Le vie che orientano. Storia, identità e potere dietro ai nomi delle strade di Deirdre Mask

Da qualche settimana è in libreria un testo insolito, The Address Book, nel titolo originale, tradotto in italiano Le vie che orientano. Ne è autrice Deirdre Mask, avvocata e scrittrice afroamericana, che ha studiato legge a Oxford e Harvard, specializzandosi in scrittura in Irlanda. Il percorso di studi cosmopolita e la formazione multidisciplinare di Mask, che ha insegnato ad Harvard e alla London School of Economics, emergono da questo testo ricco di informazioni, racconti, riflessioni personali, reportage, digressioni nei diversi campi del sapere; una scrittura che in certi momenti inonda chi legge con la sua potenza e raggiunge due effetti solo apparentemente contrapposti: suscitare grande curiosità e volontà di ulteriore approfondimento e richiedere la necessità di prendersi una pausa per assimilare e rielaborare tanti stimoli e tanta informazione. L’avvocata scrittrice che collabora con “The Guardian”, “The New York Times” e “The Atlantic” tratta un tema molto vicino alla nostra associazione, Toponomastica femminile, perché indaga sul ruolo e sul potere dei nomi delle vie. Come scrive nella prefazione Liza Candidi, «i nomi di strade e piazze rappresentano la nostra eredità culturale, ciò che decidiamo di tenere o buttare via del passato, svelano quali parti della storia guidano il presente. Ma chi decide quali nomi ricordare? […] E se le strade intorno a noi commemorano carnefici e tiranni, abbiamo la responsabilità civile di modificarli oppure li assumiamo come un precipitato stoico cristallizzato e immutabile?». Interessante questione per noi toponomaste e toponomasti che, come sottolinea ironicamente Mask raccontando di un soggiorno di Roland Barthes a Tokyo, siamo tutte e tutti semiotici, perché abbiamo il vizio di cercare il senso di ogni cosa. La prefazione, che ha una parte dedicata prevalentemente alle vie italiane e alle proposte di intitolazioni controverse e ideologicamente connotate, si sofferma su quella che la Presidente di Toponomastica femminile chiama «misoginia ambientale» e ricorda la mission dell’associazione nata su facebook: intitolare luoghi alle donne, per combattere la loro invisibilità.

Nella prima parte, intitolata Sviluppo, Mask riflette sui vantaggi di avere portato un sistema di indirizzi a Kolkata (Calcutta), in India, occasione per scoprire le condizioni di estremo degrado e povertà degli slums e per dare loro una serie di diritti e opportunità, che senza un indirizzo non potrebbero avere. Merito di un’associazione, Addressing the World-An Address for Everyone. Con nostra grande sorpresa scopriamo che la mancanza di indirizzi riguarda anche la West Virginia. Secondo l’Upu, Unione Postale Universale, che l’autrice ci fa conoscere nel suo libro, gli indirizzi sono uno dei modi meno costosi per togliere le persone dalla povertà. Parlando dell’epidemia di colera ad Haiti l’avvocata giornalista riesce a fare un interessante excursus su come John Snow, medico, vegetariano, astemio e scapolo, che perlustrava le vie e i bassifondi di Londra, scoprì l’origine e la diffusione di quell’epidemia localizzandone il focolaio.

Nel capitolo intitolato Origini l’autrice riflette sulle “mappe multisensoriali” dell’antica Roma, città “figurabile”, come la definisce Kevin Lynch, professore di urbanistica. Chi leggerà potrà capire che cosa intende il docente del Mit quando appella in questo modo anche altre città, come Firenze. Il capitolo prosegue con la costruzione della storia delle mappe delle città, attraverso la quale ha occasione di raccontarci gustosissime vicende sull’origine dei nomi delle vie di Londra. Trattando degli editti dei numeri civici nella Vienna di Maria Teresa d’Austria, Mask ci fa riflettere su come sia stato importante nella costruzione dello Stato moderno individuare una residenza identificabile per tassare, arrestare o arruolare i cittadini e come attraverso questa operazione si siano gradualmente affermati il potere e il controllo del sovrano, prima quasi inesistenti, non senza forme di ribellione da parte delle popolazioni. Notevole è la descrizione del sistema elaborato nella Parigi del Settecento dal funzionario di polizia Jacques Francois Guillauté che costruì un piano eccezionale per sorvegliare ogni cittadino, piano che prevedeva di redigere un fascicolo dettagliato per ogni uomo, donna o bambino della città. Il Portadocumenti, azionato a pedali, «avrebbe consentito di immagazzinare le vite della città in una stanza grande come un auditorium». Come non pensare al Grande Fratello rappresentato dai social che ci profilano ogni volta che vi accediamo? Interessante la parte dedicata a Manhattan e a Philadelphia narrate attraverso la vita del quacchero Penn per farci scoprire la preferenza degli americani per le vie numerate. Curiosissima la parte su Giappone e Corea del Sud, che non danno nomi alle vie e che invito a leggere per scoprire quali strumenti abbiano escogitato per orientarsi e non fare impazzire i/le turisti/e stranieri/e. In particolare, in Giappone, si numerano gli isolati e nella maggior parte dei casi gli edifici sono numerati non in ordine geografico ma in base alla data di costruzione. In Corea del Sud, ex colonia giapponese, dal 2011 si sono dati nomi delle vie all’occidentale, ma pare che ciò sia stato fatto soprattutto per le persone straniere e che i coreani preferiscano mantenere i vecchi indirizzi.

Nella parte intitolata Politica l’autrice si chiede «perché i rivoluzionari ispirano i nomi delle strade» e ci riporta alla vicenda di Bobby Sands e della protesta dei cattolici di Belfast negli anni di Thatcher, descritta con dovizia di particolari, soprattutto nella parte della reclusione in carcere e del trattamento riservato dalla Gran Bretagna agli oppositori irlandesi. Non esiste una via Bobby Sands nella sua città e nemmeno in Irlanda del Nord, ma la storia della via Bobby Sands in Iran merita di essere letta, perché poco conosciuta ed estremamente significativa. I cambiamenti dei nomi delle vie in occasione di rivolgimenti politici come la Rivoluzione francese o la rivoluzione culturale in Cina non devono stupirci. «Nominare una cosa è affermare il proprio potere su di essa: per questo Dio invita Adamo a nominare tutti gli animali dell’Eden (con implicazioni problematiche) anche Eva» spiega l’autrice. Il controllo sui nomi delle vie è bene espresso dalla scelta della Cina comunista di non dedicare alcuna strada a nomi che possano ricordare personaggi eroici o storia delle minoranze nelle zone maggiormente popolate da queste.

Tutta da leggere la parte su Berlino, sulle strade degli ebrei e sulla denazificazione, che ci fa riflettere sull’importanza dell’odonomastica. «In un certo senso, i nomi delle strade sono lo strumento perfetto della propaganda. Li pronunciamo senza nemmeno accorgercene e, meglio ancora, siamo costretti a usarli tutte le volte che diamo indicazioni, scriviamo lettere o compiliamo un modulo di qualsiasi tipo. In questo modo, lo Stato può letteralmente metterci le parole in bocca. I nazisti lo capirono meglio di chiunque altro…», come ci ha ricordato in un altro libro bellissimo, La manomissione delle parole, Gianrico Carofiglio.

Nel capitolo del libro intitolato Razza Mask, in un interessante racconto utile per capire questioni americane che difficilmente ci vengono raccontate, si chiede perché la popolazione americana continua a litigare per le strade dedicate ai confederati, quasi tutte localizzate al Sud. E la questione razziale nei confronti dei neri emerge con tutta la sua forza. Nel reportage/racconto dedicato a Saint Louis, una delle città più segregate d’America, l’autrice riflette sul razzismo strisciante delle vie dedicate a Martin Luther King, anche queste collocate prevalentemente al Sud, sulle cui intitolazioni sono spesso scoppiati scontri, anche nelle località oggi considerate progressiste. E nella percezione corrente tali vie sono sempre abitate da neri e solo per questo malfamate. Notevole anche la parte riservata al Sudafrica e alla diatriba sui toponimi a Pretoria. In conclusione Mask, mentre riprende la descrizione della Manhattan contemporanea, ci riferisce un fenomeno che ha del paradossale ai nostri giorni: tra i criteri per attribuire valore alle case oggi ci si affida anche alle intitolazioni delle vie, i cosiddetti indirizzi a scopo estetico. Il prezzo degli immobili lievita se la via è dedicata a un nome o a una zona di prestigio. Il capitolo finale è dedicato ai senza fissa dimora, che sono più di quanti si possa immaginare in una società che non conosce il significato di Stato sociale. La condizione di senza fissa dimora, temuta perché rappresenta la premessa per essere senza diritti, senza lavoro, senza servizi, sta per essere risolta con una soluzione fantasiosa, legata ai numeri civici, da parte di un’associazione, che lascio a chi legge scoprire, insieme all’App What3words e a Google Plus Codes, servizi utili in caso di emergenza ma pericolosi se ci porteranno a fare a meno degli indirizzi e delle intitolazioni delle strade.

Del volume Le vie che orientano un pregio inconfutabile è averci fatto scoprire le storie di impegno e solidarietà di tanti personaggi del passato e del presente, veri e propri pionieri, di cui l’autrice ha saputo dipingere ritratti credibili e fedeli. Il libro è popolato di “paesaggi umani” verso cui si sente tutta la sua simpatia. Leggendo il testo di Deirdre Mask si ha l’impressione, in parte confermata da lei stessa, che la consapevolezza dell’importanza delle vie si sia formata gradualmente nella sua ricerca, partita con uno scopo diverso. A noi che siamo abituate/i a uno sguardo di genere sul mondo, fa specie che manchi un’indagine sui nomi femminili delle strade, in un capitolo dedicato, magari relativo agli Usa. Ma forse proprio la considerazione, che accompagna tutto il libro, che i nomi delle vie sono una questione di potere  e di identità non è che una conferma definitiva della «misoginia ambientale» della nostra società.

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Articolo di Sara Marsico

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Abilitata all’esercizio della professione forense dal 1990, è docente di discipline giuridiche ed economiche. Si è perfezionata per l’insegnamento delle relazioni e del diritto internazionale in modalità CLIL. È stata Presidente del Comitato Pertini per la difesa della Costituzione e dell’Osservatorio contro le mafie nel sud Milano. I suoi interessi sono la Costituzione , la storia delle mafie, il linguaggio sessuato, i diritti delle donne. È appassionata di corsa e montagna. 

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