Artiste a Firenze tra Neoclassicismo e Romanticismo

Maria Hadfield (Firenze, 1760-Lodi, 1838), nata da padre inglese e madre italiana in Toscana, dove la sua famiglia gestiva locande frequentate dagli aristocratici britannici durante il Grand Tour, si distinse nello studio della musica e della pittura; fu copista agli Uffizi e studiò arte con Violante Cerroti, poi continuò gli studi a Roma dove fu allieva di Pompeo Batoni e conobbe Raphael Mengs, famoso esponente del Neoclassicismo. Alla morte del padre si trasferì con la madre a Londra, qui conobbe Angelika Kauffmann e cominciò a impiegare il suo talento nella rappresentazione di soggetti mitologici. Sposò il facoltoso pittore Richard Cosway, miniaturista e primarius pictor del principe di Galles, più anziano di lei di quasi vent’anni. All’inizio Richard proibì alla moglie di dipingere, attività poco adatta a una donna del suo rango sociale, e il suo Autoritratto con le braccia conserte è visto come una risposta alla limitazione del proprio lavoro. Col tempo però riconobbe il talento della moglie e la sostenne.

Maria Cosway Hadfield, a sinistra: Autoritratto con le braccia conserte; a destra: Ritratto di Giulia Beccaria

Maria espose le sue opere, ritratti e dipinti storici, alla Royal Academy of Arts di Londra dal 1781 fino al 1801. Nella loro residenza in Pall Mall i coniugi tennero un salotto alla moda, che accolse membri della famiglia reale e politici e ospitava concerti e rappresentazioni teatrali. In seguito alla morte della figlia di sei anni e alla separazione dal marito, Maria cominciò a viaggiare e a interessarsi di attività in campo pedagogico. A Lione fondò il primo collegio e nel 1812 ne aprì un altro a Lodi, dove le fanciulle erano educate secondo metodi non troppo autoritari, tesi a favorire le loro disposizioni naturali. Le insegnanti indossavano un vestito austero (non propriamente religioso) e la gente cominciò a chiamarle Dame Inglesi. Per la sua biografia rimando anche a un articolo di Daniela Fusari in VitamineVaganti, 6 giugno 2020, n.65. A lei è intitolata la Fondazione che a Lodi ospita il Concerto dei fiati di Theresia.

Félicie de Fauveau (Livorno, 1801-Firenze, 1886), proveniente da una famiglia francese di finanzieri che da quattro generazioni ricoprivano la carica di segretario del re e si erano poi stabiliti in Italia poco prima della Rivoluzione, passò l’infanzia a Firenze per poi trasferirsi in Francia nel 1814, durante la Restaurazione. A Parigi la giovane Félicie apprese l’arte della pittura, mentre in scultura fu autodidatta, insieme al fratello minore Hippolyte. La sua carriera fu favorita da alcuni parenti legati a re Carlo X, che le commissionò molti lavori. Supportata da Marie Caroline, duchessa di Berry, godette della protezione anche dell’autorevole duca di Duras, la cui figlia, Félicie, contessa di La Rochejaquelein, fu molto amica dell’artista: le due omonime intrattennero un rapporto che, nonostante la distanza sociale, continuò fino al decesso della contessa. Precursora dei Preraffaelliti, de Fauveau era affascinata dal gotico e più in generale dall’arte religiosa del Medioevo, la cui purezza arcaica bene rende la profonda religiosità che domina tutta la sua produzione artistica. Per mantenere la propria famiglia e spinta da una forte ambizione, fu in Francia la prima scultrice a vivere della sua arte. All’età di ventisei anni esordì al Salon con la sua Cristina di Svezia, che ebbe molto successo, e continuò a esporre al Salon. Stendhal la chiamava “la nuova Canova”.

Félicie de Fauveau, Ritratto della duchessa di Berry (a sinistra); Félicie e Hippolyte de Fauveau, Busto della marchesa Boccella (a destra)

Era una giovane e promettente artista parigina già affermata quando, con la fine della Restaurazione, le vicende della sua vita si intrecciarono con la storia della Francia. Orgogliosa legittimista, partecipò alle rivolte vandeane: imprigionata ad Angers restò in carcere per alcuni mesi. Dopo la sua assoluzione, riprese per un breve periodo la lotta, ma poi raggiunse la madre a Firenze nel 1834, in esilio volontario, e vi restò fino alla fine dei suoi giorni, nonostante l’amnistia del 1837. De Fauveau resterà per sempre segnata dall’epopea vandeana al punto da definirsi una “amazzone al servizio del suo signore”. A Firenze aprì un nuovo studio d’arte in via dei Serragli, che diventò un punto di interesse per i viaggiatori internazionali del Grand Tour e oggi ospita una scuola d’artigianato e di arti applicate.

Félicie de Fauveau, Autoritratto con femmina di levriere

Durante il periodo fiorentino de Fauveau coltivò molte amicizie in ambito artistico e letterario. Le sue opere erano molto richieste dagli espatriati russi, tra cui il principe Demidov e sua moglie, la principessa Mathilde, nipote di Napoleone. Anche lo zar Nicola I acquistò parecchi dipinti dell’artista e fece visita al suo studio nel 1845. Attratti dall’ospitalità del granduca di Toscana e dal clima mite, gli aristocratici europei confluivano in massa a Firenze.

Tra le opere che le sono state commissionate, numerosi sono i ritratti, che erano anche ben pagati. Ma l’artista restò fedele ai suoi principi, accettando soltanto le commesse provenienti da stranieri/e di provata fede monarchica e dall’aristocrazia francese legittimista che affollava la sua bottega.

Ammiratrice di Benvenuto Cellini, scultore e orafo rinascimentale, si dedicò anche alle arti decorative. Senza mostrare disprezzo per i piccoli oggetti della vita quotidiana, progettò cornici di quadri, gioielli e pomi di bastone. Innalzò l’acquasantiera di casa al rango di oggetto prezioso destinato alla sua ricca clientela. «Spero che il diavolo monti su tutte le furie alla vista di questa singolare serie» scrisse alla contessa de La Rochejaquelein.

Cimitero degli Inglesi a Firenze
Monumento funebre a Louise de Favreau (a sinistra); Monumento funebre ad Anne de la Pierre (a destra)

Le sue opere fiorentine includono un’acquasantiera neogotica decorata in mostra a Palazzo Pitti, che ritrae san Luigi seduto su di uno scranno e con lo sguardo verso terra, le tombe monumentali di sir Charles Lyon Herbert e lady Harriet Frances Pellew, al Cimitero degli Inglesi, il monumento funebre alla sfortunata poeta, nativa delle Antille, morta a diciassette anni, Louise de Favreau, nella loggia della Basilica di Santa Croce, e il monumento ad Anne de la Pierre a Santa Maria del Carmine, realizzato nel 1859 e dedicato alla madre. Questi ultimi due nel 2012-13 sono stati restaurati dalla Advancing Women Artists Foundation (Awa), in quanto entrambi danneggiati dall’inondazione dell’Arno nel 1966.

In copertina: Incisione di Francesco Bartolozzi del dipinto di Maria Cosway Le ore, definito da Jacques-Louis David come “geniale

Articolo di Livia Capasso

foto livia

Laureata in Lettere moderne a indirizzo storico-artistico, ha insegnato Storia dell’arte nei licei fino al pensionamento. Accostatasi a tematiche femministe, è tra le fondatrici dell’associazione Toponomastica femminile.

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