Le fonti e le Madonne del latte nelle Marche

Fino a non molto tempo fa la prima preoccupazione che insorgeva appena dopo la nascita di un bambino o di una bambina era quella di garantire sufficiente latte materno, non esistendo valide alternative che potessero assicurare con certezza la sopravvivenza. 
Le donne quindi non mancavano di osservare numerose prescrizioni utili ai fini di scongiurare la mancanza di latte o per aumentare la propria produzione. Complici la povertà e la mancanza di mezzi, almeno fino ai primi decenni del XX secolo l’insufficienza di latte poteva provocare gravi danni nella crescita e condurre anche alla morte, data la difficoltà di reperire altri alimenti altrettanto efficaci per la salute della prole. 
Per questo motivo sono sorte intorno alla tematica dell’allattamento le più svariate credenze e superstizioni, l’osservanza delle quali rassicurava le madri e garantiva di aver tentato tutto il possibile. In particolare aveva grande valore la possibilità di pregare affinché il latte non mancasse e fosse sufficiente il più a lungo possibile.

Un’usanza e una devozione diffusa in tutta Italia è sempre stata infatti quella di recarsi presso un santuario o una chiesa dove venerare e dirigere le proprie speranze verso la così detta “Madonna del latte” o quella di bere alle “Fontane del latte”.

San Martino a Grottammare, Fonte del latte e dea Cupra 

 L’iconografia della Vergine, raffigurata e intesa come protettrice dell’allattamento, è un’immagine antica, erede dei tanti luoghi di culto e fonti del latte di epoca pagana, presieduti da divinità che assicuravano la fertilità. Di solito, infatti, l’iconografia della Vergine in atto di allattare il bambino si è inserita, in epoca cristiana, in luoghi in cui sorgevano precedentemente edicole sacre o semplici piloni situati lungo i fiumi, vicino a sorgenti o alla base di grosse querce dedicate a divinità femminili ritenute da millenni protettrici dell’allattamento e della fecondità.
Tali immagini potevano anche trovarsi presso le antiche “fonti del latte” in cui si pregavano Cerere, Giunone Lucina o divinità minori locali, gradualmente confluite nella figura di Maria.
La continuità iconografica tra il culto delle antiche Madri e quello mariano passa attraverso le numerose figure divine che nei millenni le donne hanno pregato per gli stessi motivi, la cui base comune si può far risalire alla dea Terra. È però la dea egizia Iside colei che si avvicina di più alle immagini della Madonna che allatta il bambino. 

Iside lactans, età tolemaica (332-30 a. C.). Musei civici di Brescia

Il suo culto fu infatti piuttosto diffuso nei territori occupati dal popolo romano e, sebbene con qualche differenza di rappresentazione, veniva spesso raffigurata col figlio divino Horus in braccio, mentre lo allattava. La devozione per Maria dunque rappresenta in molti casi una graduale evoluzione e sostituzione degli antichi riti e culti per la fecondità.
Le acque sorgive poste sotto la protezione di divinità come Giunone sono quindi passate sotto quella della Madonna, confermando l’ancestrale legame propizio di acqua e latte, binomio universale di prosperità.

Ancora oggi si conserva la memoria di tale devozione in moltissime località. In particolare, nelle Marche, benché non esista ancora uno studio specifico sul tema, è possibile individuare, concretamente o nelle memorie storiche, un percorso tutto al femminile, seguendo le tracce di questa devozione attraverso una prima mappatura del territorio, con il rintracciamento di fonti del latte e affreschi raffiguranti la Madonna che allatta. Sono poi diversi anche i dipinti su tela con lo stesso soggetto, ancora oggi conservati in chiese e musei locali, ma, dato il collegamento diretto tra affreschi ed edifici che li contengono, si è scelto di segnare il territorio attraverso l’individuazione di questi ultimi, testimoniando così il legame diretto con le pratiche devozionali più antiche di una specifica zona, quasi sempre rappresentate in edifici di culto sorti su resti di luoghi di devozione precristiani.
Risalendo quindi dal sud della regione, fra San Benedetto del Tronto e Grottammare era rinomata meta delle donne che desideravano un allattamento abbondante la chiesa rurale poi intitolata a San Martino con la fonte annessa, chiamate anticamente Madonna e Fonte del latte. Qui è ancora oggi presente un affresco della Madonna del latte risalente al XII-XII secolo.

San Martino a Grottammare, affresco  

Prima di bere l’acqua miracolosa la puerpera doveva recitare delle preghiere e compiere uno speciale rito che prevedeva di elemosinare sette tozzi di pane in sette case diverse, per poi recarsi a quella fonte, dove avrebbe dato un morso ad ogni pezzo di pane, seguito da un sorso di quell’acqua, offrendo quel che rimaneva in elemosina. Secondo altre credenze, dopo aver elemosinato il pane nel modo già detto, la donna si sarebbe dovuta recare alla Fonte del latte di San Martino accompagnata dalla levatrice, la “mammina”, per prendere l’acqua con cui preparare un piatto di pancotto, al quale avrebbe poi aggiunto semi di anice, dalle proprietà galattofore. 
Sempre nel territorio ascolano si ricordano le fonti del latte di Montefiore dell’Aso e quelle di Ascoli Piceno, oltre a quella molto nota in passato, a Colli del Tronto. Si trovano poi affreschi della Vergine che allatta nelle chiese di San Pietro e Sant’Agostino di Ascoli e in quella di Santa Maria della Rocca di Offida.

Offida, Santa Maria della Rocca

Nel Fermano era molto conosciuta la fontana del latte situata tra Montelparo e Santa Vittoria in Matenano, dove le puerpere si recavano a piedi fermandosi sempre sette volte in sette case diverse, per masticare sette bocconi di pane prima di bere.

Macerata, Santa Maria della Porta

In questa provincia gli affreschi dedicati alla Vergine come nume tutelare dell’allattamento risultano nella chiesa di Sant’Agostino del capoluogo, nell’abbazia dei SS. Ruffino e Vitale di Amandola, nella collegiata di Santa Vittoria in Matenano, dove si trova anche una fonte del latte, nella chiesa della Madonna della Misericordia o del Crocefisso di Monteleone di Fermo ed inoltre nella chiesa di Santa Maria dei Martiri di Petritoli, nella chiesa dei SS. Quirico e Giulietta di Lapedona e nella chiesa di Santa Maria Manù di Altidona. A Macerata l’affresco della Madonna del latte si trova ancora oggi nella chiesa di Santa Maria della Porta. Si poteva poi pregare l’immagine della Vergine per un buon allattamento nella chiesa di San Giusto a Pievebovigliana, in quella di San Lorenzo in Doliolo di San Severino Marche, nella collegiata di San Ginesio, nella chiesa di San Francesco di Tolentino, all’abbazia di Fiastra, nella chiesa di Santa Maria in Piazza di Loro Piceno, nella chiesa dei Cappuccini di Esanatoglia e nella chiesa di Santa Maria Assunta nella frazione Fematre di Visso, dove si potevano ammirare, fino al terremoto del 2016, due affreschi con tale soggetto.

Abbazia di Fiastra
Esanatoglia, Chiesa dei Cappuccini

Nella provincia di Ancona esistono ancora oggi affreschi di Maria che allatta il bambino nell’antica chiesa di Santa Maria in Portuno, divenuta poi Madonna del Piano, situata nella località omonima nel comune di Corinaldo, nella chiesa dell’Incancellata dello stesso comune, nella chiesa di Santa Croce dei Conti in Sentinum di Sassoferrato; si trova poi un altro affresco molto rovinato nei resti della chiesetta di Santa Maria de Lauriola, oggi nota come gli “Aroli” in territorio di Monsano.

Infine in provincia di Pesaro Urbino si ha notizia di affreschi della Vergine allattante presenti nella chiesa di Sant’ Ermete di Gabicce Monte, nell’abbazia di San Vincenzo al Furlo di Acqualagna e nel santuario della Madonna del Ponte di Fano. 

Acqualagna, Abbazia di San Vincenzo al Furlo

Tutte le immagini citate non risalgono oltre il XVI secolo, dal momento che, in seguito al Concilio di Trento, il 3 dicembre 1563 fu emanato il decreto sulle immagini sacre (De invocatione, veneratione et reliquiis sanctorum, et sacribus imaginibus) che aveva tra i suoi obiettivi quello di voler evitare immagini di natura sensuale o percepite come tali dalla morale dell’epoca.

In copertina: Fermo. Sant’Agostino.

Articolo di Silvia Alessandrini Calisti

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Laureata in Lettere e Archivistica e Biblioteconomia, ha lavorato nel settore bibliotecario per poi passare a occuparsi di contenuti web, social media management e web marketing. Ha ottenuto il Golden Media Marche nel 2015 e il Premio Impresa Donna nel 2016. Collabora con l’Osservatorio di Genere. Nel 2016 ha pubblicato il saggio Sani e Liberi, la maternità nella tradizione marchigiana (sec. XVI-XX), e nel 2020 Marche stregate, viaggio nella stregoneria popolare marchigiana, entrambi con Giaconi Editore.

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