Studenti di origine straniera e didattica a distanza: tra difficoltà e opportunità

Diverse ricerche stimano quella che potrebbe essere la perdita, in termini di capitale umano ed economico, dei mesi nei quali le e gli studenti italiani non hanno frequentato la scuola in presenza ma in modalità DAD–Didattica A Distanza. Secondo uno studio della Fondazione Agnelli, condotto da Andrea Gavosto e Barbara Romano, che riprendendo dati della Banca mondiale, il danno è stimato in 900 euro annui sui primi stipendi dei e delle giovani che hanno passato la scorsa primavera in DAD. Altri dati, diversi tra loro ma tutti significativi, parlano di mesi di apprendimento perduti che, se la modalità a distanza dovesse continuare a prevalere, arriverebbe alla cifra di 11 a studente. Lo svantaggio potrebbe quindi perdurare nel tempo ed estendersi dalla questione privata dei singoli studenti a una questione più fortemente sociale ed economica. Già la questione dell’apprendimento da sola basterebbe a doverci far preoccupare: molti/e studenti avranno tasselli mancanti nella propria formazione, ne risentiranno negli anni a venire in termini di competenze e opportunità. A soffrire di più la distanza fisica dai banchi di scuola — scrivono ancora Gavosto e Romano su lavoce.it — sono studenti che non hanno una buona connessione, quelli con disabilità, quelli che provengono da famiglie svantaggiate e coloro i quali hanno già una scarsa motivazione di partenza. Non ci voleva, verrebbe da dire, in un paese dove esistono nicchie di povertà educativa già significative.

Per quanto riguarda alunni e alunne con background migratorio, le disuguaglianze accentuate dalla DAD vanno ad aggiungersi ad altre già conosciute ed esistenti e che trovano espressione e risonanza soprattutto nei dati relativi alla dispersione scolastica. Stando ai numeri forniti dal MIUR, nel 2017 l’abbandono scolastico colpisce studenti di origine straniera nel 2,9% dei casi, contro lo 0,4 degli autoctoni. Tra questi, la situazione si aggrava tra i nati/e all’estero, 4,11%, in rapporto a figli e figlie di migranti nati in Italia, il cui tasso di abbandono raggiunge l’1,84%. Le problematiche connesse alla didattica a distanza vanno quindi ad accompagnare un profilo scolastico delle nuove generazioni già  fortemente compromesso. Attenzione però, non è intenzione di questo articolo generalizzare, come poi verrà ripetuto più volte in seguito. La storia dei nuovi italiani/e è anche una storia, sono storie, di successo, legate ai percorsi scolastici e formativi. A  questo proposito viene facile citare un recente lavoro di Mariagrazia Santagati, Autobiografie di una generazione. Il successo degli studenti di origine immigrata (2019), che ha l’indubbio merito di partire da storie al positivo. La narrazione è complessa e non può essere mai una sola: le/i migranti sono diversissimi tra loro, come lo sono le loro esperienze e condizioni e come lo sono i loro figli e figlie.

Tuttavia, proprio al fine di migliorare le esistenze di tutti/e, ci pare opportuno affrontare ostacoli e difficoltà dei bambini e delle bambine, dei ragazzi e delle ragazze di nuova generazione e delle famiglie. Il sistema educativo non è soltanto un tassello, ma deve tornare a essere la base della nostra società, sulla quale edificare tutte quelle azioni volte alla sedimentazione della realtà plurale in cui viviamo. Per questo vale la pena parlare di tutti quegli aspetti che potrebbero essere migliorati, migliorare.

DAD e studenti stranieri/e: problemi e possibili soluzioni

Tra i problemi noti spicca anche in DAD la scarsa conoscenza della lingua italiana dei e delle neoarrivate. Gli strumenti a disposizione della scuola, già lacunosi in presenza, fanno fatica a trovare spazio quando l’insegnamento si sposta sulle piattaforme virtuali. L’assenza di personale qualificato nell’insegnamento dell’italiano lingua seconda si fa assordante e così il divario continua a crescere. Tra le complicazioni si può annoverare quella dei rapporti tra scuole e famiglie, laddove i genitori — soprattutto le madri — non hanno competenze linguistiche sufficienti per intrattenere proficui rapporti con l’istituzione scolastica. Inoltre, in molti casi, a mancare è un’approfondita conoscenza del sistema scolastico italiano, dei modi e delle consuetudini, quasi mai colmata da un lavoro da parte di scuole, istituzioni e pubblica amministrazione che aiuti a incrementare questa conoscenza. Molte famiglie hanno un’idea di scuola spesso veicolato dai modelli dei paesi d’origine e non vengono accompagnati in questa scoperta essenziale alla formazione dei propri figli. I rapporti tra scuole e famiglie non trovano un terreno migliore nella comunicazione a distanza. Non tutti hanno, infatti, gli strumenti e le competenze linguistiche e culturali. Non dobbiamo, però, cadere in facili semplificazioni e affermare che il nodo si trova nella scarsa istruzione delle famiglie: molte madri e padri migranti posseggono titoli di studio e qualifiche professionali nei paesi di origine. Il problema non è questo, quanto il declinare e “tradurre” nel sistema italiano. A sostegno, sia in presenza che a distanza, potrebbe diventare più massiccio il ricorso a corsi di italiano per studenti e famiglie, nonché l’avvalersi di mediatori culturali.

«Se non ci fossi stata io mia figlia non sarebbe riuscita a seguire neanche metà delle attività svolte dalle insegnanti» mi racconta S., italiana, madrelingua, laureata, madre di una bambina che nei mesi del lockdown frequentava la seconda classe della scuola primaria. «Le mamme straniere a volte non hanno capito nulla delle istruzioni date e si vergognano a chiedere» mi confida F., madre di un figlio frequentate il primo anno di scuola secondaria di primo grado. Vergogna, difficoltà di comprensione, scarsa familiarità con i mezzi informatici, limitata possibilità di assistere i figli nei compiti e nelle attività, a volte in maniera frustrante proprio perché nel proprio paese, magari, si ha un titolo di studio che permetterebbe questo e altro: questa la probabile condizione di molte famiglie migranti. Da dietro lo schermo, sempre ma con frequenza, docenti ed educatori/trici si allontanano e perdono o vedono modificarsi il proprio ruolo di guida. Chi può, trova i genitori a sostituirli. Chi vive, invece, in condizioni di povertà educativa, non ha genitori a disposizione o nella possibilità di “farsi insegnante”, rischia di perdersi. Ancor di più se la motivazione iniziale è già in difetto. Per venire incontro a questa situazione le scuole e gli/le insegnanti potrebbero scegliere percorsi personalizzati e una didattica dinamica e collaborativa, sfruttando anche le possibilità positive che la rete offre.

Un’altra questione riguarda, invece, l’assenza di dispositivi adeguati, che però non sembra una problematica presente solo nelle famiglie migranti se, come è rimbalzato in primavera su varie testate nazionali, un alunno/a italiana su quattro non possiede un pc e/o una connessione. Sempre parlando con alcuni genitori si può venire a conoscenza del fatto che per seguire al meglio lezioni a distanza si aveva bisogno di un PC, di una stampante e di una buona connessione internet, oltre che di spazi adeguati e silenziosi. Anche in questo caso occorre non generalizzare, ma molte famiglie migranti vivono in abitazioni anguste, a volte condividendo appartamenti con altri nuclei. Qui la questione si fa complessa e, come prima, mette in gioco non solo lo/la studente, ma tutto il nucleo familiare. La soluzione non è semplice, ma anche in questo caso si potrebbe provare a esercitare una didattica più attenta ai bisogni di ognuno/a; una vicinanza tra educatori/trici, studenti, famiglie, terzo settore potrebbe senz’altro segnalare i problemi e venire incontro anche alle esigenze più urgenti.

A livello educativo, poi, la didattica a distanza priva bambini/e e ragazzi/e di un elemento imprescindibile soprattutto negli anni della crescita e della formazione: la socializzazione. La limitazione dei rapporti sociali e interpersonali ridotti a figure dietro lo schermo, nel migliore dei casi, è un aspetto certamente da non sottovalutare. A scuola si impara a stare insieme, a stare in società. Per i più piccoli è uno dei luoghi della socializzazione primaria che, insieme alla famiglia e a una cerchia ristretta, forniscono tutte quelle nozioni, competenze, conoscenze, comportamenti che li accompagneranno per tutta la vita. Tutti i bambini e le bambine, di origine straniera e non, è a scuola che dovrebbero entrare a contatto con l’altro da sé, qualunque siano queste altre alterità. A scuola i corpi diversi da quelli della cerchia familiare più stretta si incontrano. E qui veniamo al dunque, l’assenza di corpi che si incontrano e si conoscono è un problema, oseremmo dire una disfatta, per tutti. Frequentare la scuola è un’enorme occasione per chi è arrivato da poco, per chi è arrivato da molto e ha una famiglia che vive all’interno della comunità etnica, ma anche per gli autoctoni. È infatti a scuola che ci si conosce e che quindi si crea un laboratorio di convivenza e conoscenza che, chissà, ogni bambino potrebbe portare poi a casa.

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Articolo di Sara Rossetti

SARA ROSSETTI FOTO.jpg

Sara Rossetti ha conseguito un dottorato in Storia politica e sociale occupandosi di migrazioni femminili nel Novecento e un master in didattica dell’italiano a stranieri. È coautrice di “Kotha. Donne bangladesi nella Roma che cambia” (Ediesse, Roma, 2018). Si occupa di intercultura, migrazioni passate e presenti, didattica dell’italiano a stranieri, questioni di genere e opera come formatrice su questi temi. Lavora inoltre come insegnante.

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