Chi era Cristoforo Colombo? Alla scoperta di una teoria rivoluzionaria

Prima di iniziare questa bella avventura insieme, devo ringraziare un gentile lettore di “Vitamine vaganti” che mi ha contattato a seguito dei miei articoli sulla cultura, le tradizioni, la lingua, la storia e alcuni personaggi femminili della Sardegna e mi ha gettato l’amo.
La curiosità mi ha spinto poi ad andare avanti, a conoscere direttamente la questione e a procurarmi questo agile libro (edito da Condaghes, Cagliari, 2018) che rappresenta una sintesi degli studi affrontati da Marisa Azuara Allusa.

Azuara è una storica spagnola, nata nel 1959 ad Alcorisa, presso Teruel, in Aragona; ha iniziato la carriera di scrittrice pubblicando romanzi storici fra il 2004 e il 2006. L’anno successivo è uscito quel saggio che le ha dato la fama, ha fatto discutere e l’ha portata a proseguire le indagini; si tratta di Christoval Colon: mas grande que la leyenda. A questo ha fatto seguito il nuovo studio dal titolo Cristoforo Colombo: la Crociata universale. Nel marzo 2008, di passaggio in Italia, è stata ospite della cittadina sarda di Sanluri (Sud Sardegna) dove ha dato conto delle sue ricerche e ha spiegato al folto pubblico presente che, in base a quanto ha scoperto, Colombo potrebbe essere nato proprio nel locale castello nel 1436. Qualcuno/a ha sorriso, altri/e hanno criticato la sua tesi rivoluzionaria, ma lei va avanti serenamente, convinta del proprio accurato lavoro e delle tante prove rintracciate. A chi la contesta risponde: «Sono una studiosa e come tale rendo pubblico il frutto delle mie ricerche. […] del mio percorso di studio e delle conclusioni alle quali sono arrivata è stata investita la Reale Accademia di Storia di Spagna, sarà quest’ente supremo di professori e ricercatori a dare risposte alla mia tesi.» Il 12 ottobre 2009 è stato trasmesso dalla tv spagnola il suo documentario Christoval Colon la Odisea. Nel 2010 è stata invitata a presentare l’esito dei suoi studi nella seduta inaugurale dell’anno accademico della Real Academia de Nobles y Bellas Artes de San Luis. Ha poi pubblicato El precio del paraíso, saggio dedicato al progetto della scoperta dell’America dal punto di vista di Colombo. Il 13 ottobre 2019 Azuara, nella Biblioteca Universitaria di Pavia, ha avvicinato nuovamente il pubblico italiano per illustrare i suoi libri e la sua tesi secondo la quale Colombo non era nato a Genova ma in Sardegna. E i documenti lo dimostrerebbero senza ombra di dubbio. Ma vediamo perché, partendo dall’inizio.

Marisa Azuara

Come si sa, sono molti i paesi, le città in Italia e anche all’estero che si attribuiscono la nascita di Colombo; è evidente che non c’è chiarezza in proposito. Ma i quesiti sono numerosi, per altre ragioni. Se fosse vero che suo padre era un umile tessitore, come sarebbe stata possibile la veloce scalata all’interno delle gerarchie militari, come pure l’accesso presso le corti europee, in una società tanto stratificata e aristocratica? Come avrebbe potuto condurre una vita agiata se già per famiglia non fosse stato un possidente? Il libro di Azuara dà le risposte. Suddiviso in 11 capitoli e arricchito da cartine, illustrazioni a colori, ampia bibliografia, una cronologia e un utile albero genealogico, si apre con un inquadramento storico in cui si evidenziano il ruolo della Spagna e il processo dell’unificazione (Castiglia e Aragona), ma anche le motivazioni economiche che avrebbero favorito l’espansione verso Oriente e quelle religiose, per bloccare l’avanzata musulmana, muovendo però da Occidente: «Buscar el Levante por el Poniente.»

Si sa che Colombo si era rivolto al re del Portogallo, ma non aveva trovato interesse; d’altra parte è risaputo che, nei suoi calcoli, aveva sottostimato la distanza fra l’Europa e le Indie: solo 4.000 km, anziché 18.000, impossibili da percorrere con le navi dell’epoca se non avesse incontrato un fortunato ostacolo, cioè un intero continente da esplorare. Dopo il primo viaggio e l’approdo nell’isola di San Salvador, ne fece altri tre, l’ultimo dei quali si concluse con un naufragio; era il 1504. Dopo due anni morì dimenticato, inconsapevole della portata della sua scoperta.
Nella Premessa, Azuara riporta un documento importantissimo: un testo (datato Bergamo, 1494) in cui il conte Giovanni Borromei afferma chiaramente che un tale è Cristoforo Colombo Canajosa, figlio del tessitore genovese Domenico e di Susanna Fontanarosa (o Fontanarossa), un’altra persona è il navigatore Christòval Colòn “de la Majona”, nato in un anno diverso. Non nel 1451, ma nel 1436 (circa) perché lui stesso scrive in una lettera di aver servito il sovrano appena ventenne, ben 40 anni prima, e una testimonianza conferma che morì settantenne, nel 1506. All’epoca la Repubblica di Genova aveva ampi possedimenti, fra cui la Mahona (protettorato di Corsica e Sardegna), definita anche Saona se intesa come protettorato della Chiesa: il segretario personale di Colombo e altri contemporanei sostenevano appunto che era nato lì. Inoltre il navigatore, pur risultando straniero per la Castiglia, non lo era per l’Aragona: ma cosa era successo? In Sardegna erano stati sequestrati tre feudi, proprio nel periodo che ci interessa, quindi chi vi fosse nato era equiparabile a un suddito. Curioso il fatto che Colombo, come molti sardi, negli scritti usasse alcuni vocaboli aragonesi, non più utilizzati in Spagna. Più curioso ancora che suo figlio Diego avesse nominato Oristan (Oristano) la capitale dei suoi domini in Giamaica e cartine dell’epoca mostrano una incredibile somiglianza fisica fra le due isole, come si percepivano allora.
Riguardo alla famiglia di origine, si sa che aveva un blasone e dai sovrani l’ammiraglio ebbe un trattamento da nobile: poteva fregiarsi del titolo di “don”, onore riservato ai nobili sardi dal 1420. Il figlio Hernando chiarisce che il padre proveniva dai Colombo di Terrarossa, la cui unica linea discendente era rimasta quella dei De Sena Piccolomini, signori di Làconi e visconti di Sanluri fino al 1477. Attenzione al fatto che “Colom” (forma spesso usata anziché Colon) è parte di quel cognome e il figlio precisa che il padre «aveva limato il cognome in modo tale che si uniformasse a quello antico» (un altro avo sarebbe infatti Ugo della Colonna). Molto intrigante poi che i due nomi che il navigatore, arrivato nel nuovo continente, utilizzò per battezzare la prima terra e la prima città sono Salvador e Isabela (non Ysabel, la regina), proprio come Salvador de Sena Piccolomini e Isabela Alagòn y Arborea. Un omaggio ai genitori, dunque. Secondo Azuara, se è probabile che il luogo di nascita (in mancanza di documenti precisi) possa essere stato una città, ovvero Oristano oppure Cagliari, è anche possibile che sia il castello di Sanluri, proprio la località fondante della famiglia da dove provenivano gli antenati.

Il castello di Sanluri

Un altro aspetto interessante riguarda gli stretti rapporti con il ramo della famiglia Piccolomini residente a Siena: secondo una diffusa tradizione Colombo vi avrebbe frequentato l’Università e avrebbe lasciato splendidi ex-voto (ancora oggi visibili nella sacrestia della chiesa di Santa Maria in Portico) che solo un navigatore come lui avrebbe potuto possedere: un enorme osso di balena, una spada, una rotella e un elmo di raffinata fattura.

Elmo donato da Colombo come ex-voto

Nel Museo della contrada dell’Istrice c’è un suo ritratto, di quelli familiari, che solitamente si commissionavano per ricordare un proprio parente. Ebbe anche contatti frequenti con i papi Piccolomini, Pio II e Pio III, che gli consegnarono carte utilissime per la navigazione. Altro dettaglio affascinante: nella meravigliosa cappella Piccolomini dipinta da Pinturicchio nel Duomo di Siena, in vari affreschi compare vicino al papa un giovane marinaio apparentemente non coerente con i personaggi presenti, accompagnato da un cane di quella razza citata nella Carta de logu (una sorta di grosso levriero: “cani de lèpuri”) e in un caso su un elegante cavallo sauro di razza sarda. Chi avrebbe potuto avere tale onore, se non un consanguineo?

L’affresco di Pinturicchio nella libreria Piccolomini (notare il giovane a sinistra, sul cavallo sauro e con il cane)

I motivi per cui Colombo in qualche modo tenne nascosta la sua origine, prima dell’impresa, sono spiegati nel dettaglio nel cap.VIII, ma si tratta di complesse motivazioni politiche e dinastiche, legate a questioni di eredità e di conquiste, che causarono la rovina delle famiglie di entrambi i genitori; dopo la scoperta, invece, Colombo e i due figli cercarono in ogni modo di riprendersi i titoli nobiliari e i propri diritti (come promesso dal sovrano prima della spedizione), addirittura Diego intentò una causa con la Corona che durò ben 75 anni al fine di essere «reintegrato in tutto». Da non sottovalutare, poi, un’altra questione: all’epoca non esisteva la “cittadinanza sarda”; quel popolo era ritenuto barbaro e veniva sottomesso senza pietà, mentre i De Sena Piccolomini erano pur sempre degli aristocratici. Un nobile non avrebbe avuto altra scelta che dichiararsi catalano (parteggiando per la Corona) oppure genovese (parteggiando per la realtà autoctona sarda), e Colombo scelse questa seconda opportunità. Che poi nella postilla del suo testamento ricordi Cagliari (Caller) come appartenente a Genova indica proprio che condivideva lo spirito “indipendentista” sardo e riteneva illegittima qualunque annessione dei territori sardi alla Corona d’Aragona.

Molto interessanti sono i capitoli successivi in cui Azuara tratta i rapporti fra Colombo e i propri amici e protettori, ma anche ciò che avvenne dopo la sua morte, con i matrimoni prestigiosi delle discendenti Isabel e Maria, e i legami che si crearono con le famiglie reali del Portogallo e della Scozia, impossibili se davvero fossero state bis-nipoti di un modesto tessitore. Nelle conclusioni vengono smantellate una per una, in modo chiaro e definitivo, le teorie più strampalate sulle origini dell’ammiraglio: nato in Catalogna o in Galizia, alle Baleari, o perfino in Polonia o in Portogallo! Ancora più importante una spiegazione su cui, in oltre 500 anni, si è poco riflettuto: prima la Corona d’Aragona e poi i Savoia portarono via o distrussero in modo capillare tutti i documenti che avrebbero potuto rinsaldare lo spirito unitario del popolo sardo e danneggiare il proprio ricordo o il proprio dominio, come fecero del resto con la memoria degli antichi Giudici di Sardegna di cui non fu nemmeno lasciata traccia delle tombe. In questo modo l’identità di Colombo e la storia dei Sardi sono state accomunate in una damnatio memoriae che faceva comodo al potere sabaudo che stava rafforzando il proprio prestigio e allargando il regno, trasformandolo in Regno d’Italia.

Il libro si conclude con un ultimo documento, praticamente sconosciuto, che costituisce ben più di una curiosità: nella cittadina sarda di Oliena (Nuoro) si trova il bellissimo retablo di San Cristoforo custodito nella chiesa di Sant’Ignazio di Loyola; alla metà del XVI secolo il pittore (detto “maestro di Oliena”) ha il coraggio di ristabilire la verità -afferma Azuara- e inserisce Colombo con il berretto da ammiraglio e la bandiera genovese a fianco di alcuni santi e di Cristo, che circondano Maria seduta in trono, considerandolo un grande navigatore, ma ancor più il protagonista di una missione religiosa: la Crociata universale proclamata da papa Pio II (Enea Silvio Piccolomini) nel 1459. 

Il retablo di Oliena (notare l’uomo in basso a destra con la bandiera)

Volendo verificare e approfondire le argomentazioni appena illustrate, è possibile farlo tramite il sito http://www.sardegnainblog.it su cui sono visibili le 62 slides utilizzate da Marisa Azuara per spiegare nel dettaglio i suoi ragionamenti e mostrare le sue prove.

Come accade per tutte le teorie rivoluzionarie (pur suffragate da documenti inoppugnabili) occorre tempo perché anche questa venga presa in considerazione dal mondo accademico, solitamente conservatore e legato a schemi ben precisi, a idee talvolta preconcette, poco disposto ad aprirsi alle novità. Il futuro ci dirà se il velo verrà finalmente sollevato e si farà chiarezza sulla questione, quanto mai affascinante. 

***

Articolo di Laura Candiani

Ex insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume Le Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

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