Editoriale. è TUTTA UNA QUESTIONE DI GENERE

Carissime lettrici e carissimi lettori,

vi ricordate quando si andava a scuola con il grembiule? Tante ragazzine e tanti ragazzini lo portano ancora. Sulla nostra rivista ci siamo trovate e trovati, più volte, a trattare di Corpi, di Abiti che ci vestono, e di genere. Il genere è quello che ci colloca nella società, che indica alle ragazze e ai ragazzi il ruolo che devono avere. Il genere, nelle sue differenze, è quello che ci ha voluti e volute fino a oggi in un rapporto non paritario: il maschio al comando in posizioni di potere e la donna nel ruolo subalterno di obbedienza, di oggetto di piacere e di mantenimento della specie. Il genere si esprime fin dall’infanzia attraverso i giochi (io la bambola e tu i soldatini), gli atteggiamenti sociali e le emozioni (io posso piangere e tu se lo fai sei una femminuccia, solo le donne parlano d’amore e simili cose), i colori da indossare (fiocco rosa per me e fiocco azzurro per te e così gli abiti), i ruoli in casa (il maschio aggiusta il tubo che perde e la femmina cucina, lava i piatti, stira e via dicendo).

Alessandro Taurino dell’università di Bari scrive: «Il paradigma socioculturale consente di definire il maschile e il femminile come dimensioni che, pur non negando il corpo e la biologia, appaiono costituite da codici simbolici socialmente costruiti, il che equivale a dire che la differenza maschio-femmina/uomo-donna è regolata da influenze e condizionamenti esercitati dalla cultura. È possibile pertanto affermare che la biologia fissa soltanto le precondizioni della sessualità umana, nel senso che struttura corpi sessualmente connotati, corpi maschili e femminili, ma non determina i modelli della vita sessuale, così come i modelli della differenza… se non intervenissero queste forme di socializzazione primaria, per gli esseri umani non esisterebbe alcuna femminilità o mascolinità. Ma nella costruzione dell’identità di genere e dei modelli della differenza, abbiamo visto che intervengono complessi processi di tipo sociale, culturale, politico, storico, ideologico».

Insomma, parafrasando Italo Calvino, se un giorno d’autunno una mamma o un papà volessero acquistare un grembiulino di scuola e scegliessero di andare in un grande magazzino capiterebbe loro di incontrare due tipi di grembiule distinti per genere: il grembiulino da maschio ha sul petto disegnata la squadra e il righello, ispirazione per un futuro vero ingegnere! Tutt’altra storia per quello dedicato alle ragazzine: un rossetto fiancheggia una bocca sensuale fatta di labbra socchiuse che ha il rosso fuoco che rimanda al rossetto. Una variante? Sì. Una serie di cuoricini o un mazzolino di fiori. Ma sinceramente non credo vogliano indicare (come ironicamente ha scritto l’attenta utente che su facebook ci ha fatto notare questa cosa) la spinta alle ragazzine a diventare cardiologhe o botaniche! Insomma gli Abiti danno indicazione di genere e dicono a chi li indossa le scelte possibili da fare per il proprio posto nella società. Dunque decifriamo cosa ci dicono e cosa dicono alla ragazzina e al ragazzino che li indossano: lui studierà, lei non è indicata per la scuola e soprattutto per le materie scientifiche, deve invece farsi amare e per questo deve rendere il suo corpo bello agli occhi altrui e ricambiare l’amore con la delicatezza di un fiore!

E già, il genere! Sarà tutta questione di interpretazione dei ruoli di genere se l’ex portiere dell’Inter Walter Zenga durante un’intervista e parlando del suo divorzio ha detto: «Mia moglie è radicalmente cambiata, ha deciso di prendere un’altra strada su cui andrà da sola d’ora in poi. La libertà che le ho sempre dato si è in qualche modo rivoltata contro di noi», semplicemente disarmante…. Poi c’è pure chi si fa venire l’idea di mettere una casalinga (che vuol dire?) in ogni lista elettorale per le comunali di Milano del 2021«per valorizzare ruoli e tradizioni». Io leggo, traducendo chi scrive: il ruolo della donna è nel luogo che la tradizione le ha assegnato. Siamo in occidente, decantato per la civiltà, nel XXI secolo.

E invece Marta Loi (e tante altre donne con lei) ha manifestato tutta la sua rabbia denunciando sui social una croce messa nel cosiddetto “cimitero degli angeli” e indicata con il suo (e il loro) nome come sepoltura del feto di un aborto, volontario o spontaneo che sia, fatta, dicono, “per beneficenza”, ma dimenticando che il gesto è avvenuto senza il consenso della donna, apponendone il nome su una croce, che è simbolo di una sola religione.

Prima di passare ad altro e quasi a smentire i discorsi di disparità di genere di cui si sta parlando in questo editoriale, ci teniamo a sottolineare la bellissima notizia che ci giunge dalla Svezia dove due donne, Emmanuelle Charpentier e Jennifer A. Doudna, sono state insignite del premio Nobel per la chimica a smentire l’affermazione che le donne non sono adatte agli studi scientifici. «Le donne — ha dichiarato Emmanuelle Charpentier, in collegamento con la sede dell’Accademia svedese delle Scienze a Stoccolma — possono lasciare un segno importante nella scienza ed è importante che lo sappiano le ragazze che vogliono lavorare nella ricerca. Spero che questo riconoscimento sia un messaggio positivo per le ragazze che vorrebbero seguire la strada della ricerca». La speranza, ha aggiunto, è che questo Nobel «dimostri alle più giovani che le donne possono avere un impatto attraverso le ricerche che svolgono». A questo premio, dato alle due donne della Chimica, è seguito un altro Nobel al femminile, assegnato per la letteratura alla poeta Louise Glück. Nella motivazione si legge: «inconfondibile voce poetica che, con l’austera bellezza, rende universale l’esistenza individuale».

Un’altra donna, che rimarrà nel cuore e nella storia italiana, ma la Storia è dell’umanità tutta, ci ha lasciato in questi giorni. Carla Nespolo, politica, insegnante e pedagogista, conosciuta soprattutto come Presidente, prima donna e prima non partigiana, dell’Anpi che guidava dal 2017.

Sta facendo il giro dei social, con tanti commenti per fortuna indignati, l’intervento, sul palco di “Io con Salvini”, dell’ex parlamentare leghista di Lampedusa Angela Maraventano. Dopo avere accusato il «governo abusivo» di non impedire «l’invasione del Paese», di essere «complice di chi traffica carne umana», ha letteralmente inneggiato alla «nostra mafia che ormai non ha più quella sensibilità e quel coraggio che aveva prima. Dove sono? — dice Angela Maraventano —. Non esiste più. Perché noi la stiamo completamente eliminando… Perché nessuno ha più il coraggio di difendere il proprio territorio». Dopo (sempre dopo!) si è giustificata dicendo che è stata una battuta infelice, che lei personalmente non è stata mai dalla parte della mafia. «É stata una frase infelice dettata dalla rabbia e dal momento terribile che sta vivendo il nostro Paese, ma io mi sono sempre battuta contro tutte le mafie, a cominciare da quella nigeriana». A cominciare dunque da una mafia straniera e poi da una nostrana. Insomma in tono perfettamente salviniano anche qui: «prima gli italiani» in… bontà del male? Davvero senza commenti. E senza commenti sono stati fino a ora lo Stato e soprattutto l’ex ministro degli interni Matteo Salvini.

Ma a rispondere è la sorella di Giovanni Falcone, ucciso, tra i tantissimi, dalla mafia a Capaci: «Ho ascoltato, incredula, le parole dell’ex senatrice Maraventano — ha detto Maria Falcone — E sono arrabbiata. In questi anni abbiamo pianto decine di donne e uomini delle istituzioni, magistrati, giornalisti, sindacalisti, cittadini comuni uccisi da una criminalità organizzata che ha saputo solo seminare morte, sopraffazione e ingiustizia. La mafia non è mai stata buona, non ha mai portato sviluppo e ricchezza. È un cancro che continua a essere presente nella nostra terra e va combattuta quotidianamente. Dalle istituzioni, ma anche da ciascuno di noi». Maria Falcone lancia un appello: «Spero che i vertici del partito di cui l’ex senatrice è esponente prendano le distanze dalle dichiarazioni vergognose della loro collega». Ma sembra che il silenzio sia assordante. Quel silenzio assordante che ha seguito, seppure con qualche commento di donne democratiche (Boldrini e Brignone) anche le parole assurde dell’onorevole Alessandra Mussolini che, riferendosi alla senatrice Liliana Segre, ha detto durante un intervento a una radio di Padova: «Non fomenti l’odio contro il fascismo… altrimenti ci si trasforma da nonnina a strega di Biancaneve». Questo pessimo e indecente esempio di non rispetto verso il passato dell’anziana senatrice è scaturito dall’opposizione all’intitolazione di una strada a Verona, di cui Segre è cittadina onoraria, a Giorgio Almirante!

Veniamo alla rivista che oggi, seguendo il nostro appuntamento mensile, è più breve e si veste di blu per dare spazio al nostro inserto per le scuole Vitamineperleggere. I cinque articoli di Vitaminevaganti.com sono però tutti al femminile, a cominciare da un interessante scritto sul Velo inserito nella serie dedicata ai Corpi. Una lettura che ci sorprenderà riguardo alle opinioni e alla storia di questo accessorio femminile, non sempre imposto e non solo islamico. Segue la terza puntata sulle artiste fiorentine per onorare il territorio in cui è stato deciso lo svolgimento del IX convegno di Toponomastica femminile (di cui ancora ci prendiamo tempo per informarvi con sicurezza sulle modalità secondo le norme relative al covid-19). Di studi storiografici sulla Stregoneria ci racconta un altro dei nostri interventi. La storia di una donna, una Stilista, Francesca Sulis Sanna, che vive in Sardegna tra il 1700 e il 1800 ci fa conoscere la bellezza delle sue sete e dei suoi abiti che vestirono anche la Zarina di tutte le Russie.

Molto interessante e intrigante è un altro articolo che ci illustra i cosiddetti mestieri da uomo intrapresi dalle donne. Dalla tassista (dal 2015 una donna afgana è alla guida del suo taxi) alla capostazione fino alla camionista e alla guidatrice di gru che vede una donna al “volante” nel porto di Genova con tanti occhi maschili, non solo stupiti, ma arresi al dato di fatto, per poi scendere nel ventre della terra, di nuovo in Sardegna, con le prime minatore. Quindi le bagnine, un’addetta al facchinaggio a Delhi e, sempre nella capitale indiana, la guidatrice di uno dei 4500 autobus della città. Vankadarath Saritha si augura che la sua presenza possa infondere coraggio alle tantissime indiane che ogni giorno salgono sugli autobus, come scrive l’autrice dell’articolo. Saritha ha detto in un’intervista: «Se una donna vuole fare qualcosa, la può fare. Le donne hanno la capacità, la forza e il potere di fare qualsiasi cosa. Devi solo essere coraggiosa». Un impulso fondamentale per chiunque!

Buona lettura a tutte e a tutti.

Editoriale di Giusi Sammartino

aFQ14hduLaureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpreti; Siamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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