ipazia di alessandria

Incontriamo Ipazia, ne udiamo i passi mentre scende la scalinata del teatro…dove ormai ogni giorno l’aspetta una folla immensa di giovani. Credono in lei, seppur immersa nei pensieri e tormentata dai suoi dubbi, spaventata per la visione nefasta del futuro che attende la sua città e le sue genti, ma sentiamo la sua voce…

Prologo.
Ipazia: «Nel grande misterioso teatro io, figlia di Teone, Ipazia d’Alessandria, sono sola sul proscenio, in piedi sulla pietra, da cui la mia voce può raggiungere ogni angolo dell’immenso semicerchio. Vedo le sagome di migliaia di ragazze e ragazzi che occupano l’orchestra e l’immensa scalinata di pietra. Come è possibile che la mia città, Alessandria, in questi tristi tempi di decadenza delle arti, della filosofia, dei commerci, in cui gli edifici pubblici e i teatri cadono in rovina, dove imperversano dogmi e la libera ricerca non viene tollerata, possa raccogliere queste migliaia di giovani in attesa? In attesa di cosa? Forse della bellezza e della sapienza. Che cos’è il pensare? Il pensare è sperimentare la molteplicità delle sensazioni, in un rapporto continuo con l’universo soggetto ai nostri sensi, investigando con libertà e procedendo con la ragione, fino ad arrivare alla legge. Questa legge è un numero, una tendenza, una possibilità, una potenzialità. Le stelle, i pianeti, il Sole, la Terra, noi stessi, siamo una possibilità che dovrà realizzarsi. La legge ha creato un limite e questo limite dovrà diventare infinito attraverso la conoscenza che è proposta di vita, proposta di esperienza, è proposta dell’ignoto, è produzione di situazioni nuove. Gli antichi, con Platone, sostenevano che noi impariamo ricordando ciò che la nostra anima vide una volta; il sapere è reminiscenza. Noi diciamo che esiste qualcosa in noi che era quando questo mondo ancora non era. Tramite il sé, ognuno può tornare alla conoscenza. Questo dobbiamo fare affinché diventi infinito quello che è nato finito, diventi cosciente quello che è incosciente, diventi certezza quella che è ancora probabilità. È l’avventura della coscienza, è l’andare oltre la legge, oltre la possibilità. Le leggi sono per coloro che non le comprendono, coloro che le comprendono sono destinati a violarle. Guai se così non fosse! Non avremmo nessuna possibilità di crescere. Noi affermiamo che le stelle fisse non si trovano nell’ottava sfera come dissero gli antichi e non devono chiamarsi fisse. Il movimento delle stelle non può ancora essere misurato; esistono nello spazio infiniti altri astri come la Terra, la Luna e i pianeti che compiono i loro circoli attorno a sé come fa la Terra che si muove attorno a sé e attorno al suo Sole. Ogni astro nello spazio è attratto verso ogni altro astro. Noi per conoscere dobbiamo sperimentare; sperimentare è vedere con la nostra ragione, costruire ipotesi e dedurre conseguenze che devono essere verificate o confutate. Il potere non può imporci le sue verità assolute basate su dottrine che non devono essere sottoposte alla prova dell’intelletto.
Ma… Ecco… Silenzio, freddo, nebbia fitta sopraggiungere… Non andate via, vi prego, non abbandonatemi in mano a coloro che mi perseguitano, ai nemici della vita. Io devo rendere comune ad altri il mio sapere, la mia scienza è vana se nessuno porge orecchio alle mie parole. Che l’ignoranza non offuschi la mia e la vostra vista né la bellezza intorno a noi. Vedo, ahimè, che sono tutti andati via… Vittime della paura…»

1a scena. Nel laboratorio del Museo, non lontano dalla Biblioteca.
Ipazia: «Torno nel mio laboratorio, là dove preparo le mie lezioni, facendo tardi ogni notte. Le nostre vite saranno pure brevi, ma il nostro pensiero vivente non verrà disperso dall’ignoranza e dal potere; verrà raccolto dagli amanti della conoscenza. Studio diversi argomenti, elevata è la mia curiosità in diverse branche del sapere. Ora vado a rivedere alcuni campi d’indagine presso la ruota dei saperi che ho costruito. I saperi sono tutti connessi tra loro e niente è più importante di qualcos’altro…

Laboratorio di Ipazia

Gira, gira la mia ruota, qui ci metto i rotoli completati, dove ho scritto ciò che ho studiato e sperimentato. Quando mi sorge un dubbio riapro il rotolo per aggiungere, togliere, modificare… Ecco il rotolo della fisica dove ho scritto dell’Atomo, come ne parla Democrito di Abdera; poiché tutto è infinito, anche infinite sono le grandezze del vuoto e la quantità degli atomi. È possibile quindi una quantità infinita di mondi. Apro un altro rotolo di fisica dove considero la Materia, il Moto, la Forza cosmica. Gli antichi filosofi hanno cercato l’elemento archetipo, il principio iniziatore della realtà. L’acqua per Talete, la natura indefinita per Anassimandro, l’aria infinita per Anassimene, il numero per Pitagora, il fuoco per Eraclito o l’ente Uno per Parmenide. Credo che i filosofi non abbiano mai parlato alle masse, la sapienza è stata sempre solo per i discepoli più stretti. Ma io dico che è ormai giunto il tempo che tutti i popoli abbiano diritto alla conoscenza e a maggior coscienza. Molti i miei studi sulla caduta dei gravi.

Ipazia e la gravità

Gira la ruota gira, ecco il rotolo della Luce e del Tempo. La luce non può essere accelerata o frenata: corre sempre alla stessa velocità. Il tempo può essere misurato da strumenti che permettono la ripetizione di un evento fisico a intervalli regolari, ossia di eguale durata. Tempo e spazio non sono immutabili, clessidre in moto mutano di ritmo e regoli in moto mutano di lunghezza.

La clessidra

Mi occupo di filosofia che sta alla base di tutto, Platone e poi Plotino mi sono maestri: ecco il rotolo sul Logos. L’unica strada è quella di rompere le gabbie, crescere, apprendere, amare, andare oltre i limiti e abbracciare la totalità. Plotino morì dicendo “Cercate di ricongiungere il divino che è in voi al divino che è nell’universo” Io sono profondamente religiosa perché indago dentro e fuori di me. Mi interesso di Politica. Chi è degno di governare? Uno, pochi, molti, il ricco, il povero? Platone afferma che per governare l’importante è conoscere la scienza politica, cioè conoscere il tempo opportuno per dare avvio alle cose, conoscere il momento giusto, il kairos, per non bloccare lo sviluppo. Ora, è una buona politica e nostro desiderio che ciò che viviamo, io Ipazia e i miei/le mie discepole, venga trasmesso ai millenni futuri; non solo le nostre ricerche scritte o i nuovi strumenti per l’osservazione e la misurazione dei fenomeni naturali, ma anche il pensiero che è vivente quanto noi e che si espande per vie misteriose.
E ora chiudo sull’Arte. Chi è l’artista? È colui o colei che sente il profumo della vita. Io, Ipazia, voglio parlarvi del suono, dell’importanza che la musica ha assunto nella nostra cultura. Voglio parlarvi della voce che percorre lo spazio con un movimento continuo. Musica, pittura, scultura, teatro, non più distinguibili, divengono un’arte nuova, totale. L’artista non trasmette se stesso/a, ma diviene un tramite, riceve e trasmette immagini. L’artista è l’uomo/la donna che sa vivere profondamente, attraverso scelte continue, è un religioso, una religiosa della parola, della scrittura, della musica, della pittura, della scienza…».

2a scena.
Ipazia: «Mi trovo nella biblioteca, mi muovo nella stanza con preoccupazione; allievi, allieve! Si deve evacuare la Biblioteca per minacce di incendio da parte dei soldati romani dell’Impero, alleati con la Chiesa cristiana, che vuole trasformare gli uomini in greggi. Da tempo vi dicevo della gravità di ciò che stanno imponendo. Vogliono che si parli solo latino e che scompaiano il greco e l’ebraico, lingue così ricche di cultura, vogliono che si rompa l’armonia tra Ragione e Religione che hanno convissuto per secoli. Orsù, Valerio, Sinesio, Nicandro, Esichio, Shalim, Valeria, fate presto! Anche tu poeta Claudio, vedo che aiuti, dimostrando così che anche i poeti, quando occorre, sanno agire. Ecco i sacchi di juta dove infilerete i rotoli che vanno nascosti nelle anfore e portati nelle grotte presso il porto. Olimpio, nostro amico, ha avuto da poco dei presagi di morte, ha sognato incendi distruttivi. E infatti oggi, 21 agosto 391, infuria un grande incendio che distrugge lo splendido tempio con 100 gradini in marmo. Vedo che lo assaltano, rovesciano le statue, il fuoco distrugge il Serapeo e la Biblioteca. Teone viene colpito a morte dal crollo di una colonna. Lo vedo e corro ad abbracciarlo: «Addio padre, sei stato dolce come una mamma. Sì, continuerò io a salvare la conoscenza, te lo prometto…».

Sono passati alcuni anni, mi sento sempre più oppressa, chiusa nel mio laboratorio. È il 393 d.C., decido di andare a Milano a incontrare Ambrogio capo della chiesa cristiana. Insieme, non suppone come filosofi e scienziati possano lavorare insieme così come, per molti secoli, è stato possibile ad Antiochia, ad Atene, a Efeso, a Pergamo, a Siracusa e soprattutto da noi, ad Alessandria. Sulla via del ritorno, nel settembre 394, passo da Cartagine e vado da Agostino. Sono incredula, nel vederlo, non credo sia la stessa persona che conoscevo.

Ipazia: «Come ti ha trasformato Ambrogio! Insieme state rovinando le persone e in particolare le donne che sono portatrici di vita. Non dimenticare che ai primordi il mondo era senz’armi né eserciti, viveva nella pace, nella grande Madre Terra. Ora dite che nel mezzo delle gambe delle donne vi è immondizia e trasformate l’evento più bello in peccato. Mi dicono che stai organizzando dei conventi per rinchiudere le ragazze. State costruendo una religione di morte! Io che ho studiato, in gioventù con te, ricordo come asserivi che la ragione conduce all’intelligenza e alla conoscenza. Com’è lontano quell’Agostino! Qualunque religione, qualunque dogma, è un freno alla libera ricerca. Veramente Ambrogio è riuscito a soggiogare una mente come la tua?» Agostino risponde dicendomi: «Ambrogio mi ha convinto che la verità non potrà mai essere raggiunta con la ragione… quindi è perfettamente inutile dannarsi l’anima a cercarla; mi ripeteva “la lettera uccide, lo spirito invece vivifica!” Ipazia, sei una pagana e assomigli a me prima della rivelazione, prima che Dio mi parlasse al cuore, che mi rivelasse la verità. L’umanità intera dovrà essere grata ad Ambrogio per aver imposto l’abolizione dei giochi olimpici e l’abbattimento dei templi pagani in tutto l’impero. Tu sai che io ho vissuto una vita nel peccato, ma ora i miei occhi sanno riconoscere la luce. Mi accusi di aver abbandonato la fanciulla, madre di mio figlio, e di aver poi sposato una vergine di Milano. Ho obbedito all’autorità. Credo nell’autorità della Chiesa e ho riflettuto a lungo sul male: unde malum? Ora so che il male non esiste, è solo privazione del bene e proviene dal peccato originale. L’uomo non può decidere, può solo affidarsi a Dio; sono solo pochi gli eletti predestinati da Dio a salvarsi. Ora mi difendo dagli attacchi di persone come te, Ipazia, che si accontentano di confidare nella sola ragione. Noi abbiamo bisogno dell’autorità, senza autorità non c’è speranza e l’unica autorità è Dio. Ci conviene venerare e conservare la Trinità di un’unica sostanza, unico Dio dal quale siamo, per il quale siamo e nel quale siamo».

3a scena.
Voce fuori campo (Cirillo): «Ad Alessandria le cose andrebbero meglio se io e il prefetto fossimo amici e non lo siamo per colpa di Ipazia che si è messa di mezzo e ha attirato il prefetto Oreste nella sua orbita.»

Ipazia: «Il vescovo Cirillo, successore di Teofilo, non ha nessuna ragione di tipo filosofico per contrastarmi. Ha fatto trasferire le reliquie dei santi nel tempio di Iside cercando di sostituire l’impero romano con la sua Chiesa. Io continuo a fare le mie lezioni al popolo tutto; includo chiunque voglia partecipare, invito al pensiero critico, quello che pone il dubbio quale fondamento teorico. Sempre ho, tra i presenti, donne e uomini di differente fede. Col mio mantello scuro e un nastro rosso tra i capelli, segno del ruolo di chi vuole insegnare in pubblico, parlo loro liberamente. Cirillo dev’essere passato più volte con la sua carrozza e deve aver visto quelle 200 o 300 persone che si assiepano dove faccio comizio, in via del Sole. Questa vista ha scatenato il suo rancore e l’invidia per la mia serena aristocratica chiarezza discorsiva che valorizza la libertà di pensiero. Non chiedo oro in cambio della protezione, come fa lui stesso, ma solo, quello sì, chiedo che si mandino i figli a scuola. Ecco un giorno di marzo del 415 d.C., dopo un accesso di ira e di frustrazione, commissiona il mio omicidio in via del Sole. I suoi monaci parabolani, di nero vestiti, mentre cammino con Shalim, mi vengono aizzati contro. Io cado accasciandomi a terra sotto i loro colpi».

Shalim: «Sono Shalim, il discepolo che l’ha amata maggiormente, l’ho accompagnata, come ogni giorno… siamo improvvisamente assaliti dai parabolani. Un monaco parabolano afferra Ipazia per i capelli, la immobilizza con la mano sinistra, si fa aiutare da altri due indemoniati e le strappano gli occhi. Lei emette un grido straziante. Cerco di urlare, ma con un colpo mi azzittiscono. Con una conchiglia tagliente, dopo averle divaricato le gambe, le squarciano il pube e la penetrano. Sento che gridano: “Tu devi essere smembrata, ti faremo a pezzi come faremo del tuo pensiero!” Pietro, il lettore, urla di non colpirla al cuore, perché questo privilegio tocca a lui. Le mozzano le dita, le staccano le mani. Vogliono che io tenga gli occhi aperti. Le strappano i seni e le labbra. Ecco Pietro che si cala sul cuore e glielo strappa… il cuore del mio amore! e urla di gioia. Voglio morire, gettarmi a terra, ma mi costringono a guardare. Trascinano i resti per Alessandria, è un’orgia infernale: sono ebbri di sangue. Poi vanno verso il fuoco e devo assistere fino all’ultimo atto di questa Apocalisse. Sale il fumo che sporca il cielo stellato, è un demone che leva le sue unghie al cielo annaspando per disperdere gli irriducibili atomi di cenere che vibrano. Tutti urlano: “La donna è immondizia! E anche tu, Ipazia, sei solo immondizia! Questo dice Agostino da Ippona!”».

Ipazia, eroina della laicità, è il primo numero di questa rassegna di teatro-filosofico. Verranno mensilmente riprese figure femminili che ho portato in scena, nel corso del ciclo Con voce di donna.

In copertina: Rachel Weisz nel film “Agorà” di Alejandro Amenábar

***

Articolo di Maria Grazia Borla

Laureata in Filosofia, è stata insegnante di scuola dell’infanzia e primaria, e dal 2002 di Scienze Umane e Filosofia. Ha avviato una rassegna di teatro filosofico Con voce di donna, rappresentando diverse figure di donne che hanno operato nei vari campi della cultura, dalla filosofia alla mistica, dalle scienze all’impegno sociale. Realizza attività volte a coniugare natura e cultura, presso l’associazione Il labirinto del dragoncello di Merlino, di cui è vicepresidente. 

Un commento

  1. Se si usasse ancora la riverenza, io la farei e mille volte per il lavoro di scrittura di questa autrice su Ipazia. Il testo materializza la scena per far entrare noi lettrici/tori nella storia raccontata. Che dire? GRAZIE

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