuore e testa a suon di angherie, vessazioni, indifferenza, mancanza di amore.

Janis Joplin nel 1970

Pochi giorni prima, aveva registrato la sua ultima canzone, cantata a cappella, un dissacrante ed ironico inno al rifiuto della cultura materialistica del consumismo, dilagato con il boom economico. Il pezzo è Mercedez Benz ed è stato pubblicato postumo a gennaio del 1971, insieme all’album che lo contiene, Pearl, dal soprannome che le avevano dato gli amici, ovvero “perla”, quello che lei era, una perla rara, preziosa, fragile: I’d like to do a song / Of great social and political importance / It goes like this / Oh Lord, won’t you buy me a Mercedes Benz / My friends all drive Porsches, I must make amends / Worked hard all my lifetime, no help from my friends / So Lord, won’t you buy me a Mercedes Benz (Mi piacerebbe scrivere una canzone / Di grande impatto sociale e politico / Che faccia così / O Signore, perché non mi compri una Mercedes Benz / I miei amici guidano tutti le Porsche, devo fare ammenda / Ho lavorato duro per tutta la mia vita, nessun aiuto dai miei amici / Quindi Signore, perché non mi compri una Mercedes Benz).
Una donna che ha vissuto on the road, come tanti/e giovani della generazione beat, che ha vissuto senza limiti, che ha dedicato ogni suo respiro alla musica, che ha incarnato l’anima profonda del blues e del rock, che ha provato ogni eccesso fino a stare male, perché tutta la sofferenza ricevuta potesse sprigionarsi e ingannevolmente liberarla. Ma questo non è avvenuto, perché il mix di sesso, droga e rock’n’roll che ha spesso contraddistinto generazioni di artisti e artiste non ha rappresentato la salvezza, bensì dimensioni nelle quali uomini e donne, profondamente sconvolti e feriti dalle tempeste delle loro esistenze e del loro tempo, si sono alienati finendo con lo scomparire dalla scena terrena.
A noi resta, immortale, la loro arte, come la voce di Janis, che ad ogni ascolto ci restituisce la drammaticità di una intera vita a cui è mancato amore, empatia, ascolto. Le sue canzoni sono un monito, la sua esperienza una testimonianza della sua difficoltà di stare al mondo con l’aggravante di essere donna.

A sinistra: Live at Winterland, con la band Big Brother and the Holding Co., 1968; al centro: I Got Dem Ol’Kozmic Blues Again Mama!, 1969; a destra: Pearl, inciso pochi giorni prima della sua morte e pubblicato postumo, 1971

A cinquant’anni dalla sua scomparsa, sento ancora quelle note stridere nelle mie orecchie e il desiderio di ascoltarla diventa impellente. In quella voce mi ritrovo con tutte le mie fragilità, con tutti i miei momenti di stanchezza e di abbandono, ma da quella stessa voce traggo forza e inaspettatamente gioia per non mollare, per non abbassare la testa, trovo riparo e mi salvo dall’inesorabile scorrere indifferente del grigiore quotidiano di questo reo tempo, in cui l’apatia vorrebbe invadere ogni sentimento e ogni cuore. Il mio no: la voce di Janis mi riporta alla consapevolezza della lotta e mi salva. Per questo le sarò grata per sempre, per ricordarmi ogni volta che la vera ragione per cui vivere e accettare di soffrire è amare e lasciarsi amare, spogliandosi del timore di essere considerata diversa e fragile, soprattutto perché donna. È questa la vera libertà.
E le sue parole ritornano a sussurrare tra le mie labbra: each time I tell myself that I, well I think I’ve had enough / But I’m gonna, gonna show you baby, / that a woman can be toug (ogni volta dico a me stessa che io, beh, penso di averne abbastanza / ma ti mostrerò / che una donna può essere forte).

Per approfondire:

Articolo di Valeria Pilone

Pilone 400x400.jpgGià collaboratrice della cattedra di Letteratura italiana e lettrice madrelingua per gli e le studenti Erasmus presso l’università di Foggia, è docente di Lettere al liceo Benini di Melegnano. È appassionata lettrice e studiosa di Dante e del Novecento e nella sua scuola si dedica all’approfondimento della parità di genere, dell’antimafia e della Costituzione.

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