Simonetta Cattaneo Vespucci, amata musa del Rinascimento

Se nel XV secolo si fosse tenuto un concorso di bellezza, senza ombra di dubbio la fascia e la corona di reginetta sarebbero andate a Simonetta Cattaneo Vespucci. A porle sul biondissimo capo il simbolico serto di alloro sono i più illustri poeti e artisti del suo tempo, in primis Angelo Poliziano e Sandro Botticelli, tutti indistintamente affascinati e quasi magnetizzati dalla sua più che celestiale e angelica venustà.

Simonetta Cattaneo nasce a Genova (o, secondo altre fonti, a Portovenere nelle Cinque Terre) il 28 gennaio 1453 dal nobile Gaspare, procuratore del Banco di San Giorgio, e da Cattochia Spinola. Da bambina accompagna i genitori in esilio nella villa che la famiglia Cattaneo possiede a Fezzano di Portovenere. Durante l’esilio, i Cattaneo trovano ospitalità presso gli Appiani a Piombino. Appena quindicenne, pare nell’aprile o agosto del 1468, nella chiesa genovese di San Torpete, alla presenza del Doge e di tutta l’aristocrazia cittadina, Simonetta sposa un suo coetaneo, il ricco banchiere fiorentino Marco Vespucci, molto vicino ai Medici, la famiglia più ricca, più colta e potente di Firenze, e cugino del celebre navigatore Amerigo: è un matrimonio combinato dal signore di Piombino lacopo III Appiani, parente della madre, e da Piero Vespucci, padre dello sposo, che si reca spesso a Piombino per ragioni di affari. Dando la mano della figlia al Vespucci, Gaspare Cattaneo spera di risollevarsi economicamente essendo caduto in disgrazia per le vicende storiche di quel periodo, in particolare la caduta di Costantinopoli in mano ai Turchi nel 1453.

Col giovane sposo la ragazza si trasferisce a Firenze dove trascorrerà il resto della sua brevissima esistenza. Marco la introduce alla corte medicea nel fastoso palazzo di via Larga: i fratelli Lorenzo e Giuliano in onore degli sposi organizzano una sontuosa festa nella villa di Careggi: non è che il primo dei tanti ricevimenti a cui la coppia è invitata dal signore della città. La nobildonna, inserita nella vita mondana di Firenze, non passa inosservata. La sua non è una bellezza appariscente da far girare la testa, ma piuttosto emana una leggiadria, una grazia e una tale gentilezza di modi ed eleganza nel portamento da conquistare immediatamente il favore e la simpatia di tutta la popolazione. La ragazza, dal corpo esile e slanciato, gli occhi profondi color del cielo e le chiome che sembrano aver rubato all’oro più puro la sua preziosità, è unanimemente salutata come “la Bella di Firenze”, per altri è “la Senza Paragoni”, come dire: di Simonetta ce n’è una sola e nessun’altra donna, per quanto avvenente, può uguagliare il fascino sottile e impercettibile che si sprigiona dalla sua eterea figura. Senza volerlo e forse senza saperlo, Simonetta fa innamorare di sé il Gotha della Firenze del tempo. 

Sandro Botticelli, Venere e Marte, 1482-1483, National Gallery, Londra

Sandro Botticelli ne fa la sua musa ispiratrice anche se quasi certamente non gli ha mai fatto da modella e non ha mai posato per lui: eppure, è lei con il suo sguardo dolce e sognante velato da una leggera malinconia, incarnazione della bellezza assoluta a cui l’artista aspira, la Venere che nasce dalla spuma del mare; è lei una delle tre Grazie ritratte con le chiome bionde agghindate di nastri e ingioiellate di perle nell’allegoria della Primavera, la figura che volge il capo verso Mercurio, sotto le cui sembianze si nasconde Giuliano de’ Medici. È probabile che lo stesso Botticelli nel suo intimo la ami perdutamente: coltiverà, infatti, fino alla fine dei suoi giorni un sentimento di profonda devozione e quasi venerazione tanto che prima di morire chiederà espressamente di essere sepolto ai piedi della più bella del mondo, un desiderio che verrà esaudito.

Un altro grande artista, Piero di Cosimo, la ritrae come una Cleopatra rediviva con i capelli raccolti in un’elaborata acconciatura con fili di perle e un aspide che le cinge il collo a guisa di collana. 

Piero di Cosimo, Ritratto di Simonetta Vespucci come Cleopatra, 1480 c., Musée Condè, Chantilly

Per Giuliano de’ Medici, il fratello minore di Lorenzo il Magnifico, è un colpo di fulmine, anche se probabilmente si tratta solo di un amore platonico: da quel momento non ha che occhi e pensieri per lei. Il bello e giovane Giuliano, istruito e idealista, peraltro di pochi mesi più giovane di lei (essendo nato il 28 ottobre 1453) perde letteralmente la testa per Simonetta. La notizia circola in breve per tutta la città del Giglio che sta vivendo uno dei momenti di maggiore splendore e fervore artistico e intellettuale. Simonetta e Giuliano diventano la coppia più ammirata del momento. L’amore, ideale e cortese quanto si vuole, balza agli onori della cronaca e diventa di pubblico dominio quando Giuliano le dedica la vittoria nella Giostra, il torneo cavalleresco disputato in piazza Santa Croce. Simonetta viene proclamata “regina del Torneo”. Il 28 gennaio 1475, nel giorno del compleanno della ventiduenne gentildonna, Giuliano, vinto il torneo, avvenente e maestoso nella sua lucida armatura, si presenta con uno stendardo dipinto da Botticelli che riporta l’effigie dell’amata e il motto “La Sans Par” (La senza pari).

Sandro Botticelli, Ritratto di Giuliano de’ Medici, 1478 ca., National Gallery of Art, Washington

Lo stendardo è andato perduto, ma lo possiamo immaginare attraverso varie testimonianze letterarie e documenti, oltre a una tarsia di una porta del Palazzo di Urbino, un arazzo tessuto, un cartone botticelliano e due disegni conservati agli Uffizi. A immortalare lo storico evento e a far rivivere metaforicamente l’amore che lega i due provvede Angelo Poliziano col suo raffinato poemetto Le Stanze per la Giostra del magnifico Giuliano. Nell’opera, la ninfa che Iulo (personificazione di Giuliano) contempla estasiato è Simonetta, “Venere vivente” immersa poeticamente in un incantevole e magico Eden.
«Candida è ella, e candida la vesta,/ma pur di rose e fior dipinta e d’erba;/lo inanellato crin dall’aurea testa/scende in la fronte umilmente superba./Rideli a torno tutta la foresta,/e quanto può suo cure disacerba;/nell’atto regalmente è mansueta,/e pur col ciglio le tempeste acqueta». 
Simonetta è presente anche nel secondo libro dell’opera, ma stavolta vive solo nel sogno di Iulo, in cui ne è adombrata la prematura fine.

«Muore giovane chi è caro agli dei», leggiamo in un frammento del greco Menandro. Simonetta paga il tributo alla sua indescrivibile bellezza e si spegne di tisi a Piombino ad appena ventitré anni, il 26 aprile 1476, un anno dopo la memorabile giornata della Giostra. Lorenzo il Magnifico, profondamente colpito, fa un resoconto molto dettagliato dello sgomento e del vuoto lasciato con la sua improvvisa e precocissima scomparsa.
«Morì nella città nostra una donna, la quale se mosse a compassione generalmente tutto il popolo fiorentino, non è gran maraviglia, perché di bellezze e gentilezze umane era veramente ornata quanto alcuna che inanzi a·llei fussi suta… Le donne ancora e giovane sue equali non solamente di questa sua excellenzia tra l’altre non avevono invidia alcuna, ma sommamente essaltavono e laudavono la biltà e gentilezza sua: per modo che impossibile pareva a credere che tanti uomini sanza gelosia l’amassino e tante donne sanza invidia la laudassino. E se bene la vita sua, per le sue degnissime condizioni, a tutti la facessi carissima, pure la compassione della morte, e per la età molto verde e per la bellezza che, così morta, forse più che mai alcuna viva mostrava, lasciò di lei uno ardentissimo desiderio. E perché da casa al luogo della sepoltura fu portata scoperta, a tutti che concorsono per vederla mosse grande copia di lacrime: de’ quali, in quelli che prima n’avevono alcuna notizia, oltre alla compassione nacque ammirazione che lei nella morte avesse superato quella bellezza che, viva, pareva insuperabile; in quelli che prima non la conoscevano, nasceva uno dolore e quasi rimordimento di non avere conosciuto sì bella cosa prima che ne fussino al tutto privati, e allora conosciutola per averne perpetuo dolore. Veramente in lei si verificava quello che dice il nostro Petrarca: Morte bella parea nel suo bel volto».

Osservando poi una stella che brilla più delle altre e vince col suo splendore tutti gli astri del firmamento, Lorenzo vede in essa l’anima stessa di Simonetta, paragonata alla Beatrice dantesca con l’appellativo “gentilissima”.
Di qui il bellissimo sonetto scritto in suo onore che inizia con questi versi:

«O chiara stella, che coi raggi tuoi
togli alle tue vicine stelle il lume,
perché splendi assai più che ‘l tuo costume?».

Come racconta il Magnifico, c’è tutta Firenze al suo funerale. Una folla immensa rende omaggio alla salma elegantemente composta nella bara portata a spalla per le vie della città e lasciata scoperta perché il popolo presente possa ammirare per l’ultima volta la bellezza di una giovane che la morte non osa offuscare. Si racconta che molti che non l’hanno mai conosciuta in vita, accorsi al corteo funebre, se ne innamorano vedendola morta. Simonetta viene sepolta nella chiesa di Ognissanti, nella cappella Vespucci affrescata da Ghirlandaio. 
Quando Botticelli dipinge la Nascita di Venere nel 1485, Simonetta è morta da nove anni, ma l’artista conserva ben scolpite nella mente le sue angeliche sembianze, che ritroviamo in alcune sue Madonne, e le fa rivivere davanti ai nostri occhi, non meno estasiati dei suoi, adistanza di cinque secoli e mezzo.

Sandro Botticelli, La nascita di Venere, Galleria degli Uffizi, Firenze

A piangere Simonetta sono in molti. Poche donne nella storia hanno ricevuto un così alto tributo di omaggi da parte di nomi illustri della cultura quanto lei. Poliziano scrive per l’immortale fanciulla quattro epitaffi in latino, Bernardo Pulci l’elegia De obitu divae Simonettae e il sonetto La diva Simonetta a Julian deMedici, Piero Dovizi da Bibbiena l’elegia Heulogium in Simonettam puellam formosissimam morientem. E ancora Naldo Naldi compone due epigrammi latini, Girolamo Benivieni la commemora in due sonetti, Francesco Nursio veronese dà sfogo al suo dolore nel Carmen austerum in funere Simonettae. Per uno strano scherzo del destino, Giuliano venticinquenne la seguirà nella tomba lo stesso giorno 26 aprile di due anni dopo, tragicamente assassinato nella congiura dei Pazzi.

Di Simonetta non ci resta nemmeno una ciocca dei capelli color del sole, com’è invece accaduto per Lucrezia Borgia. La sua tomba non c’è più, svanita nel nulla, probabilmente inghiottita dalle acque durante l’ultima alluvione dell’Arno il 4 novembre 1966, ma la sua immagine, icona della bellezza muliebre perfetta, vivrà anche per i secoli che verranno nell’eternità beata dell’arte e della poesia.

In copertina: Simonetta Vespucci ritratta da Sandro Botticelli al Städelsches Kunstinstitut di Francoforte.

***

Articolo di Florindo Di Monaco

Florindo foto 200x200

Docente di Lettere nei licei, poeta, storico, conferenziere, incentra tutta la sua opera sulla Donna, esplorando l’universo femminile nei suoi molteplici aspetti con saggi e raccolte di poesie. Tra i suoi ultimi lavori, il libro La storia è donna e le collane audiovisive di Storia universale dell’arte al femminile e di Storia universale della musica al femminile.

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