Fantascienza, un genere (femminile). Naomi Mitchison

«Penso ai miei amici e ai padri dei miei figli. Penso ai miei figli, più spesso a Viola che ai miei quattro figli normali. E penso ad Ariel. E all’altro. Talvolta mi chiedo quanti sarebbero i miei anni se li sommassi agli anni passati in sospensione di tempo durante le esplorazioni. Un pensiero allarmante, se il pensarlo mi mettesse in allarme. Poi comincio a chiedermi quanti altri viaggi farò, supponendo — naturalmente — di non morire prima. Diverse volte mi hanno proposto l’incarico di capo spedizione, ma non mi interessa quel tipo di responsabilità. Perché so che non appena mi capitasse di imbattermi in un problema di comunicazione davvero interessante, dimenticherei l’intera spedizione. E non si può mai dimenticare la responsabilità che una spedizione comporta».

Memoirs of a Spacewoman non solo è un libro fondativo nell’ambito della fantascienza, in particolare delle donne, ma è anche un libro bellissimo: scritto da Naomi Mitchison, intellettuale eclettica e autrice di oltre una novantina di volumi di saggistica e narrativa, è pubblicato nel 1962, quando Mitchison ha sessantacinque anni, ed è splendidamente tradotto in lingua italiana da Luciana Percovich per la casa editrice La Tartaruga (Diario di una astronauta, 1988); l’opera è poi riproposta nell’ambito della collana Urania (Memorie di una astronauta, 1995) e, più recentemente, da Castelvecchi (Memorie di un’astronauta donna, 2013).

Copertine delle tre edizioni italiane di Memorie di un’astronauta donna, rispettivamente La Tartaruga 1988, Urania 1995, Castelvecchi 2013. Si noti la seconda, del tutto fuorviante rispetto al romanzo, destinata sia a scontentare un eventuale lettore maschio ingolosito dall’immagine di donna nuda e plastificata (che non trova riscontro alcuno nella narrazione), sia ad allontanare il lettore o lettrice che invece sarebbe interessato al contenuto e lo apprezzerebbe

Il romanzo trasferisce in ambito di science fiction il genere del memoir, il libro di memoria autobiografica, di carattere non celebrativo ma volto a cogliere e trasmettere le emozioni dell’io narrante, che si afferma nell’Età dei lumi: gli autori (e successivamente le autrici), se anche hanno vissuto esistenze d’eccezione, hanno partecipato della comune umanità, e in ragione di questa si apparentano a chi legge. Così è per Mary, evidente proiezione di Naomi, l’astronauta protagonista di Memoirs of a Spacewoman: non un diario (il titolo della prima traduzione italiana è ingannevole), poiché non è un’opera in progress, redatta di giorno in giorno, ma un libro scritto quando la protagonista è giunta a un punto di arrivo provvisorio della propria vita (non alla sua conclusione), a una fase di serena maturità conquistata nonostante le diverse sospensioni temporali che ha vissuto, o forse proprio grazie a queste («Il tempo scandito dall’orologio non ha più senso per noi», dichiara). La caratteristica che più colpisce in lei è la saggezza, una saggezza raggiunta con le capacità di ascolto e di comprensione (qualità che l’autrice ritiene squisitamente femminili), ovvero seguendo la propria inclinazione e coltivando la competenza acquisita nel ruolo di esperta di comunicazione.

Certo, le esplorazioni, i mondi, le vicende rievocate da Mary esulano dall’ordinarietà, ma il registro scelto da Naomi Mitchison non ha nulla della profondità visionaria di Catherine Moore o del sensazionalismo muscolare di Leigh Brackett, che le sono quasi contemporanee: il tono è pacato, la ricerca di senso e significato costante, nella consapevolezza che ogni esperienza e ogni incontro contribuiscono a comporre e ricomporre la personalità della narratrice, trasformandola e arricchendola.
Ed ecco le missioni di esplorazione nei mondi alieni di radianti e dentati, epsi e rotondi, laghi oscuri e grandi colline, bruchi e farfalle… L’esplorazione è operata da scienziati, uomini e donne, con competenze e compiti differenti; soltanto in un caso il gruppo è costituito da sole donne (e non è un bene: «le tensioni così violente che erano scoppiate tra noi sarebbero state diluite dalla presenza, nella spedizione, di un paio di uomini»). L’obiettivo non è mai la conquista, al contrario è l’osservazione da cui deriva la conoscenza (è il metodo galileiano), e la conoscenza a sua volta ha come fine il bene comune, del nostro pianeta, del sistema solare, dell’universo intero, se possibile. Il principio di non interferenza che guida viaggiatori e viaggiatrici nello spazio non è indifferenza o disinteresse (Mary prova dolore indicibile nell’assistere all’assorbimento biochimico dei rotondi da parte degli epsi), ma consapevolezza che esiste un ordine superiore e naturale non sempre comprensibile agli esseri umani: l’apparente crudeltà delle farfalle nei confronti della gioia innocente dei bruchi potrebbe trovare ragione nella necessità di selezionare la specie nel passaggio da uno stadio all’altro, affinché sia idonea alla sopravvivenza, dunque alla vita… Ed è impossibile saperlo senza effettuare altre spedizioni e altri studi («Non si riesce mai a ottenere un granché, senza il tempo necessario per riflettere»). Ciò che emerge è l’adesione di Mitchison (e di Mary) a una sorta di relativismo culturale, non acritico, ma conscio che ogni azione comporta conseguenze che modificano o modificheranno lo stato delle cose: una salutare sospensione del giudizio, dunque, memore dell’arte socratica del dubbio. La discussione, sofferta ma pacata, tra le componenti la spedizione sul pianeta dei bruchi e delle farfalle è esemplare, e nel suo svolgimento ciascuna astronauta esprime un parere fondato e legittimo: «Non è forse più simile a quanto è successo nella storia dell’umanità in nome delle religioni?» (Mary); «E noi saremmo rimaste immobili davanti all’Inquisizione spagnola?» (Françoise); «Questo non è il nostro mondo, oppure sì?» (Olga). A differenza di quanto troppo spesso è avvenuto nella nostra storia, «noi Terreni» dobbiamo saperci fermare in tempo.

Ritratto fotografico di Naomi Mitchison,
di autore non noto, intorno al 1920

Storia umana e storia personale: riguardo alla seconda, alla vita privata di Mary, il tema centrale è quello della maternità, vissuta con padri e con modalità diverse, sempre (o quasi) appagante. Vi è certamente, nell’incipit del romanzo, un’eco dell’esperienza di Naomi, che pur non essendo monogama ebbe dal marito quattro figli e tre figlie. L’astronauta donna sperimenta dapprima l’innesto di una forma di vita rinvenuta su «un pianeta piccolo e isolato», in grado di svilupparsi se, appunto, innestata su un ospite animale femmina, da cui tale forma media in parte l’inclinazione o il comportamento (per esempio l’amore per la musica). Per Mary l’esperienza di questa maternità è sconvolgente: l’affetto che prova per la creatura, cui dà il nome di Ariel, supera ogni previsione e la morte di questa («carne della mia carne») si traduce in una «esperienza di infelicità e di perdita», che la scrittrice ben conosce per aver sepolto il primogenito, morto a nove anni, e l’ultimogenita, pochi giorni dopo la nascita. Del tutto casuale (e svincolato da un rapporto sessuale) il secondo concepimento, con una creatura marziana, Vly: gli abitanti di Marte «sono tutti bisessuati. Assumono le caratteristiche di un solo sesso solo in specifiche occasioni». Per Viola, la piccola nata dall’unione di due specie differenti, apparentemente inconciliabili, la madre nutre un amore profondo: «Quell’esserino felice e delizioso, non interamente umano e tuttavia mio…». Viola è un «esserino» di dimensioni più piccole rispetto alla normalità terrestre: «penso che la consapevolezza della sua diversità probabilmente contribuisse a non farle sentire alcun disagio. Cosa che, in altri periodi della storia della Terra, le avrebbe invece reso sicuramente la vita più difficile; ma, ai nostri tempi, abbiamo imparato a comportarci educatamente con creature viventi di talmente tante forme e specie, che una piccola differenza di statura non rappresenta proprio niente», nota con saggezza Mary/Naomi. La società futura disegnata da Mitchison è infatti connotata da rispetto e gentilezza: uomini e donne hanno pari diritti e doveri, pur nelle proprie specificità, e sono ugualmente autorevoli. Mary concepisce successivamente un bimbo con un «famoso esploratore», una bimba con il geologo di origine africana T’o M’Kasi, ancora un bimbo con il saggio compagno di spedizione Peder Pedersen; poi, ancora l’esperienza di maternità, questa volta devastante, con l’accoglimento su di sé di un nuovo innesto, «l’altro», che quasi letteralmente la divora e la rende succube, trasformandola in «un’altra persona». Il bisogno di «stabilizzazione», di prendersi cura di sé, di concedersi riposo e riflessione, trova risposta nel desiderio di mettere al mondo una figlia (unendosi all’amato, rassicurante Peder), nella maternità che rappresenta un atto di serena fiducia nei confronti dell’umanità e del pianeta.

Denis Anthony, Naomi, Valentine Harriet, John Murdoch, Nicholas Avrion, Sonja Lois e Dick Mitchison nei primi anni Trenta. Dei sette figli della coppia, mancano il primogenito Geoffrey, morto nel 1927 all’età di nove anni, e l’ultimogenita Clemency, morta nel 1940 pochi giorni dopo la nascita (in https://www.schreibfrauen.at/naomi-mitchison/)

Il futuro indeterminato nel quale l’astronauta donna vive il proprio tempo è, in ultima analisi, conseguenza di una evoluzione positiva della storia umana, che si snoda in un mondo migliore possibile rappresentato con naturalezza, senza dogmatismo.

Naomi Haldane, che riflette sé stessa nell’astronauta Mary, era nata a Edimburgo, Scozia, il 1° novembre 1897, in seno a una famiglia colta e illuminata, di antica aristocrazia e dedita alla ricerca scientifica: suo padre è il celebre (ed eccentrico) fisiologo John Scott Haldane, suo fratello maggiore il biologo e genetista John Burdon Sanderson (JBS) Haldane.
La vocazione di Naomi alla difesa dei diritti delle donne, e non solo, è precoce: con il consenso del padre, che manifesta simpatie liberali, poi laburiste, frequenta come il fratello la Oxford Preparatory School, unica giovane donna in una istituzione tutta di uomini, negli anni dal 1904 al 1911; prosegue quindi privatamente la propria istruzione e nel 1914 si iscrive al corso di laurea in scienze presso l’Università di Oxford, che tuttavia non porta a compimento in seguito allo scoppio della Grande Guerra: il desiderio di essere utile alla nazione la induce a studiare infermieristica e a prestare la propria opera nel St Thomas Hospital di Londra. Nel dicembre 1915, con il fratello JBS e con AD Sprunt, pubblica un breve articolo di due pagine, “Reduplication in mice (Preliminary Communication)”, sul Journal of Genetics. È il primo scritto noto di questa scienziata-umanista (per lei è certo appropriata la definizione galileiana), che amava dirsi «partly scientist, partly historian, nothing complete».

Percy Wyndham Lewis, Ritratto di Naomi Mitchison (1938), National Galleries of Scotland. Negli anni Trenta Lewis era abituale frequentatore di casa Mitchison a Londra

Nel 1916 sposa il legale Gilbert Richard (Dick) Mitchison, che diverrà poi parlamentare laburista, ne acquisisce il cognome e ne condivide l’impegno sociale e politico: negli anni Venti e Trenta la casa londinese della coppia, la River Court House in Mall Road a Hammersmith, diviene un attivo centro culturale frequentato da intellettuali di idee socialiste e libertarie, da romanzieri del calibro di Edward Morgan Forster e Aldous Huxley, e, non ultimi, dall’artista Percy Wyndham Lewis e dal poeta Wystan Hugh Auden. Nel 1932 si reca in Unione Sovietica, nel 1934 in Austria, ove collabora con esponenti del Partito socialista in clandestinità; nel 1935 pubblica il saggio We Have Been Warned (Siamo stati avvertiti), che suscita enorme scandalo perché affronta i temi dello stupro e dell’aborto; nel 1939, con il marito, si trasferisce nella Scozia Occidentale, a Carradale, ove vivrà fino alla morte.

A sinistra, in una fotografia d’epoca, River Court House in Mall Road, Hammersmith, Londra, ove Naomi e Dick Mitchison risiedono dal 1923 al 1939; a destra Carradale House, sulla penisola di Kintyre, Scozia occidentale, ove la coppia si trasferisce nel 1939 e Naomi vive fino alla morte (in https://www.schreibfrauen.at/naomi-mitchison/)

Attivista per la nazione scozzese e consigliera del popolo tribale africano dei Bakgatla, amica del presidente del Botswana Seretse Khama e del primo ministro indiano Jawaharlal Nehru, nella sua lunghissima vita che attraversa per intero il Novecento (muore a centouno anni l’11 gennaio 1999), Naomi è sostenitrice della pace e del dialogo tra i popoli, basato sul riconoscimento della pari dignità, manifesta e scrive per i diritti delle donne, in primis quello all’autodeterminazione in ambito sessuale e riproduttivo, e contro la proliferazione nucleare e lo sviluppo scientifico indiscriminato. E scrive, in modo quasi compulsivo: saggi, romanzi storici, fantasy e di fantascienza, libri per bambini e bambine, raccolte di poesia, resoconti di viaggio, la propria autobiografia in tre parti. Scrive intrecciando i generi: nel romanzo The Corn King and the Spring Queen (Il re del mais e la regina della primavera, 1931) presenta con sguardo di donna tre modelli di società del mondo antico, il primo collocato in Anatolia, il secondo nel Peloponneso, l’ultimo del tutto immaginario; ancora, in un romanzo di qualche anno più tardo, The Blood of the Martyrs (Il sangue dei martiri, 1939), gli schiavi cristiani mandati a morire nelle arene dall’imperatore Nerone (la vicenda è ambientata nel 65 dopo Cristo) richiamano gli ebrei perseguitati, deportati e uccisi nella Germania nazista.

Clifton Ernest Pugh, Ritratto di Naomi Mitchison (1974), National Galleries of Scotland. Si noti, in alto a destra, la scritta «Ma Bakgatla» (Madre Bakgatla), in riferimento al ruolo di consigliera di questo popolo dell’Africa meridionale ricoperto da Naomi

Poco di Naomi Mitchison è stato tradotto in Italia, e pochissimo di fantascienza: oltre al fortunato Memorie di un’astronauta donna, i successivi racconti After the accident (Dopo l’incidente, 1970) e Words (Parole, 1985), entrambi scritti in età più che matura.
Inquietante il primo, che riprende il tema della generazione e introduce quello dell’eugenetica: come Mitchison era stata componente della Eugenics Society, con l’obiettivo di coniugare consapevolezza ed etica nella riproduzione, così Chloe, la protagonista del racconto, è seguace di Umanità Migliore; «dopo l’incidente», l’oscura catastrofe nucleare che ha sconvolto il pianeta e generato mutanti, accetta di farsi fecondare da uno di questi (l’indiano Hari, che si insinua nella sua vita «come un virus in una cellula») per dare origine a una nuova razza atta a colonizzare altri pianeti. Ritorna dunque, in altra forma, l’innesto che si impadronisce del corpo femminile, il sentimento ambivalente di repulsione e amore per la nuova vita che cresce dentro di sé, l’idea di maternità come sacrificio. La bellezza e l’intelligenza della piccola Viola, la primogenita di Mary in parte terrestre e in parte marziana, diviene mostruosità senza nome del primogenito di Chloe, comunque «carne della mia carne»: quasi a voler mettere in guardia le donne dalla perdita di sé sull’altare dell’interesse supremo della nazione, dall’aberrazione che il delirio di una Umanità Migliore può generare.

Words, il secondo racconto, tratta «della differenza tra il mondo che si percepisce e forse il mondo reale»: le due protagoniste sono la Dottoressa Toni, anziana e autorevole scienziata, e la narratrice, giovane esperta di comunicazione della facoltà di Lettere, chiamata a trovare le parole per descrivere un’esperienza indicibile: quella di oltrepassare le soglie della percezione, andando ‘oltre’, verso l’ignoto e l’altrove. Un «viaggio» dei sensi, compiuto grazie a un apparecchio elettronico posto in contatto con il cranio, del quale Toni non può più fare a meno («Sta diventando così noioso percepire le cose alla vecchia maniera!»), fino alle ultime, estreme conseguenze. Il tema è un classico della letteratura fantastica: lo affrontano Gertrude Barrows Bennett in Il grande ignoto (1919) e Howard Phillips Lovecraft in Dall’altrove(1920): se il fallimento della ricerca in questo campo produce disperazione, il successo è foriero di «terrori irriferibili, oltre ogni immaginazione». Anche in questo caso l’autrice, quasi novantenne, racconta di sé, sdoppiandosi nelle due protagoniste femminili, l’anziana scienziata e la giovane umanista che in lei convivono. Naomi attinge poi, plausibilmente, a ricordi della vita familiare: secondo quanto racconta Martin Goodman, biografo del padre di lei, John Scott Haldane, questi era solito compiere esperimenti sulla natura dei gas e sulle reazioni del corpo umano alla loro esposizione su sé stesso e sul figlio primogenito (il che gli permise, tra l’altro, di identificare l’iprite utilizzata dall’esercito germanico durante la Grande Guerra e di inventare la prima maschera antigas).

«Le scienze della vita sembrano più congeniali alla maggior parte delle donne» annota Mary: Naomi Mitchison, matriarca saggia, sembra ammonire l’umanità a scegliere la vita e la gentilezza, l’incontro e la generazione, sulla «bella, monotona e sicura vecchia Terra», tanto più bella «nella luce abbagliante del riverbero tagliente del sole, lo stesso sole che illumina tutti i nostri pianeti, i Marziani, nostri compagni di esplorazioni, i cervelli pulsanti e gli umidi rettili di Venere, le colonie su Saturno e Giove e, con una sottile striscia di luce alta nel cielo, gli altri».

Copertina: Naomi Mitchison (UK, 22nd October 1968. Photo by Evening Standard/Hulton Archive/Getty Images).

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Articolo di Laura Coci

y6Q-f3bL.jpegFino a metà della vita è stata filologa e studiosa del romanzo del Seicento veneziano. Negli anni della lunga guerra balcanica, ha promosso azioni di sostegno alla società civile e di accoglienza di rifugiati e minori. Dopo aver insegnato letteratura italiana e storia nei licei, è ora presidente dell’Istituto lodigiano per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea.

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