Arslan e Khayat, scrittrici armene

Nel Giorno della Memoria vogliamo ricordare anche un’altra pagina dolorosa della Storia, quella del genocidio armeno e lo facciamo con le parole di alcune scrittrici che ce lo hanno tramandato. Un genocidio ancora oggi non riconosciuto da tutti gli Stati, soprattutto da quello turco che lo nega affermando che si trattò solamente dell’eliminazione di cinquanta ribelli nazionalisti armeni che si opponevano al Governo.
Ma così non fu e documenti e fotografie ci raccontano un vero eccidio, una persecuzione che ha corso il rischio di essere seppellita da oblio e negazionismo.

Tra il 1915 e il 1917, due milioni di Armeni che vivevano nell’attuale Turchia furono deportati nei territori che oggi appartengono alla Siria e all’Iraq ed un milione e mezzo morì per fame, violenze e stupri. La popolazione civile veniva deportata in decine di campi di concentramento che poi si trasformavano in immense fosse comuni. Lì, le persone venivano eliminate iniettando loro dosi letali di morfina o nelle camere a gas. Gli appartenenti alla milizia turca addetti a questi crimini passarono alla storia come “macellai della specie umana”.  Alcuni Stati come Russia, Francia e Gran Bretagna, seppur non con vigore, intimarono ai Giovani Turchi di far cessare questo orrore perchè c’era il rischio che venissero condannati per crimini contro l’umanità. Ma la minaccia non sortì alcun effetto e le violenze contro il popolo armeno furono perpetrate fino al 1923.

Furono le donne armene che non si arresero al genocidio e che, con caparbia volontà e senza aiuto, permisero al proprio popolo di non estinguersi e di continuare a sopravvivere. Raccolsero i fili della loro gente e li intrecciarono con i ricordi, gli usi, i costumi, le tradizioni scritte e orali, la cultura.
Antonia Arslan ci ricorda questa tragedia, con i suoi tre bellissimi libri: La masseria delle allodoleLa strada di Smirne e Il rumore delle perle di legno. Dal primo, pubblicato in Italia nel 2004, è stato tratto il film omonimo con la regia dei fratelli Taviani.

Antonia Arslan

Antonia nasce a Padova nel 1938 da padre armeno e madre italiana. Laureata in Archeologia, ha insegnato all’Università di Padova Letteratura italiana moderna e contemporanea. Suo nonno Yerwant cambiò, nel 1923, il cognome da Arslanian ad Arslan. Fu proprio la famiglia del nonno che durante il genocidio armeno subì una grave decimazione.

La masseria delle allodole è ambientato in Anatolia, nel 1915, allo scoppio della Prima guerra mondiale. In quella masseria verranno trucidati tutti gli uomini della famiglia Arslanian che lì si erano rifugiati, mentre per le donne e i bambini  iniziò un terribile viaggio con destinazione Aleppo. Un viaggio di fame, freddo, violenza e umiliazioni a cui tante sopravvissero. Molto toccante la storia di Azniv che, dopo aver resistito e prossima ormai alla liberazione, preferisce farsi uccidere per salvare la vita ai suoi nipotini che raggiungeranno l’Italia. È un romanzo intriso delle memorie della famiglia di Antonia che mette in evidenza la resilienza di madri, figlie e sorelle che non si arresero di fronte all’orrore.

In La strada di Smirne la scrittrice dà un seguito al suo primo romanzo e la storia raccontata è ambientata in Turchia nel primo dopoguerra, a Smirne, dove hanno trovato rifugio i tanti orfani del genocidio. In quella città greca, i superstiti si sentono quasi al sicuro ma l’esercito turco riconquista la città e la distrugge. Riprende così la fuga dei protagonisti armeni per salvare orfani ed orfane ed imbarcarli su una nave con destinazione America.

Il rumore delle perle di legno pubblicato nel 2015 è invece la raccolta dei ricordi che il nonno Yerwant consegna alla nipotina Antonia. Sono i ricordi della guerra in Italia nel 1945, le bombe sganciate dagli aerei, la paura, gli stratagemmi per sfuggire ai nazifascisti. 
Antonia Arslan è anche autrice di alcuni saggi, tra cui Dame, galline e regine. La scrittura femminile italiana tra Ottocento e Novecento. In un’intervista ha dichiarato: «Nonostante tutto, le donne armene hanno saputo tenere duro, senza arrendersi di fronte alle immani difficoltà che si sono trovate ad affrontare all’improvviso e senza aiuti esterni. Lo hanno fatto con l’amore di cui sono capaci, ma anche con l’astuzia, con la furbizia, mettendo insieme i fili e intrecciandoli tra loro, fino a far comparire, con la pazienza, il disegno del tappeto, per usare una metafora femminile come quella del ricamo e della tessitura».

Un’altra scrittrice, di padre armeno e madre francese, è Ondine Khayat, classe 1974, che oggi vive e lavora a Parigi e ha scritto Le stanze di lavanda, dove racconta le memorie della sua nonna armena.

Ondine Khayat

Memorie struggenti che coinvolgono lettori e lettrici: «Sono nata ricca, ma ho visto la mia fortuna involarsi come uno stormo d’uccelli. Soltanto i miei ricordi mi appartengono, sono tante fragili tracce impresse dentro di me. Certi giorni il sole le illumina; certe notti, rimangono intrappolate in una tempesta di ghiaccio… Vivevamo in Turchia, al confine con la Siria. Mio nonno era armeno. Un uomo importante e saggio, solido come una roccia. Se, dopo l’inferno che ho conosciuto, dentro di me è rimasta una particella di fiducia nell’umanità, è grazie a lui… avevamo una casa magnifica e un immenso giardino dai fiori di mille colori. Sono stata amata da mio padre, dalla mamma dai baci di lavanda, dalla sorellina Marie, dal mio impetuoso fratello Pierre e da Prescott, il nostro gatto armeno. E da Gil, il piccolo orfano ribelle che un giorno, sotto il salice piangente, mi ha dato il primo bacio… Nell’aprile 1915, il governo turco ha preso la decisione che ha precipitato le nostre vite nell’orrore: gli armeni dovevano sparire. Può un cuore dilaniato continuare a battere? E un giardino devastato dare nuovi fiori? Come posso donare ancora, proprio io, a cui hanno tolto tutto?»
E nei ricordi di questa nonna si stagliano nitidi gli orrori del genocidio. Della stessa autrice, Il paese senza adulti, sul tema della violenza domestica.
Un’altra scrittrice americana ma di origine armena è Margaret Ajemian Ahnert. Ha scritto Le rose di Ester. Di questa storia continueremo a parlare: per non dimenticare.

***

Articolo di Ester Rizzo

a5GPeso3Laureata in Giurisprudenza e specializzata presso l’Istituto Superiore di Giornalismo di Palermo, è docente al CUSCA (Centro Universitario Socio Culturale Adulti) di Licata per il corso di Letteratura al femminile. Collabora con testate on line, tra cui Malgradotutto e Dol’s. Per Navarra edit. ha curato il volume Le Mille: i primati delle donne ed è autrice di Camicette bianche. Oltre l’otto marzo, Le Ricamatrici e Donne disobbedienti.

 

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