«Ho sparato a John Lennon»

Il Dakota Building è uno splendido edificio residenziale prospiciente Central Park, a New York. Commissionato da Edward S. Clark, cofondatore dell’industria di macchine da cucire Singer, all’architetto Henry J. Hardembergh e iniziato nel 1880, fu finito quattro anni dopo. Non sono chiare le ragioni per cui fu chiamato così: probabilmente l’allora scarsa popolazione della zona, l’Upper West Side di Manhattan, suggeriva luoghi remoti, selvaggi e semideserti come lo Stato del Dakota, oppure la predilezione di Clark per i nomi western lo fecero propendere per quella scelta. Fu progettato per essere una residenza di lusso, cosa allora molto inusuale: la zona, all’epoca, era quasi rurale e i ricchi non amavano i grandi condomini caotici, abitati solo da famiglie del ceto popolare, preferendo le ville unifamiliari. Ma Hardembergh progettò un edificio sontuoso in uno stile eclettico, un po’ neogotico e un po’ neorinascimentale, con appartamenti enormi e soffitti a doppia altezza, rifiniture preziose e grandi spazi di rappresentanza comuni in cui i magnati del commercio e della finanza potevano dare feste e ricevimenti.

Il Dakota divenne dunque uno status symbol di tipo nuovo, urbano e americano, in linea con lo spazio sempre più risicato della metropoli e i costi sempre più proibitivi del suolo. Clark investì un milione di dollari per costruirlo e sessanta famiglie facoltose vi acquistarono un appartamento. Caratteristica del Dakota è anche quella di non avere scale antincendio, cosa rara per Manhattan, perché sarebbe stato costruito con materiali ignifughi e fonoassorbenti. Fu abitato da ricchi di tutti i generi: dai magnati dell’industria come Theodore Steinway, erede della fabbrica di pianoforti più famosa del mondo, che vi ospitò il compositore Pëtr Il’ič Čajkovskij, ad artisti del calibro di Judy Garland, Liza Minnelli, Leonard Bernstein, Rudolf Nureyev e Lauren Bacall, il cui appartamento di nove stanze, in cui visse mezzo secolo, sarebbe stato di recente venduto a 23,5 milioni di dollari. Ma non basta la ricchezza per abitate al Dakota: come in un club aristocratico, è necessario passare l’esame dell’assemblea di condominio, che ha bocciato Jack Palance, Melanie Griffith, Madonna, Bono, Carly Simon e diverse altre star. Nel 1968 il regista Roman Polanski utilizzò gli esterni del Dakota per il suo bellissimo e tenebroso film Rosemary’s Baby (il che la dice lunga). Nel 1973 vi andarono ad abitare anche Yōko Ono e suo marito John Winston Ono Lennon – il cui secondo nome gli era stato imposto, con impeto patriottico, in onore di Churchill e il cui primo cognome si era scelto per amore di sua moglie – più famoso come John Lennon. La coppia acquistò anche altri due appartamenti per gli ospiti e uno a uso ufficio.

Il Dakota Building nel 1884

Cento anni dopo la posa della prima pietra, l’8 dicembre 1980, il venticinquenne Mark D. Chapman si trovava davanti al Dakota. Aveva una copia del romanzo di Jerome D. Salinger The Catcher in the Rye (Il giovane Holden) in una tasca del giubbotto di jeans imbottito di pelliccetta e un revolver Charter Arms .38 Special nell’altra. Era un appassionato, addirittura fanatico ammiratore di Salinger e del suo capolavoro. Chapman, che di secondo nome faceva David come Salinger, era affascinato dalla figura di Holden Caulfield, che considerava “antisociale” e, come Holden, era stato ricoverato in una struttura ospedaliera per malattie mentali. Non è il caso di addentrarsi qui in questioni di critica letteraria né tantomeno di diagnostica psichiatrica: la storia di Holden, che il protagonista racconta dall’ospedale, comincia così: «Se davvero volete sentirne parlare, la prima cosa che vorrete sapere sarà dove sono nato, e che schifo di infanzia ho avuto, e cosa facevano e non facevano i miei genitori prima che io nascessi, e altre stronzate alla David Copperfield, ma a me non va di entrare nei dettagli, se proprio volete la verità», e finisce così: «Non raccontate mai niente a nessuno. Se lo fate, poi vi mancherà chiunque». Holden è un ragazzotto della borghesia newyorkese degli anni Quaranta del Novecento, cacciato dal college, che si concede tre giorni di frastornata libertà prima di tornare a casa e affrontare l’ira e lo sconcerto dei suoi, e che, come tutti gli adolescenti di questo mondo, non si sente al suo posto da nessuna parte. Doveva essere quest’aura di indeterminazione, di sospesa inquietudine asociale, di cosciente diversità che a Chapman faceva sentire Holden tanto simile a sé. Fatto sta che la polizia, quando arrivò davanti al numero 1 di West 72nd Street, lo trovò tranquillo, seduto sul marciapiede a leggere il romanzo che presumibilmente conosceva a memoria. Non oppose alcuna resistenza quando gli misero le manette. L’altra sua mania era John Lennon. Chapman ne era tanto ossessionato da aver sposato, l’anno precedente, Gloria Hiroko Abe, una donna di origine giapponese che gli ricordava Yōko Ono. E, quanto a fisime, sarebbe anche potuto bastare. Invece era frustrato: si sentiva tradito dal suo eroe, colpevole, a suo avviso, di essere diventato troppo ricco e famoso, di aver tradito gli ideali di pace e amore espressi in tante canzoni mentre lui, invece, era rimasto un poveraccio: «La cosa che mi faceva imbestialire di più era che lui avesse sfondato, mentre io no», dichiarò dopo l’arresto. 

Nato a Fort Worth, nel Texas, venticinque anni prima, Chapman aveva una storia di problemi con la droga e di frequenti episodi di squilibri mentali. Il suo ultimo lavoro, nonostante il suo passato non consigliasse di fargli maneggiare armi, era di guardia giurata a Honolulu. Era già stato ad aspettare John Lennon davanti al Dakota nell’ottobre precedente, ma poi se n’era tornato a casa senza fare quello che si era prefisso. Ci tornò due mesi dopo e stavolta portò a termine il suo proposito.

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Yōko Ono e John Lennon davanti al Dakota

Nel pomeriggio dell’8 dicembre 1980 John Lennon e Yōko Ono uscirono da casa per recarsi in auto ai Record Plant Studios a lavorare al missaggio della canzone Walking On Thin Ice di Ono dopo una seduta fotografica con Annie Leibovitz per la copertina della rivista “Rolling Stone”. Lennon aveva insistito perché vi apparisse anche la moglie che però, come affermò poi la fotografa, «nessuno voleva in copertina». Quindi rilasciò per telefono a un dj californiano la sua ultima intervista per la radio Rko e, verso le 17,40, la coppia uscì. Mark Chapman, insieme ad altri fan, aspettava davanti al Dakota dalla mattina per chiedere a Lennon di autografare la sua copia di Double Fantasy, il settimo e ultimo album in studio del musicista; c’era sempre gente davanti al Dakota che sperava in un incontro e un autografo. Lennon la firmò ma, nel trambusto di quella sera, la copia finì abbandonata in una fioriera, fu raccolta in seguito e conservata per diciannove anni da “un uomo” che poi la cedette a “un privato” il quale a sua volta, tramite una casa d’aste, la vendette nel 2017 per un milione e mezzo di dollari.

La copertina di Double Fantasy autografata da John Lennon

Davanti al Dakota c’era anche il fotografo Paul Goresh, che casualmente ritrasse Chapman e Lennon insieme. Chapman porse in silenzio il disco a Lennon, che lo firmò e poi gli chiese: «È questo tutto quello che vuoi?». Chapman annuì e la coppia se ne andò. Verso le 22,50 Lennon e Ono tornarono a casa, contenti del buon esito del lavoro svolto, per dare la buonanotte al figlio cinquenne Sean e, volendo poi uscire di nuovo per andare a cena al ristorante Stage Deli, preferirono far attendere la limousine davanti all’ingresso del palazzo anziché parcheggiare nel ben più sicuro garage interno. Alcune testimonianze affermano che Chapman, nell’ombra accanto al portone, abbia chiamato «Mr. Lennon!» e che poi abbia sparato in rapida successione cinque colpi con il suo revolver da circa tre metri di distanza, ma Chapman dichiarò poi di non ricordarsi se lo avesse chiamato o no. I colpi comunque furono cinque: il primo andò a vuoto e infranse una finestra, due colpirono Lennon alla spalla sinistra, due sul lato sinistro della schiena; un proiettile gli perforò l’aorta. Sanguinando copiosamente e mormorando «Mi hanno sparato», Lennon riuscì ad arrivare alla guardiola del personale di sicurezza prima di cadere. Il portiere gli mise addosso la sua giacca e chiamò la polizia. Un custode tolse la pistola dalle mani di Chapman che, imbambolato, non reagì. Alla domanda «Lo sai che cos’hai fatto?», rispose «Sì, ho sparato a John Lennon».

La polizia arrivò subito. Una prima auto portò Lennon in ospedale perché le sue condizioni apparivano troppo gravi per aspettare un’ambulanza; altri agenti arrestarono Chapman. Tre ore dopo dichiarò: «Sono sicuro che una grossa parte di me è Holden Caulfield. Una piccola parte di me deve essere il diavolo».

Mark Chapman dopo l’arresto

Gloria Hiroko Abe, la moglie di Chapman, seppe dell’omicidio dalla televisione, che diramò la notizia con le parole: «John Lennon è stato ucciso a New York da un maschio caucasico». Disse poi di essere stata al corrente dell’intenzione di suo marito, che le avrebbe però dichiarato, dopo la sua prima visita davanti al Dakota nell’ottobre 1980, di aver rinunciato all’idea per amore di lei e di aver gettato la pistola. Mark David Chapman fu condannato ad un periodo di detenzione da vent’anni all’ergastolo. Nel 2000, scontata la pena minima, dichiarato il suo pentimento e chiese scusa a Yōko Ono e a Sean Lennon, ma non ottenne la scarcerazione. Fino a oggi l’ha chiesta invano undici volte. Yōko Ono si è sempre opposta. In questi quarant’anni Hiroko Abe ha potuto incontrare suo marito in cella per quarantaquattro ore l’anno. In una recente intervista al Daily Mail ha detto: «Fare sesso in prigione è bellissimo. Trascorriamo il nostro tempo mangiando pizza e guardiamo la televisione».

Qualche tempo dopo l’omicidio di John Lennon, Yōko Ono dichiarò di aver incontrato il fantasma del marito seduto davanti al suo pianoforte bianco, cosa che non l’aveva stupita perché il Dakota, a quanto si dice, di fantasmi ne ospita diversi. Andai al Dakota dieci anni fa con la mia compagna e mia figlia. Quando arrivarono ero lì da una settimana e avevo già girato Manhattan in lungo e in largo, giorno e notte, alla ricerca dei luoghi che, attraverso film, libri, musica e fumetti, avevano costituito buona parte della mia autoformazione giovanile e perfino della mia educazione sentimentale. Amici cordiali mi avevano indicato dove mangiare un hamburger di bisonte, osservare in vetrina una chitarra a dodici corde appartenuta a Roger McGuinn, ammirare colossali scheletri di dinosauri, prenotare l’ascesa all’Empire State Building senza fare tre ore di coda, prendere il battello per Ellis Island, guardare la casa di Edward Hopper passeggiando al tramonto a Washington Square. Pur essendo ben consapevole di essere, in quei momenti, un turista come tanti, ero perennemente preso dall’emozione che la città mi suscitava accarezzando suggestioni giovanili e dando loro la forma tangibile, solida, reale che avevo desiderato per decenni. Sapevo che era l’effetto che New York fa praticamente a tutti, ma non pretendevo l’esclusiva e mi andava benissimo.

Scelsi di vedere da solo cose e luoghi che presumibilmente non avrebbero interessato la mia compagna e mia figlia e di lasciare i pezzi forti alle settimane che avremmo passato insieme. Portavo anch’io in tasca una copia di Il giovane Holden per riconoscerne i luoghi (ma niente revolver). Cercammo sulla mappa il numero 1 di West 72nd Street. Era la prima volta che ci andavo, ma avevo letto tutto quello che avevo trovato. Devo riconoscere che il mio fu una sorta di pellegrinaggio. Il Dakota era bellissimo. Mentre ci avvicinavamo, attraversando Central Park, vedevamo i pinnacoli, le decorazioni in ferro battuto dei suoi dieci piani, i tetti a cuspide di quell’edificio architettonicamente bizzarro ma americanamente classico. Restammo alcuni minuti a guardare l’ingresso e fantasticammo sulla vista che si gode sul parco. Raccontai l’accaduto dell’8 dicembre 1980 cercando di stabilire, in modo effettivamente un po’ maniacale, l’andamento preciso dei fatti e le posizioni esatte. Mia figlia disse «Be’, entriamo, no?» e io la bloccai pensando che il personale di vigilanza le avrebbe sparato. Voleva suonare alla porta di Yōko Ono e farci due chiacchiere; mi dispiacque dissuaderla, ma davvero non mi sembrava il caso. Non sembrò convinta ma rinunciò al suo proposito.

L’ingresso del Dakota al numero 1 di West 72nd Street

Ora sono passati altri dieci anni, John Lennon ne avrebbe ottanta. Ci si domanda cosa avrebbe combinato in questa seconda metà della sua vita, se e quali canzoni avrebbe ancora scritto, se fosse ancora convinto di ciò che dichiarò nel 1966: «Non so chi morirà per primo, se il rock and roll o il Cristianesimo». Domande oziose, è logico, a cui non vi sarà mai risposta, ma che noi fan ci poniamo ogni tanto. È più sensato chiedersi perché ancora oggi il Secondo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, approvato 229 anni fa, consenta a un folle di andarsene in giro armato in un Paese in cui una popolazione di 318 milioni di persone possiede 375 milioni di armi da fuoco. Ma suscita perplessità anche un sistema penale in cui un uomo di sessantacinque anni, in carcere da quaranta, non sappia né se né quando uscirà, almeno finché una vedova irremovibile, oggi ottantasettenne, sarà in vita o non cambierà idea. Noi, abituati, all’opposto, a veder circolare per strada persone condannate a nove ergastoli per strage, fatichiamo a comprendere una logica tanto diversa. E viene da chiedersi – domanda più oziosa di tutte – se l’autore di Imagine, che cantava il sogno di un mondo senza patrie, paradisi, inferni e proprietà, condividerebbe quello di un mondo senza prigioni per cui combatte la settantaseienne Angela Davis.

Non so se questo nuovo presidente vorrà prendere provvedimenti impopolari e bloccare le stragi continue commesse da gente qualunque, di cui solo quelle che causano vittime illustri fanno notizia e vengono commemorate quarant’anni dopo. Da parte mia continuerò a pensare al Dakota come a un’architettura di sogno ma in cui, pur amando New York, e anche se fossi pieno di milioni, non vorrei andare ad abitare.

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Le citazioni da Il giovane Holden sono tratte dalla traduzione di Matteo Colombo dell’edizione Einaudi del 2014

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Articolo di Mauro Zennaro

Mauro Zennaro, grafico, è stato insegnante di Disegno e Storia dell’arte presso un liceo scientifico. Ha pubblicato numerosi articoli e saggi sulla grafica e sulla calligrafia. Appassionato di musica, suona l’armonica a bocca e qualcos’altro in una blues band.





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