La Capinera, Nedda e la Lupa. Giovanni Verga e il suo universo femminile

Era il 27 gennaio 1922, l’anno della marcia su Roma e della salita al potere del fascismo, e si spegneva a Catania uno tra gli scrittori più rivoluzionari della nostra letteratura, d’animo reazionario certo, ma dotato di uno sguardo sottile ed acuto che non a caso gli consentì, negli ultimi anni della sua vita, di dedicarsi all’arte della fotografia: Giovanni Verga.
Ci mise del tempo a trovare la sua voce di scrittore, quell’inconfondibile modo di raccontare che differenzia un autore di razza da una meteora editoriale. Attraversò i gusti letterari tipici della sua epoca, era nato a Catania nel 1840, e si lasciò guidare innanzitutto dal Romanticismo sentimentale nel suo romanzo d’esordio, Amore e Patria, per poi esplorare le tematiche risorgimentali con I carbonari delle montagne e Sulle lagune, proprio negli anni in cui militava nella Guardia Nazionale e in Sicilia spopolava il garibaldinismo. Raggiunse però il successo con Storia di una capinera, un romanzo epistolare che fu un vero e proprio best-seller, capace di vendere 20.000 copie in poco più di vent’anni.

Storia di una capinera, edizione Fratelli Treves, 1893

Ancora fortemente condizionata dal Romanticismo, l’opera venne scritta durante un soggiorno fiorentino di Verga e proponeva tematiche ricorrenti della letteratura dell’epoca: la monacazione forzata, il dolore per un amore impossibile, il deperimento fisico e la morte causati dal disagio psichico. Molto singolare risulta il titolo, la cui scelta viene spiegata direttamente dall’autore che racconta di una capinera chiusa in una gabbia e costretta ad una cattività per lei insopportabile soprattutto se confrontata con la libertà degli uccelli che cantavano fuori dalla finestra della stanza in cui era stata collocata. Nonostante la dolorosa prigionia, Verga indugia sul tentativo dell’animale di non rassegnarsi beccando un po’ del miglio che i due bambini, suoi padroni e carcerieri, le offrivano. Alla fine, la capinera muore condividendo il suo destino con la protagonista del romanzo, Maria, che, contrariamente alla compagna di sventura, aveva invece assaporato il gusto dolce, ma anche amaro della libertà, uscendo dal convento a cui era stata destinata fin dalla nascita: a causa di un’epidemia, infatti, le era stato concesso di tornare nella casa del padre, che si era risposato e aveva avuto un’altra figlia. Oltre al calore familiare, da lei vissuto positivamente anche se in realtà sia la matrigna che la sorellastra la consideravano un’ospite indesiderata, Maria prova pure le gioie di un amore corrisposto con il giovane rampollo della famiglia Valentini. Questa spensierata e sconosciuta libertà illude Maria, che scrive appassionate lettere all’amica del convento, di potersi sottrarre al suo destino, ma ciò non accade e il ritorno al luogo di clausura la fa sprofondare in uno stato depressivo che la porta alla pazzia, soprattutto dopo aver appreso del matrimonio della sorellastra con l’uomo di cui lei era innamorata, e infine alla morte.

Eva, edizione Fratelli Treves, 1873

Maria, sofferente e repressa, costretta alla rinuncia di sé per assecondare il destino scelto per lei dalla famiglia, lasciò poi spazio alle donne-vampiro, di cui Fosca di Iginio Ugo Tarchetti è un esempio. Siamo a Milano, negli anni ’70 dell’Ottocento, e qui Verga fece il suo incontro con la Scapigliatura: Eva, Eros Tigre Reale sono infatti i tre romanzi realizzati in questo periodo dallo scrittore siciliano, condizionato dall’ambiente bohémien milanese che lo traghettò verso le tematiche sociali e verso il Naturalismo francese,  reinterpretato in modo personale ed originale grazie anche al sodalizio con l’amico Luigi Capuana conosciuto durante il soggiorno fiorentino.
La svolta verista fu graduale e, per padroneggiarla, Verga scelse di applicarla prima alle novelle per poi cimentarsi nel “Ciclo dei Vinti”, rimasto incompiuto, e di cui possiamo leggere integralmente solo I Malavoglia, capolavoro verista, ma un vero e proprio fiasco dal punto di vista editoriale, e Mastro don Gesualdo, nonché qualche pagina della Duchessa di Leyra, ma nulla dell’Onorevole Scipioni e dell’Uomo di lusso.

Se la novella spartiacque per la produzione letteraria verghiana è indubbiamente Rosso Malpelo del 1878, ce ne sono altre due, una che precede e l’altra che segue la storia del giovane lavoratore della cava di rena rossa, estremamente significative sia per spiegare la rivoluzione verghiana, sia per immergerci nell’universo femminile di un Verga che, nonostante sia rimasto sempre uno scapolo impenitente, attento difensore della propria intimità al punto da far bruciare le sue lettere più appassionate e focose, fu attratto e affascinato da quell’universo. Verga amò intensamente e appassionatamente le donne, in particolare due contesse: Paolina Lester Greppi, di quattro anni più vecchia di lui, e Dina Castellazzi di Sordevolo, di vent’anni più giovane che, rimasta vedova, gli restò vicino nonostante lui si sia rifiutato sempre di legalizzare la loro relazione tanto che, quando lui morì, lei trascorse gli ultimi anni in estrema povertà non essendole riconosciuto nulla dell’eredità dello scrittore.

Tornando alle due opere di cui si parlava in precedenza, esse sono Nedda del 1874 e La Lupa del 1880. Se con Rosso Malpelo Verga trovò la sua voce caratterizzata da un narratore che non solo si eclissa, ma addirittura regredisce assumendo il punto di vista del mondo nel quale viene ambientato il racconto, in Nedda quel mondo popolare non è ancora voce narrante, ma sostituisce l’ambientazione borghese degli scritti precedenti. 

Nedda, edizione Gaetano Brigola, 1874

La protagonista della novella, una contadina raccoglitrice di olive, ci viene presentata e la sua storia raccontata ancora attraverso la lente del narratore esterno onnisciente: «Forse sarebbe stata bella, se gli stenti e la fatica non ne avessero alterato profondamente non solo le sembianze gentili della donna ma direi anche la forma umana» e ancora: «Gli occhi erano neri, grandi, nuotanti in un fluido azzurro, quali li avrebbe invidiati una regina a quella povera figliola raggomitolata sull’ultimo gradino della scala umana». In questa bellezza sciupata non si può negare un forte richiamo alla Gertrude manzoniana descritta alla grata del convento con cui Nedda condivide anche i grandi occhi neri. In quest’ultima però c’è altro in quanto comincia a prendere forma la figura caratteristica dell’universo verghiano, quella del/la vinto/a: Nedda è una creatura segnata, fin dall’inizio, dall’ambiente sociale in cui nasce; la miseria, la malattia e poi la morte della madre la fanno sentire ancora più emarginata di quello che la sua classe sociale di appartenenza già le impone. Ad aggravare ulteriormente il suo isolamento intervengono il rapporto sessuale clandestino consumato con Janu, la morte di quest’ultimo prima di poter regolarizzare la loro relazione mediante il matrimonio e, infine, la gravidanza con la scelta di tenere la bambina quando le/i  compaesane/i si aspettavano che l’abbandonasse alla Ruota, più per la nascita illegittima della piccola che non per la miseria della madre. Il tragico epilogo con la morte della neonata e l’idea della protagonista che la morte rappresenti una benedizione per chi come lei è una sconfitta, una perdente nella lotta per la vita spalancano le porte alla filosofia che sta alla base del “Ciclo dei Vinti”.

Illustrazione tratta da Verga – Vita dei campi, Treves, 1897 (p. 54)

Altri occhi, non quelli compassionevoli del narratore esterno onnisciente, guardano invece la Lupa; come per Rosso Malpelo anche a lei è stato attribuito un soprannome che esprime un giudizio su come viene vista dagli/le altri/e. A guardarla, o meglio giudicarla, è lo sguardo diffidente, malevolo e superstizioso del mondo contadino in cui vive: «Era alta, magra, aveva soltanto un seno fermo e vigoroso da bruna e pure non era più giovane – era pallida come se avesse sempre addosso la malaria e su quel pallore due occhi grandi così, e delle labbra fresche e rosee, che vi mangiavano. Al villaggio la chiamavano La Lupa perché non era sazia giammai». Insomma, una “mangiauomini”, una poco di buono, la cui avvenenza fisica provoca in chi la incontra pulsioni erotiche che vengono ribaltate su di lei e questo ci suggerisce un altro aspetto fondamentale del mondo verghiano che è un mondo alla rovescia: si pensi anche ai Malavoglia, una famiglia di grandi lavoratori/trici, ma appellati/e come se fossero scansafatiche. Nella novella, la Lupa si innamora del giovane Nanni che la rifiuta chiedendole di poter sposare la figlia Maricchia che non lo vorrebbe, ma è costretta dalla madre a sposarlo. Dopo il matrimonio: «La Lupa era quasi malata, e la gente andava dicendo che il diavolo quando invecchia si fa eremita». Con un altro elemento tipico della propria scrittura, l’uso dei proverbi popolari, Verga sottolinea l’isolamento e l’emarginazione della Lupa dopo l’unione tra Nanni e Maricchia e fornisce altri elementi a testimonianza di ciò che ci consente di comprendere maggiormente il divario tra la Lupa e il resto del paese: «[…] lavorava cogli uomini, proprio come un uomo», aspetto assolutamente inaccettabile in una società arcaica e patriarcale come quella in cui è ambientata la novella, se poi ci aggiungiamo pure che la Lupa si comportava come un uomo anche per soddisfare i suoi bisogni affettivi e le sue pulsioni sessuali, incollarle addosso l’immagine del diavolo non sarebbe stato più facile. L’amore della Lupa per Nanni trova soddisfazione e Verga indugia molto sulla disperazione del giovane, sui sensi di colpa nei confronti della moglie e sul tentativo di Maricchia di porre fine al tradimento del marito rivolgendosi anche al brigadiere del paese, ma nulla ferma la Lupa al punto che Nanni giunge a minacciarla di morte se si fosse ancora avvicinata a lui. Questo accade però nella scena finale della novella quando la donna, con lo sguardo fisso e un mazzo di papaveri rossi fra le mani, si reca da lui che l’attende con un’ascia in mano. Il finale resta aperto, come in Rosso Malpelo: se la morte è il destino di entrambi i personaggi, tutti e due le vanno incontro spontaneamente, come “vinti” certo, ma estremamente consapevoli di ciò che fanno.

Anna Magnani in La Lupa, regia di Franco Zeffirelli, 1965

C’è chi sostiene Luigi Russo, Giovanni Verga, Laterza, Bari, 1971 che quello della Lupa è «il dramma etico della sessualità. C’è una specie di terrore religioso diffuso in tutto il racconto, per il peccare disperato e fatale di questa donna». Sempre per Russo, la Lupa subisce la sua stessa colpa come una legge inesorabile e imperscrutabile e quasi serenamente affronta la morte come un martirio. In un’Italia liberale, che si stava industrializzando e in cui le donne si affacciavano alla scena politica e sociale attraverso la nascita di embrionali forme di associazionismo, di cui ci parla Fiorenza Taricone nel suo ultimo libro Politica e cittadinanza. Donne socialiste fra Ottocento e Novecento, oltre al “dramma etico della sessualità”, c’è nella Lupa un altro terrore, quello arcaico patriarcale della libertà sessuale femminile che viene considerata una minaccia al controllo maschile e una colpa da far espiare a tutte quelle donne che la agiscono. 

Nella sequenza finale della novella dove la Lupa «non si arretrò di un sol passo, non chinò gli occhi, ma seguitò ad andargli incontro, con le mani piene di manipoli di papaveri rossi», io non sono mai riuscita a vedere una martire e neppure a credere in un femminicidio. Queste però sono solo interpretazioni, letture soggettive di un mondo descritto da chi voleva scomparire, confondersi tra i suoi personaggi convinto che «l’opera d’arte [deve sembrare] essersi fatta da sé, aver maturato ed esser sorta spontanea come un fatto naturale, senza serbare alcun punto di contatto col suo autore, alcuna macchia del peccato d’origine».

***

Articolo di Alice Vergnaghi

Lh5VNEop (1)

Docente di Lettere presso il Liceo Artistico Callisto Piazza di Lodi. Si occupata di storia di genere fin dagli studi universitari presso l’Università degli Studi di Pavia. Ha pubblicato il volume La condizione femminile e minorile nel Lodigiano durante il XX secolo e vari articoli su riviste specializzate.

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