Incontrarsi. Il sogno di Vittoria Savio e il filo delle storie

Riassumere questo libro a cura di Franca Formento (ed. arabAFenice, Cuneo, 2020) vuol dire raccontare una vita intera spesa per il prossimo; non può trattarsi dunque di una comune recensione, ma della sintesi del percorso di una donna, a cui viene fatto omaggio riconoscente. Si sta parlando di Vittoria Savio e dovremo in breve affrontarne la biografia perché lettori e lettrici la possano conoscere. Ma partiamo dall’indice e dall’articolazione del testo in tre parti: Infanzia e studi, In Perù, Rientro a Chieri, che corrispondono alle fasi principali della vita di Vittoria (di cui la terza è notevolmente la più ampia). Via via si alternano alle immagini molto belle, per lo più a colori, delle poesie di Eva Maio ispirate all’esistenza generosa della protagonista e pause dedicate a altre esperienze di volontariato e ai ricordi di chi l’ha conosciuta: allieve, parenti, amicizie. Al termine una utile appendice spiega cos’è il Centro Yanapanakusun di Cusco e quali sono le finalità dell’associazione “Ascoltiamo le voci che chiamano-Italia”. Nel corso della narrazione alcune pagine contengono approfondimenti sulla situazione politica, sociale, culturale del Perù negli anni in cui vi si trovava Vittoria e nell’attualità, compresa la recentissima emergenza che ha visto un Paese in grande difficoltà per l’arretratezza sanitaria; basti un dato: 250 ventilatori per una popolazione di oltre 30 milioni di abitanti.

Non dobbiamo pensare a Vittoria come a una sorta di benefattrice tutta casa e chiesa, come si direbbe banalmente, è stata invece una donna allegra e instancabile, che fumava, raccontava storie avvincenti, faceva foto alle amate nipoti e le scarrozzava con il suo mitico maggiolino verde, su cui non mancava di far salire autostoppisti di ogni genere. L’arrivo in patria delle sue lettere era un avvenimento per le incredibili cose che riferiva e per il resoconto della sua esistenza quotidiana, là sulle Ande, dove si era recata da sola, libera e indipendente. Nel libro lei stessa, in I persona, racconta la sua vita: la nascita avvenne nel 1934 ad Airali, frazione di Chieri (Torino), in una famiglia contadina numerosa, il cui nonno era primo cugino di san Domenico Savio. Nonostante le condizioni non certo agiate, l’istruzione era ritenuta una priorità, basta pensare che la zia di Vittoria fu la prima laureata in matematica del Piemonte e le donne avevano un atteggiamento assai aperto e moderno; la madre diceva alle figlie: «Voi dovete vivere per voi stesse, non per un marito». Il padre, ancora giovane, venne a mancare quando lei aveva solo sette anni, comunque poté frequentare il liceo e poi laurearsi in matematica per iniziare la carriera di insegnante; dopo la pausa dovuta a una seria malattia e al necessario intervento, prese l’aspettativa e decise di partire per l’America latina; era il 1982.

Filatrici di lana andine-peruviane

Per sei anni visse a Chejani, un luogo sperduto sulle Ande, a 13 ore di cammino dal centro (si fa per dire) più vicino, una comunità letteralmente “violentata” e depredata da un ricco proprietario terriero. Il vescovo e un sacerdote, che avevano osato denunciare l’accaduto, finirono uccisi. Lì la scuola, anziché un luogo sicuro, era il terreno di caccia di insegnanti pedofili; gli intrecci familiari erano quasi surreali: ogni combinazione, anche incestuosa, era possibile; si moriva perfino di freddo perché, nonostante l’altitudine estrema, la gente non accendeva fuochi. Un ambiente davvero primitivo in cui Vittoria cercò di integrarsi.

Trascorse poi quattro anni a Lima in un centro di sostegno per le “trabajadoras de hogar” (lavoratrici domestiche).

I diritti ignorati delle trabajadoras de hogar

Dal 1992 al 2014 ha vissuto a Cusco dove è stata a contatto con le “trabajadoras” più derelitte, ancora bambine, tenute come schiave; ha cominciato ad avvicinarle, a scriverne, a documentare le loro condizioni di sfruttamento e ignoranza. Ha deciso di mettere lì radici, acquistando una abitazione che poi è diventata scuola, centro di assistenza (Caith), luogo di accoglienza (anche per turisti/e di passaggio). È qui che la vanno a trovare le persone che la seguono con affetto dall’Italia, desiderose di conoscere le sue attività e di rendersi utili; una amica ha realizzato un documentario su di lei, due genitori hanno costruito un asilo per ricordare il figlio, un gruppo di volontari/e ha costituito l’associazione “Ascoltiamo le voci che chiamano”, tutti impegni per condividere la sua missione.

Vittoria oggi vive in Italia, è ritornata nella sua Chieri e abita con la sorella Zita di 92 anni; ripensando a quanta energia, a quanta forza le erano necessarie, a quanti viaggi rischiosi ha affrontato, a quanti sacrifici ha fatto risiedendo a quasi 4000 metri d’altezza, ora che si sente debole e anziana, lei stessa si stupisce. Lei che era capace di mangiare per settimane solo patate e cavoli, lei che si costruì da sola la sua casa-capanna, lei che aggiustava la scassata camionetta dove talvolta dormiva e scriveva, alla luce di una candela. Lei che si alzava alle 4 del mattino per preparare il cibo per la piccola comunità, lei che era infaticabile e camminava per ore in totale solitudine… La “mamacha” non è più in grado di condurre una vita di privazioni ed è consapevole che non potrà ritornare in Perù, dove si sentiva a casa ed era tanto amata. Prima del suo rientro definitivo, il 9 dicembre 2014 le è stata consegnata la Medaglia d’oro della città di Cusco per i suoi 32 anni di dedizione al Paese e alla causa delle bambine, in qualità di presidente del Centro Yanapanakusun, partner di Terres des Hommes.

Vittoria premiata a Cusco

In patria era già stata insignita del titolo di Grande Ufficiale dell’ordine della Stella d’Italia (25 maggio 2003). Ma all’idea che si volesse scrivere del suo operato era perplessa, non voleva passare per una specie di “eroina”; non era neppure convinta di aver fatto grandi cose. Racconta la curatrice del volume, Franca Formento, che si è trovata di fronte una bella responsabilità avendo ricevuto dalla famiglia le lettere arrivate in così tanti anni, testimonianza della realtà in mutamento e dei cambiamenti intervenuti. Il Perù di oggi non è quello che trovò Vittoria nel 1982, ma le ingiustizie sociali e lo squilibrio economico permangono, specie nei confronti delle comunità andine e degli insediamenti periferici delle metropoli. Qualche dato viene fornito da Mauro Morbello che lavora per Terres des Hommes-Italia: l’incidenza dell’anemia arriva al 70% per bambini/e delle zone alto andine, la denutrizione cronica al 25/30%; nel 75% delle violenze sessuali (almeno 15.000 l’anno) la vittima è minorenne, ma in un terzo dei casi non ha neppure 14 anni, lo stesso per gli aborti; la povertà riguarda il 43% delle comunità indigene e rurali, che per lo più non hanno case in muratura, né fogne, né acqua, né elettricità, per non parlare dell’analfabetismo (diffuso soprattutto fra le donne amerindie). Per comprendere dati tanto sconfortanti è molto utile ripensare alla storia travagliata di questo popolo (parte terza, cap.1) che ha visto guerriglie (Movimento rivoluzionario Tupac Amaru; Sendero luminoso), terribili repressioni, dittature (Fujimori), esecuzioni sommarie e ogni genere di violazione dei diritti umani.

Maria Elena Moyano

Un caso per tutti: il 15 febbraio 1992 fu uccisa durante una festa popolare una donna-simbolo: Maria Elena Moyano, vice-sindaca del paese di Villa El Salvador, presa di mira in quanto rappresentante dello Stato, pertanto ritenuta nemica della rivoluzione. E sulle pagine scorrono frammenti delle lettere che via via Vittoria spediva a casa, manifestando i suoi sentimenti contrastanti: scopriva con sconcerto la miseria, le torture, i desaparecidos, la mortalità infantile, le continue privazioni della libertà, dall’altro lato vedeva montagne meravigliose, fiori di mille colori, resti della civiltà inca, gente tollerante e paziente, che aveva proprie tradizioni, suonava antichi strumenti di canne, amava condividere e sorridere (e sputare dappertutto!).

Donne e bambini peruviani in abiti tradizionali

Questa terza parte del libro, suddivisa in sei capitoli, alterna alle impressioni, ai pensieri, ai ricordi, agli episodi vissuti da Vittoria, testimonianze del presente, di persone che hanno visitato il Perù o sono state aiutate nei centri di assistenza. Fra le tante storie, mi sembra utile, per far comprendere a noi fortunati/e situazioni davvero estreme, riportare qualche caso emblematico. Prendiamo Feli che aveva otto anni ed era orfana quando andò a servizio la prima volta come “criada”: la padrona la picchiava, la sollevava da terra tirandola per i capelli, la faceva alzare alle 5 per accudire gli animali, poi doveva andare al mercato dove rimaneva fino alle 11 di sera; al ritorno c’era da preparare la cena: se si addormentava per la stanchezza, la signora poteva anche gettarle acqua bollente addosso.

A Chejani per due scolarette violentate il risarcimento fu di una pecora ciascuna, mentre Josefina già a quattro anni andava al pascolo; ad altre bambine e bambini è capitato di essere “spersi” per strada da famiglie troppo numerose, che non ce la facevano a sopravvivere. Virginia fu data a una sorellastra che voleva solo vendicarsi della parentela, così lei doveva vivere con le bestie, in totale solitudine, con una coperta per giaciglio in un alloggio in costruzione; doveva pelare sacchi interi di patate e tenere in ordine la cucina. Veniva continuamente minacciata e picchiata con un bastone o con il manico di un coltello, era ormai senza capelli e i denti le cadevano per la debolezza e la denutrizione; «tutto il corpo è piccolo, rachitico, con i segni verdi e violacei causati dai colpi, la bocca sanguinante». Pregava e sognava la libertà, finché un giorno, al mercato, fu lasciata un attimo senza controllo e riuscì a fuggire, verso una nuova esistenza. Ecco, queste sono solo alcune delle vite che Vittoria e la sua fondazione sono riuscite a cambiare.                                                                                                                    

Scrive Gabriella Salvalaggio: oggi la “mamacha” continua ad essere vivace e curiosa, «mai si dimentica di appartenere alla comunità umana, di cui ascolta notizie, interpreta i processi, si augura i cambiamenti. Non più un ruolo da protagonista attiva, capace di creare strutture che salvano vite, ma ricercatrice di quel Bene Assoluto che talvolta in modo esplicito, talvolta in retroguardia, ha guidato e sostenuto le sue scelte.»

Il ricavato delle vendite del libro andrà al Centro Yanapanakusun di Cusco per sostenere i progetti in atto; per informazioni rivolgersi all’associazione “Ascoltiamo le voci che chiamano”.

***

Articolo di Laura Candiani

Ex insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume Le Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

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