il mondo nuovo. La Prima guerra del Golfo

Da sempre l’area del Medio Oriente è oggetto di accordi e litigi per la presenza di petrolio. Gli anni Ottanta hanno visto una guerra tra Iraq e Iran, un’invasione sovietica in Afghanistan e numerose trattative commerciali tra gli Stati arabi e il mondo occidentale. La famiglia del Presidente degli Stati Uniti George Bush è tra i principali commercianti di petrolio al mondo ed è quindi direttamente interessata a controllare la regione del Golfo Persico. I suoi rapporti con i Paesi arabi (in particolare Kuwait e Arabia Saudita) non sono mai stati nascosti. Al governo in Iraq siede Saddam Hussein, appartenente al partito Baa’th, espressione del socialismo arabo che fa riferimento all’Egitto di Nasser. Hussein aspira a diventare il leader del mondo islamico in funzione antioccidentale e antisionista. 

Nell’agosto del 1990 l’Iraq invade il Kuwait, piccolo Paese del Golfo Persico che produce il 40% del petrolio mondiale. Considerato che nel Kurdistan iracheno si trovano anche i pozzi petroliferi di Mosul e Kirkuk, se l’attacco al Kuwait riuscisse Saddam Hussein diverrebbe il primo detentore di petrolio al mondo.

Immediatamente l’Onu condanna l’invasione e impone un embargo all’Iraq. Gli Stati Uniti stanziano centinaia di migliaia di soldati in Arabia Saudita, Paese islamico ma filooccidentale, come pressione sull’Iraq. A novembre l’Onu lancia un ultimatum al governo iracheno: deve ritirare le truppe dal Kuwait entro il successivo 15 gennaio, altrimenti il Consiglio di Sicurezza autorizzerà l’uso della forza. 

Vista la mancata risposta, la notte tra il 16 e il 17 gennaio 1991 una coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti attacca l’Iraq e le truppe irachene in Kuwait. 

Bombe in diretta su Baghdad, gennaio 1991

L’operazione avviene con il beneplacito dell’Onu. È un fatto nuovo e inaudito: l’organismo sovranazionale Nato per evitare nuove guerre, che in decenni di guerra fredda ha sempre mediato per evitare l’esplodere di conflitti, ora lancia un ultimatum e indice una guerra, mancando al suo compito di garante della pace mondiale. L’altro fatto nuovo è che, per la prima volta dopo quasi cinquant’anni di guerra fredda, la Russia entra nella coalizione guidata dagli Stati Uniti e combatte al loro fianco. Su richiesta dell’Onu, Israele si tiene fuori dal conflitto: un suo coinvolgimento contro uno Stato arabo rischierebbe di far uscire tutti gli altri Paesi musulmani e mediorientali dalla coalizione internazionale contro l’Iraq.

In quanto componente della Nato, anche l’Italia partecipa alla guerra contro Saddam Hussein: è la prima volta da dopo il fascismo che l’esercito italiano invade uno Stato straniero. La Guerra del Golfo apre una spaccatura nella società italiana tra chi ritiene prioritario tutelare i propri interessi e chi ricorda quel«L’Italia ripudia la guerra […] come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali»sancito dall’articolo 11 della Costituzione, mai prima violato nella storia della Repubblica. 

L’Italia ripudia la guerra

Il giorno della votazione sulla guerra il movimento pacifista delle donne in nero è presente alla Camera contro la missione e la stessa Presidente dell’aula Nilde Iotti è vestita di nero in segno di contrarietà all’intervento in Iraq. La notte del primo combattimento non solo la Cnn americana ma anche la televisione italiana trasmettono in diretta le immagini dei bombardamenti, aumentando così il coinvolgimento politico ed emotivo di tutta la società.

Bush invita tutta la popolazione irachena a ribellarsi contro Saddam Hussein: a tale scopo fomenta l’indipendentismo curdo e finanzia i peshmerga, gruppi armati nel Kurdistan iracheno, per mettere in difficoltà il governo di Hussein, pur continuando ad accusare di terrorismo il Pkk, principale fautore dell’indipendenza curda sul fronte turco capeggiato da Abdullah Öcalan. Le milizie curde, memori del massacro operato nei loro confronti da Saddam Hussein nel 1988 dopo la guerra con l’Iran, colgono l’occasione per recuperare un peso politico e conquistano il controllo del territorio fino alla città di Kirkuk. Intanto l’esercito iracheno, decisamente inferiore alla coalizione occidentale, bombardato via terra e via aerea, non può resistere ed è costretto a ritirarsi precipitosamente e lasciare il Kuwait. A questo punto l’Occidente decide di interrompere il conflitto e di lasciare Hussein al governo dell’Iraq. Al tempo stesso gli USA interrompono gli aiuti alla causa curda, ora che Bush non ha più bisogno di alleati contro il governo di Baghdad. Senza nessun aiuto umanitario, il Kurdistan iracheno viene lasciato in balia della sanguinosa vendetta di Saddam Hussein mentre, in assenza di petrolio da tutelare, l’Occidente stavolta non interviene. Dando vita a un enorme esodo di massa, le famiglie curde sopravvissute fuggono nel Kurdistan turco e in quello iraniano, dove incontreranno la stessa repressione.

Per aver lasciato al potere Saddam Hussein e per aver mancato la promessa fatta in campagna elettorale di eliminare Fidel Castro, George Bush perde le elezioni del 1992, vinte da Bill Clinton, che rimarrà alla Casa Bianca fino al gennaio 2001.

In copertina. Donne in nero contro la guerra, 1991. Dall’Archivio delle memorie delle donne di Napoli, foto di Luisa Festa (particolare) 

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Articolo di Andrea Zennaro

Andrea Zennaro, laureato in Filosofia politica e appassionato di Storia, è attualmente fotografo e artista di strada. Scrive per passione e pubblica con frequenza su testate giornalistiche online legate al mondo femminista e anticapitalista.

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