Quando le donne suonavano ad Auschwitz

Nella ricorrenza della Giornata della Memoria, che vuole ricordare le vittime dell’Olocausto, passa puntualmente sotto silenzio uno degli episodi forse più dimenticati di quel tristissimo capitolo della storia contemporanea.

C’era una volta un’orchestra femminile ad Auschwitz… Inizia come una bella fiaba, e invece è un frammento particolarmente toccante e commovente della vita nei terribili lager nazisti.

Nel gennaio del 1944 la parigina Fania Goldstein, in arte Fénelon (1908-1983), famosa pianista e cantante di origine ebraica, come racconterà nel suo libro-diario Ad Auschwitz c’era un’orchestra, scritto molto più tardi, dopo la sua liberazione e pubblicato per la prima volta in Italia nel 1977, è deportata ad Auschwitz. Qui entra a far parte dell’orchestra femminile del campo, l’unica orchestra femminile mai esistita in tutti i campi di concentramento della Germania e dei territori occupati. Voluta da Rudolf Höss, maggiore delle Ss, l’orchestra, tutta composta da prigioniere, suona la mattina e la sera quando detenuti e detenute partono e quando ritornano dai loro ingrati e stressanti turni di lavoro. Ogni fine settimana tiene un concerto per “dilettare”, si fa per dire, i/le  prigionieri/e, suona per accogliere ogni nuovo arrivo e per gli ufficiali ogni qualvolta hanno voglia di ascoltare un po’ di buona musica.

Le signore dell’orchestra sono 47, provenienti da ogni parte d’Europa, operano in uno spazio ristretto, una vecchia baracca vicino alla ferrovia nel punto dove arrivano i convogli dei deportati. Sono costrette a prove estenuanti e lunghissime, veri e propri tour de force per poter suonare in modo impeccabile perché solo così possono evitare la camera a gas. Guai a loro se qualcuna fa una stecca, un do sbagliato equivale a una condanna a morte. Almeno ricevono un trattamento migliore delle altre prigioniere, mangiano e vestono meglio delle comuni deportate, e non sono costrette ai lavori forzati.

Durante la sua detenzione, Fania incontra Alma Rosé, eccezionale violinista ebrea nata a Vienna nel 1906, figlia d’arte, nipote di Gustav Mahler.

Alma-Rosé a sinistra, Fania Goldstein a destra

All’arrivo ad Auschwitz nel luglio del 1943 Alma, così chiamata in onore di Alma, la moglie di Mahler, trova la Madchenorchester von Auschwitz, l’orchestra delle signore di Auschwitz, già bell’e formata e ne assume la direzione, che terrà per dieci mesi. Prima di lei l’orchestra era diretta dalla polacca Zofia Czajkowska.
Rosé non si limita a dirigere, infatti spesso suona il violino durante i concerti. Il particolarissimo ensemble è costituito quasi esclusivamente da musiciste dilettanti, con una sezione di archi, fisarmoniche e un mandolino. Le professioniste sono solo due: la cantante-pianista Fania Fénelon e la violoncellista tedesco-polacca Anita Lasker-Wallfisch, classe 1925, oggi alla soglia dei 95 anni, una di quelle pochissime concertiste ancora in vita.

Suonare e cantare in una situazione estrema è un mezzo per sopravvivere: fare musica è la cosa migliore ad Auschwitz-Birkenau in quanto fa dimenticare i disagi e aiuta a passare il tempo, ma è anche la cosa peggiore perché chi ascolta è un pubblico di assassini, un manipolo di criminali, gli ufficiali tedeschi capaci di commuoversi e di asciugarsi una lacrimuccia all’ascolto di una struggente melodia e subito dopo di mandare un gruppo di malcapitati/e prigionieri/e alle camere a gas.
In realtà, suonare per i nazisti toglie alle donne gran parte della loro dignità e la maggior parte di loro spesso mette in dubbio che rimanere vive valga gli abusi che subiscono giorno per giorno. Le orchestrali sono vittime di continue e indicibili frustrazioni, si sentono umiliate e ferite nel più profondo del loro essere, ma la dura legge della sopravvivenza è anche questo.

Il 5 aprile 1944 Alma muore improvvisamente a soli 37 anni nel campo di concentramento, forse avvelenata. Quando gli Alleati sono ormai alle porte, i tedeschi trasferiscono tutte le detenute, e anche le musiciste, nel campo di Bergen Belsen dove alcune perdono la vita per gli stenti sofferti, altre, tra cui Fania, sopravviveranno e saranno liberate dagli inglesi nell’aprile 1945.

La drammatica e sconvolgente esperienza delle orchestrali di Auschwitz ha ispirato vari adattamenti teatrali e il pluripremiato film americano del 1980 Fania (Playing for time), con Vanessa Redgrave nei panni di Fania Fénelon e Jane Alexander interprete di Alma Rosé.
È una storia che fa riflettere e ai giorni nostri risuona come un vigoroso inno alla speranza che, malgrado tutto, è davvero l’ultima a morire, come recita un antico adagio, quel filo a volte sottilissimo a cui pure ci si aggrappa per intravvedere la luce oltre il tunnel più buio e angosciante.

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Articolo di Florindo Di Monaco

Florindo foto 200x200

Docente di Lettere nei licei, poeta, storico, conferenziere, incentra tutta la sua opera sulla Donna, esplorando l’universo femminile nei suoi molteplici aspetti con saggi e raccolte di poesie. Tra i suoi ultimi lavori, il libro La storia è donna e le collane audiovisive di Storia universale dell’arte al femminile e di Storia universale della musica al femminile.

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