Editoriale. Una partita a scacchi che non si vorrebbe mai giocare

Carissime lettrici e carissimi lettori,

si spara, si muore, si uccide, ci uccide. Troppo spesso capita che si sentano spari per le strade di un’Europa già fragile e stanca e che ormai, troppo spesso, questi spari ci lascino quasi indifferenti, come fosse una tremenda consuetudine.  Si muore: perché così ha stabilito il ciclo della vita, forse a causa di una leopardiana Natura matrigna che non si dimostra sempre una madre affettuosa e protettiva. Noi del dopo non abbiamo alcuna certezza e dagli albori dell’umanità abbiamo solo tentato di immaginare soluzioni mai verificate.  Si uccide, con la violenza, purtroppo quasi quotidiana, contro le donne che, senza voce, in questi periodi di isolamento, subiscono e non hanno nemmeno la consolazione di un riscontro delle cronache.  Ci uccide un virus che non ci vuole ancora lasciare andare, con la sua prepotenza inversamente proporzionale alle proprie dimensione infinitesimali. Dunque la vita è sospesa, con tutto il dispiacere e l’accoramento che ne scaturisce e non notiamo differenza tra il vivente (l’eterna separazione tra mondo umano e quello animale) perché è l’amore, l’affetto a sanzionare il collante che si fa indissolubile.

Si parla di nuovo di tristezza perché sono ritornati gli attentati (Francia, Austria), è ritornata l’ombra funesta di questo virus che ha il nome dell’anno passato, ma ha invaso questo presente, come a validare le superstizioni del bisestile, e che forse si allargherà al prossimo tempo annuale, lasciandoci letteralmente con poco respiro. Siamo tristi e preoccupate/i anche per i pericoli dovuti a un’economia sempre più ferma e che non si può in nessun modo anteporre alla salute (lo dicono i saggi della strada e i guitti che: «basta che c’è la salute», non è certo blasfemo!) E poi quel silenzio che ha avvolto ancora di più il corpo e la dignità delle donne, nascoste dentro i luoghi dei lockdown e degli smart working, i lavori da casa sommatisi a quelli di casa.

Siamo tristi e parliamo di morte perché da pochissimi giorni ci hanno lasciato persone pubbliche che però erano entrate nel nostro privato sentendosi vicinanza, “consolandoci” secondo la definizione che una grande attrice come Piera Degli Esposti ha stupendamente dato dell’agire del Teatro sul pubblico e sull’attore. Se ne è andato Gigi Proietti, l’universale attore di Roma, e due giorni prima (il 31 ottobre, a 90 anni) Sean Connery: James Bond, lo 007 investigatore e seduttore, per il cui ruolo gareggiò, superandoli, con star quali Cary Grant, James Mason e Richard Burton, ma anche grande attore di talento e di fascino; il nobile Ramirez di Highlander, il Robin Hood ormai anziano accanto a Audrey Hepburn, il padre di Indiana Jones, il frate detective ne Il Nome della Rosa. «Tutto è teatro, la vita è teatro» ha detto l’attore Gigi Proietti che ci ha lasciato questa settimana, il giorno del suo compleanno, il 2 novembre, fatalmente come l’adorato suo Shakespeare che nacque (il 23 aprile 1564) e morì lo stesso giorno (il 23 aprile 1616) a poco più di cinquanta anni. «Non solo una coincidenza o una questione di date, il legame tra Proietti e Shakespeare. L’attore e regista e doppiatore romano aveva sempre dichiarato la sua passione per il bardo, le sue opere teatrali e le sue poesie. Dal 2003 quella passione era diventata una realtà straordinaria, un sogno diventato realtà, una replica che era diventata l’appagamento di un desiderio quasi folle. Da quell’anno è nato a Roma il teatro shakespeariano Silvano Toti Globe Theatre, proprio sul modello di quel Globe che fu la fucina e il palcoscenico più celebre del periodo elisabettiano, pure ricostruito a Londra, sulla sponda del Tamigi, nei pressi del Blackfriars Bridge, vicino al luogo in cui si sarebbe trovato l’originale. Una ricostruzione filologica durata tre mesi, piazzata all’interno di Villa Borghese, grazie alla Fondazione Silvano Toti, interamente in legno di quercia. Gigi Proietti ne è stato l’ideatore e il direttore artistico, oltre che attore, in numerose occasioni. Un successo da oltre 50mila spettatori a stagione» (Il Riformista). A Roma Proietti è stato amato, anzi, adorato. Le donne, le tassinare della sua città, così come sono chiamate le guidatrici di taxi all’ombra del Colosseo, gli hanno tributato un caro omaggio, nel giorno del suo funerale, facendo ascoltare ininterrottamente ai clienti e alle clienti che giovedì sono salite/i per una corsa sulla loro automobile la voce dell’attore che recitava le sue più belle battute teatrali. Dunque tanta è la malinconia in questo novembre già mesto, a bordo di un nuovo blocco e distanziamento sociale per mitigare gli effetti del Covid-19 e alleggerire gli ospedali e i loro pronto soccorsi.

Ma torniamo a noi (seppure di noi umanità abbiamo fin qui parlato) e torniamo al nostro convegno, che per la prima volta è andato in onda via etere. Il beneficio, come praticamente succede sempre, in tutte le situazioni controverse, c’è stato e si è allargato a un pubblico potenzialmente già più vasto in partenza (senza l’onere del viaggio, di permessi al lavoro, ecc.); inoltre ha reso consultabile tutto in differita, sul sito e sulla pagina Facebook di Toponomastica femminile. La presenza è stata ottima, gli argomenti interessanti e l’appuntamento è ancora nei luoghi d’arte della Toscana e di Firenze per il prossimo incontro, il decimo. Ne siamo felici.

Il numero di Vitaminevaganti.com è pieno di spunti. Si passa da una passeggiata (siamo alla settima puntata) per le vie di Brescia in cerca dei luoghi delle donne, partendo dalla parte più alta della città, dal Castello, a un ritorno in Toscana, di nuovo sotto l’influenza del convegno della settimana scorsa, per parlare di pittrici fiorentine, le contemporanee, e di scrittrici per bambini e bambine: Ida Baccini, Anna Franchi e Emma Parodi, vere incantatrici dell’infanzia di due secoli fa, ma ancora tutte da leggere. Le scorribande di cinque ragazzi dentro e fuori le mura che costeggiano in parte un quartiere di Roma, tra i più ricchi del verde intenso di villa Sciarra, appena sopra il ministero della Pubblica istruzione, sono il viatico di altrettante giovani vite che sentono l’esistenza crescersi addosso attraverso le esperienze, con le verifiche per provare dove sta la verità, dove, tra strada e oratorio, si esprime e regna il Senso del sacro.

Il pane e l’olio risultano salutari, buoni e facilmente reperibili in questi tempi di crisi e di volontà di accondiscendere alla raccomandazione di rimanere a casa il più possibile. La seconda puntata sull’Evo ci fa sapere come riconoscere l’olio buono e sano e ci indica possibili passeggiate (nell’Agro pontino) da mettere in programma nelle gite che speriamo di fare già a primavera per informarci su dove andar per olio il prossimo autunno. Dalle fresche passeggiate in montagna che rigenerano l’animo in compagnia di un camminatore di classe, arriviamo in Sicilia spettatori e spettatrici di due grandi attrici del teatro siciliano, Marinella Bragaglia e Maria Capanna. La scrittura femminile, femminista e politica di Elena Ferrante, sulla quale troppo si è discusso, offuscandone proprio la sua corporalità, il suo essere anche corpo, è analizzata in un testo scritto con maestria da Viviana Scarinci e che l’autrice dell’articolo ci fa amare e riflettere. Si contrappone (per concetto, ma non per interesse) l’articolo sulla storia dell’abito da sposa che però, come la storia della moda, è testimone dell’evoluzione della società. Avvincente la storia delle ostetriche protagoniste del romanzo di Giacomo Mameli Hotel Nord America che ci porta alla Tesi di questo mese sulla famiglia omogenitoriale e sulla difficoltà della sua accettazione oggi nel nostro Paese, ma non solo. Per evadere impegniamoci nella lettura di un piccolo saggio della serie dedicata alla letteratura fantascientifica a penna femminile.

Dice Antoine De Saint-Exupéry attraverso le parole della Volpe nel dialogo con il Piccolo Principe: «Gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comperano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno amici. Se tu vuoi un amico, addomesticami!» E continua: «La mia vita è monotona. Io do la caccia alle galline, e gli uomini danno la caccia a me. Tutte le galline si assomigliano, e tutti gli uomini si assomigliano. E io mi annoio perciò. Ma se tu mi addomestichi, la mia vita sarà come illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi faranno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica». (A Milou e alla gattina Nives, che l’ha raggiunta).

Buona lettura a tutte e tutti.

***

Editoriale di Giusi Sammartino

aFQ14hduLaureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpreti; Siamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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